
1970 Arriva Sabata! (Los bandidos del ford / Reza por tu alma... y muere)
di Tullio Demicheli con Peter Lee Lawrence, Anthony Steffen, Eduardo Fajardo, Alfredo Mayo, Alfonso Rojas, Rossana Rovere, Tito Garcia, Cris Huerta
Pellicola interessante e poco conosciuta, anche perché per molti anni praticamente irreperibile. Dopo Garringo di due anni prima, è il secondo film che mette insieme i due volti più noti della "serie B" del western all’italiana: Anthony Steffen, che con i suoi 24 titoli può probabilmente essere considerato l’attore protagonista più utilizzato del genere, e Peter Lee Lawrence, che si difende altrettanto bene con i suoi 16 titoli (più il cameo d’esordio in "Per qualche dollaro in più": l’uomo ucciso da l'Indio nel flashback).
Buon esempio di come la proposta delle produzioni di seconda fila del nostro western fosse più varia di quanto in genere non si dica e non si creda. Anche per colpa dei produttori e distributori che non trovavano di meglio che appiccicare ai film il soliti titoli truffaldini e fuorvianti.
In questo caso Sabata sarebbe il personaggio di Steffen, ma è evidentemente un richiamo posticcio, perché personaggio (che infatti in origine era un anonimo John) e film non c’entrano assolutamente nulla con il noto dittico interpretato da Lee Van Cleef.

Come invece è intuibile da uno dei titoli spagnoli, "Los bandidos del Ford", dovuto al fatto che per gran parte del film i tre protagonisti si spostano per il west su un'automobile, è il curioso e raro esempio di un western all’italiana fortemente influenzato dal clima revisionista dell'allora nascente New Hollywood. La caratterizzazione dei personaggi e il tono scanzonato che vira nel drammatico sono chiaramente ispirati a "Butch Cassidy", ma c’è anche una forte influenza di un titolo essenziale di quegli anni come "Gangster Story" di Arthur Penn, tanto che a larghi sprazzi il film assomiglia più ad un film sui gangster degli anni 30 che ad un western, con tanto di anacronistico e a tratti un po' fastidioso motivetto jazz nella colonna sonora. Evidente anche l’influenza de "Il mucchio selvaggio", citato a più riprese. Non solo il film si apre e chiude allo stesso modo del film di Peckinpah - rapina in banca e massacro finale in un'aia messicana - ma vede anche la presenza "crepuscolare" di automobili, fucili a pompa e pistole automatiche.

Va da sé che i riferimenti ai film americani restano ad un livello superficiale e puramente estetico. Di base è il classico western picaresco all’italiana, con tre compari che compiono una rapina, scappano con il bottino, gliene capitano di tutti i colori e alla fine tentano di fregarsi a vicenda. Steffen e soprattutto Lawrence se la cavano bene interpretando due personaggi sornioni modellati su quelli di Paul Newman e Robert Redford in "Butch Cassidy", Fajardo gigioneggia nella parte di Mangusta, il classico messicano straccione e volpesco alla Tuco.
La regia di Demicheli è professionalmente anonima, ottima nelle scene d’azione, anche grazie ha un gran lavoro dei cascatori, più spenta nelle sequenze di raccordo e dialogo. Delle novità stilistiche portate dai colleghi americani riprende solo da "Gangster Story" l’idea di raccontare le rapine con i toni delle ballate.

Ma proprio nella sua svagata ripresa di elementi "alti", che vengono mescolati e poi apparecchiati secondo un’estetica "bassa" da film di genere senza tante ambizioni, la pellicola trova una sua efficacia. Imbevuto del totale cinismo degli spaghetti western, privo del lato più o meno disperato dei modelli americani, il film è un'operina scattante e priva di morale, dove anche il finale drammatico e funereo ha più del ghignante che non di amaramente crepuscolare. È anche uno dei finali più bruschi e repentini della storia degli spaghetti western, in questo sicuramente degno della tradizione del cinema americano di quegli anni.