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martedì 14 maggio 2013

TV - Lonesome Dove



1989 LONESOME DOVE (miniserie in 4 episodi)
di Simon Wincer con Robert Duvall, Tommy Lee Jones, Danny Glover, Diane Lane, Robert Urich, Frederic Forrest, D.B. Sweeney, Ricky Schroder, Anjelica Huston, Chris Cooper, Timothy Scott, Glenne Headly, Barry Corbin, William Sanderson, Barry Tubb, Gavan O'Herlihy, Steve Buscem

Due ex ranger in pensione vivono alla giornata nella piccola paese di Lonesome Dove, in Texas. Allettatati dalle chiacchiere di un loro amico e collega decidono di tentare la fortuna andando a fare gli allevatori in Montana. Dopo aver rubato una mandria di cavalli in Messico partono per il lungo viaggio, attorniati da un folto gruppo di personaggi. Ne incontreranno altri ancora sul loro cammino. Si scontreranno con gli indiani, con un sadico mezzosangue, con la natura e il territorio, vedranno un amico diventare un fuorilegge e uno di loro tornerà a Lonesome Dove solo in una bara.

Fluviale miniserie TV in quattro episodi da un'ora e mezza l'uno trasmessi in America dal 5 al 8 febbraio del 1989, ottennendo un enorme successo sia a livello di audience che di critica, tanto che ancora oggi è al centro di un esteso e acceso culto. Un successo che ha dato il via ad una lunghissima serie di adattamenti televisivi delle opere del romanziere Larry McMurtry, che vedono il passaggio da una storia all'altra di alcuni personaggi ricorrenti. In Italia è relativamente noto solo il telefilm degli anni 90, arrivato da noi con il titolo "Colomba solitaria" (assurda traduzione letterale, trattandosi del nome di un paese), che racconta vicende successive a quelle di questa miniserie. Ma in generale è tutto l'universo delle miniserie western della TV americana ad essere un fenomeno quasi totalmente sconosciuto da noi. Eppure è grazie a queste se negli ultimi trent'anni il genere ha significato ancora qualcosa nel suo paese d'origine. Certo molto più che per merito del cinema.



Fama meritatissima quella di "Lonesome Dove" opera appassionante e di enorme fascino. A tutti gli effetti si tratta di un film di 6 ore, una monumentale ballata dove si compie il destino sempre malinconico, spesso tragico, di tutta una serie di personaggi i cui percorsi si incrociano e intrecciano in un West smisurato e spietato. Il suo fascino maggiore sta nell'essere allo stesso tempo una celebrazione dello spirito del pioniere americano e la negazione della retorica con cui convenzionalmente lo si celebra. Tutti i personaggi del film affrontano con stoico coraggio tutto ciò che il destino sembra riservargli e vanno dritti per la loro strada, giusta o sbagliata che sia, accettando di pagare qualsiasi prezzo per le loro scelte. Ma questa ammirata visione dello spirito americano sembra valere solo a livello individuale, perché tutto appare troppo governato dal caso o da un destino indecifrabile per poter diventare retorica storica. Significativo che a dare il titolo a tutta la vicenda sia un desolato villaggio destinato ad essere abbandonato e dimenticato. Quando nel finale il personaggio di Tommy Lee Jones vi fa ritorno, e si rende conto di aver assistito alla fine del suo mondo, ad un giornalista che tenta di intervistarlo cercando di attribuirgli una grande visione legata al progresso sociale risponde tristemente "Yes, a hell of vision", ripensando a tutti i morti e agli amici perduti.

Le vicende si intrecciano e divergono apparentemente senza seguire una vera trama. La casualità degli avvenimenti a livello spettacolare si traduce in un'efficace imprevedibilità narrativa, che nega qualsiasi catarsi e non fa mai montare gli eventi in modo convenzionale. Personaggi che sembrano dover avere un ruolo importante negli sviluppi della trama muoiono in maniera improvvisa e crudele. Il destino di altri resta in sospeso. Per quanto più annunciate, anche le morti dei protagonisti riescono a sembrare accidentali e "ingiuste". Se alla fine si stabilisce l'esistenza di una sorta di armonia, questa è ottenuta attraverso l'azzeramento della morte, che colpisce innocenti e malvagi con la medesima indifferenza.



Difficile rendere giustizia della folla di personaggi che popola e rende viva la saga senza diventare didascalici compilando un lungo e sterile elenco, dato che ci sono personaggi memorabili anche tra i caratteri minori. Come un cuoco saggio e ecologista che rifiuta di cavalcare per rispetto degli animali, un trapper ritardato innamorato senza speranze, una coppia di assassini più scalognati che letali, il padrone di un saloon suicida per amore, una vispa contadinotta che vuole scappare dal marito cariatide. E così via, in una parata all'insegna per lo più dei desideri incompiuti e dei destini spezzati.
  
Limitandoci ai protagonisti, non si può che cominciare citando un gigantesco Robert Duvall, che è Gus McCrae, un cowboy filosfo il cui fatalismo sorridente è un misto inestricabile di sensibilità e cinismo. È il vero protagonista e a lui vanno le parti più coinvolgenti e avventurose della storia. Indimenticabili i suoi duetti con l'amico caratterialmente suo esatto contrario, l'inflessibile e introverso Capitano Woodrow Call di Tommy Lee Jones, le cui decisioni sono il motore di tutta la vicenda, ma di cui in fondo resterà quasi più un testimone. A lui va però l'ultima mezz'ora della storia quando dovrà rispettare fino in fondo la più malinconica delle promesse.

Loro principali compagni di viaggio sono Danny "Arma letale" Glover nei panni di un sensibile e pacifico scout nero, Robert Urich che interpreta l'amico debosciato che trasformatosi in fuorilegge finirà impiccato proprio per mano dei suoi amici, Ricky Schroder, l'ex bambino della sitcom "Il mio amico Ricky", fa un cowboy che è il figlio non riconosciuto di Tommy Lee Jones (il personaggio interpretato da Scott Bairstow sarà poi il protagonista del telefilm del 1994), Chris Cooper nella sommessa parte di un povero sceriffo sulle tracce della moglie che lo ha abbandonato. Tra i personaggi negativi spicca l'inquietante mezzosangue Blue Duck, interpretato da Frederic Forrest, autentica forza della natura dedita solo al male altrui.

Straordinariamente complesso e ricco per un western anche il reparto femminile. Diane Lane, nel miglior ruolo della sua carriera, è una bellissima e dolce prostituta di cui praticamente tutti sono innamorati (e davvero non potrebbe essere altrimenti). Anjelica Huston è una ex fiamma di  Robert Duvall che accudisce il marito morente, materno angelo del focolare il cui ranch pare essere l'unico luogo dove i personaggi posso trovare un po' di serenità. Infine Glenne Headly è la moglie in fuga dello sceriffo, anti-eroina dell'amour fou alla ricerca dell'amante che l'ha abbandonata e pronta a sacrificare tutto per lui, anche un figlio neonato e la sua stessa vita.



Se i quattro episodi formano un'unica storia, i singoli capitoli hanno comunque una certa autonomia stilistica e tematica. Il primo Leaving (Partenza) descrive la vita indolente a Lonesome Dove prima della partenza. Il distacco dal paese assume toni quasi biblici, con tanto di eventi enigmatici, come fulmini che elettrificano la mandria e grovigli di serpenti che uccidono un cowboy nel fiume. È la parte che più ricorda i due capolavori degli anni 60 tratti da due opere di Larry McMurtry, Hud il selvaggio di Martin Ritt e L'ultimo spettacolo di Peter Bogdanovich. Il secondo On the Trail (Sulla pista) è il capitolo più violento e drammatico, che si conclude con un autentico pugno nello stomaco per lo spettatore. Il terzo The Plains (Le pianure) è il capitolo più psicologico, dove sono più in evidenza i personaggi femminili e dove la maggior parte dei nodi narrativi giungono al pettine, sempre con conseguenze piuttosto amare. Il quarto Return (Ritorno) è il lungo epilogo crepuscolare per tutti i personaggi ancora in scena, con i momenti più toccanti e memorabili della saga. Impossibile non commuoversi a più riprese, anche se ogni tanto gli autori perdono un po' la misura e la ricerca della commozione è fin troppo smaccata.

Una sostanza tanto americana è diretta da un australiano, Simon Wincer, che in seguito tornerà più volte al western, con risultati quasi sempre interessanti. Qui amministra con mano solida una pregevole confezione televisiva, con nulla da invidiare al cinema, a parte qualche effetto speciale un po' alla buona. Molto bella anche la colonna sonora del grande Basil Poledouris.

giovedì 21 marzo 2013

i registi 22 - Martin Ritt

Il west di Martin Ritt e Paul Newman
...e di James Wong Howe

Martin Ritt (1914 - 1990) è stato un tipico esponente della generazione di registi progressisti emersi a Hollywwod a cavallo tra gli anni 50 e 60, molto attivo anche in teatro e in televisione, fedele ad una tradizione liberal tanto nobile e volenterosa quanto un po' noiosa. Ottimo direttore di attori, regista solido, a differenza di altri di quella generazione gli è però sempre mancata la scintilla del vero talento. Il che non gli ha impedito di dirigere molti film interessanti e qualcuno anche bello. Due di quelli belli sono western. In tutto ne ha diretti tre, tutti interpretati da Paul Newman. Una trilogia che oltre al regista e all'attore vede un terzo protagonista, più defilato, ma non meno fondamentale, il grande direttore della fotografia cino-americano James Wong Howe (1899-1976).


1963 Hud il selvaggio (Hud)
di Martin Ritt con Paul Newman, Melvyn Douglas, Patricia Neal, Brandon De Wilde, Whit Bissell, Crahan Denton, John Ashley, Val Avery

In Texas un vecchio allevatore vede andare in rovina il suo piccolo ranch. Non gli é di aiuto né sollievo il figlio trentenne e scapestrato Hud. Un nipote adolescente, diviso tra l'affetto per il nonno e la voglia di emulare lo zio, è testimone impotente della decadenza famigliare.



Il nipote è interpretato da Brandon De Wilde. Dieci anni prima era stato il bambino che ammirava il romantico pistolero Shane impersonato da Alan Ladd ne "Il cavaliere della valle solitaria". Impressiona pensare che tra quel celebre classico e questo film fossero passati solo dieci anni, perché sotto tutti i punti di vista sembrano due pellicole appartenenti a epoche lontanissime, non solo a livello di linguaggio cinematografico. La fiducia nel sogno americano pur velata da una profonda malinconica di "Shane" (il titolo originale de "Il cavaliere della valle solitaria") lasciava il posto al pessimismo senza speranze di "Hud" (altro titolo originale con un nome proprio monosillabico) e il poetico e cavalleresco Shane veniva soppiantato dal cinico e arido Hud, un antieroe che dieci anni prima sarebbe stato impossibile immaginare al centro di un film hollywoodiano. Qualcosa era decisamente cambiato nella società americana e qualcosa stava per cambiare per sempre nel genere western.



"In questo Texas c'è qualcosa di Čechov" ha ben commentato Morandini. "Hud" è un affascinante western di ambientazione moderna, soffuso e pessimista, con al centro un personaggio totalmente negativo, impersonato da un mitologico Paul Newman, al massimo del suo splendore divistico. "Un uomo con l'anima avvolta dal filo spinato" recitava il bellissimo slogan del film. E il protagonista sembra davvero prosciugato da qualsiasi impulso positivo: ubriacone, rissoso, scopatore di mogli altrui, privo di ogni scrupolo, disamorato del proprio lavoro e della propria terra. Lo vediamo far praticamente morire di crepacuore il vecchio padre e quasi violentare la materna governante, impersonata dalla straordinaria Patricia Neal, che vinse l'oscar per questo ruolo. E alla fine riesce a disgustare anche il nipote adolescente che lo ammirava (per altro figlio di un fratello "buono" morto per una bravata di Hud). Ma quando anche il ragazzo se ne va lasciandolo definitivamente solo, lui si limita ad un'alzata di spalle e a scolarsi l'ennesima birra.

Nonostante un tal concentrato di bastardaggine alla fine il personaggio suscita quasi una paradossale simpatia. Coltivando il suo sordo rancore contro tutti e contro tutto, Hud almeno emerge per vitalità dal mondo rassegnato e squallido che lo circonda. Perdente anche lui come tutti, ma almeno con una sua crudele lucidità e senza i melensi e vuoti alibi idealisti coltivati dal padre.



Con "Hud" Ritt faceva un passo decisivo verso la fase revisionista e crepuscolare del genere. Non solo facendo letteralmente a pezzi il mito dell'America dei cowboy, ma destrutturando il genere raccontando una storia senza catarsi punitive o redenzioni, priva persino di un reale sviluppo narrativo. Accompagnato dalle note malinconiche di una chitarra, Hud percorre con la sua Cadillac le polverose stradine sterrate di un Texas rinsecchito e desolato, letteralmente dipinto dalle sterminate inquadrature in cinemascope del maestro James Wong Howe. Un paesaggio desolato in cui il mito della colonizzazione del West è ridotto ad un mesto e tedioso sopravvivere in una terra arida e vuota, che pare capace di produrre solo rapporti umani altrettanto aridi e vuoti.

Abbastanza incredibile che all'epoca un film senza speranza e senza risposte come questo fosse giudicato un film commerciale, poco più che una passerella per il divo Paul Newman. Ma forse ancor più incredibile è che tale giudizio avesse pure una certa fondatezza.


1964 L'oltraggio (The Outrage)
di Martin Ritt con Paul Newman , Laurence Harvey, Claire Bloom, Edward G. Robinson, William Shatner, Howard Da Silva, Albert Salmi, Thomas Chalmers

Un giovane prete, un giocatore d'azzardo e un cercatore d'oro si incontrano in una fatiscente stazioncina ferroviaria e si raccontano le diverse versioni di un fatto di cronaca, quello di un predone messicano che ha assalito una coppia, uccidendo l'uomo e violentando la donna. Il fatto viene quindi raccontato da quattro punti di vista differenti (compreso quello del morto).



Folle trasposizione in chiave western del capolavoro "Rashomon" di Kurosawa. Curiosamente uscì in America nell'autunno del 1964, mentre in contemporanea in Italia usciva "Per un pugno di dollari", un altro western tratto da un film di Kurosawa. I due film ebbero decisamente diversa fortuna. Trasporre in western i film di Kurosawa era una vera e propria moda nella prima metà degli anni 60, considerato che quattro anni prima era uscito "I magnifici sette", notoriamente tratto da "I sette samurai". Ma se trasformare le storie di samurai in storie di pistoleri aveva decisamente un suo senso, molto diverso era fare la stessa cosa con una favola morale come "Rashomon".

Infatti è uno dei western più strambi e strampalati mai visti. La storia è fedelissima a quella del film di Kurosawa, con pochissime e trascurabili varianti, ma la differenza di ambientazione modifica fatalmente il tono e quindi anche il senso di tutta la vicenda. Pur raccontando le stesse identiche cose, senza la spiritata teatralità degli attori giapponesi e senza il ritmo quasi musicale della regia di Kurosawa, si creano scompensi insanabili nella coerenza del racconto. L'ambientazione quasi da favola della versione giapponese rendeva plausibile una sequenza come quella del morto che parla attraverso una maga, molto più dura digerire la variante western con lo stregone apache che fa da tramite al morto davanti ad un tribunale americano. Un effetto posticcio che si avverte per tutto il film e che sminuisce il racconto. A cominciare dal gioco sulle diverse versioni del fatto di cronaca, dove si incrociano falsità e dubbie verità, che da apologo sulla menzogna di cui si nutre ogni esistenza umana si riduce ad una banale constatazione dell'ambiguità dei punti di vista. Il tutto non certo nobilitato dagli ampollosi dialoghi filosofeggianti dei tre narratori.



Nonostante tutto, almeno per due terzi di film, il geniale meccanismo narrativo inventato da Kurosawa (giustamente accreditato tra gli sceneggiatori) funziona anche ne "L'oltraggio". Crolla però inesorabilmente nella parte finale. Anche qui come nell'originale nell'ultima parte viene svelata la meschinità di tutti personaggi, ma se nel film giapponese la pateticità dei personaggi non smorzava la tensione, ma accresceva anzi il senso di amarezza, nella versione di Ritt sembra improvvisamente di vedere una commedia western del peggior Burt Kennedy, con gag degne di titoli come "L'infallibile pistolero strabico". Colpo di grazia il ritrovamento del neonato abbandonato da parte dei tre narratori, il barlume di speranza finale. Colpo di scena coerente nel contesto di un medioevo giapponese devastato da guerre e carestie, ma involontariamente ridicolo e gratuito se ambientato in una stazioncina ferroviaria del West sperduta in mezzo al nulla.



Un film quindi profondamente sbagliato, ma non privo di un suo fascino strambo e malato. Soprattutto grazie al mostruoso lavoro di James Wong Howe, che compie autentici miracoli con il suo bianco e nero. Tanto luminose e vuote erano state le inquadrature di "Hud", tanto qui le immagini sono barocche e piene di chiaroscuri. Resta impressa l'atmosfera di un West allucinato e surreale, con momenti di grande suggestione, come la spettrale atmosfera crepuscolare in cui è immersa la stazioncina ferroviaria e il clima rarefatto e onirico durante le sequenze del processo. Ritt dal canto suo ci mette la sua solita abilità nel dirigere gli attori, riuscendo ad infondere un fascino teatrale a molte sequenze. Se Kurosawa si rifaceva alla tradizione del teatro Nō l'americano sembra guardare al teatro di Pirandello.

Per Newman, che fa il trucido truccato da messicano, si tratta con tutta probabilità della sua interpretazione universalmente più mal giudicata. Ma alla fine la palese assurdità della sua mascherata è coerente con lo spirito alterato e ambiguo di tutta la messa in scena. E se fa la macchietta la fa comunque da grande attore.


1967 Hombre
di Martin Ritt con Paul Newman, Fredric March, Richard Boone, Margaret Blye, Martin Balsam, Diane Cilento, Cameron Mitchell, Frank Silvera, Barbara Rush

John Russell detto Hombre, un bianco adottato dagli apache, riceve in eredità una pensione gestita da una vedova. Recatosi in città vende la pensione e licenzia la donna. I due si ritrovano su una diligenza che durante il viaggio viene assalita da cinque banditi. Toccherà al mezzo indiano, disprezzato dagli altri passeggeri, fronteggiare la banda e salvare tutti. Ma a caro prezzo.



Tratto da un romanzo di Elmore Leonard (Hombre, 1961), l'ultimo dei western di Ritt e Newman è quello relativamente più tradizionale, pur comunque non privo di elementi originali. Notevole soprattutto la trovata paradossale di mostrare come vittima di pregiudizi razziali un personaggio interpretato da Paul Newman, che produce l'ovvio spaesamento di veder emarginato un bianco dai tratti apollinei e gli occhi azzurri, una contraddizione visiva che mette a nudo con efficacia i meccanismi sociali e culturali del razzismo. Un'intuizione a forte rischio ridicolo involontario riuscita alla perfezione soprattutto grazie alla straordinaria prova dell'attore. Infatti, nonostante appaia in costume da indiano solo nelle prime sequenze e poi sia sempre vestito come un bianco, è impareggiabile la capacità di Newman di atteggiarsi, muoversi e impugnare le armi come fosse davvero un apache. Da vita così ad uno dei migliori personaggi del western americano degli anni 60, un guerriero glaciale, imperturbabile e imperscrutabile, "una perfetta e magistrale interpretazione del classico e tormentato personaggio dell'anti-eroe newmaniano" (M. Mihich)



Tutto il film è all'insegna del paradosso. I noti liberal Ritt e Newman mettono in scena una realtà spietata, dove gli scrupoli morali e la pietà umana hanno solo effetti negativi e la sopravvivenza è legata alle scelte apparentemente amorali e opportunistiche del protagonista. In questo senso da antologia la sequenza in cui Hombre tenta di uccidere a sangue freddo un bandito che era venuto per parlamentare ("How you going to get back down that hill?"), dove non solo infrange una regola cavalleresca, ma anche una convenzione cinematografica che il pubblico in genere si aspetta venga rispettata anche dai personaggi negativi. Non è però un semplice ribaltamento di prospettiva, l'esaltazione del buon selvaggio libero dalle ipocrisie dei bianchi rispettosi delle convenzioni anche mentre si ammazzano, dato che il protagonista si dimostra anche cinico e opportunista, apparentemente indifferente alle sofferenze e ai problemi altrui. L'unico personaggio positivo del film è quella della vedova, la cui bontà scatenerà involontariamente però proprio la tragedia conclusiva. Il finale è infatti beffardo e crudele. Di fronte alla vigliaccheria e impotenza dei bianchi tocca al "selvaggio" indifferente tentare il gesto eroico, ma pagherà caro quel suo primo gesto di umana solidarietà.



Il film è carico di quell'atmosfera fatalista, sospesa ed ambigua, tipica di un certo cinema americano degli anni 60 e interpretato da gente uscita dall'Actors Studio come Newman. Il ritmo è lento e disteso, ma la tensione monta in maniera inesorabile, arrivando a splendidi momenti di tensione (la rapina, l'agguato sul crinale, il finale) che deflagrano in fulminee e memorabili esplosioni di violenza. I personaggi sono delineati con eleganza e sicurezza, soprattutto il capo dei banditi interpretato da Richard Boone, che tiene testa a Newman con il suo solito personaggio sornione e canagliesco, in fondo quasi simpatico.

James Wong Howe fa il solito magistrale lavoro anche con il colore. La fotografia in "Hombre" è al servizio della storia, più "invisibile" e neutra, meno spettacolare rispetto ai due film precedenti, ma ugualmente capace di trasmettere il senso dello spazio e di catturare il calore e l'aridità dell'ambientazione. Fu il suo dodicesimo ed ultimo western, il primo a cui aveva lavorato era del 1919, quasi cinquant'anni prima.