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mercoledì 25 settembre 2019

MADRON



1970 Madron / His Name Was Madron
di Jerry Hopper. Con Leslie Caron, Richard Boone, Paul Smith

Adorabile e misconosciutissima produzione americana girata in Isreale. Come un po' tutta la manciata di western girata da quelle parti in quegli anni ha un'aria sgangherata e poverissima. Non c'e' neanche quasi una storia, ma solo una situazione tirata per le lunghe: dopo essere sopravvissuta al massacro della sua carovana una suora si aggrega a un ispido e riluttante bandito, il Madron del titolo. Tra agguati apaches e scontri con bandoleros ovviamente tra i due nascera' del tenero.
Il modello e' chiaramente "Gli avvoltoi hanno fame" di Siegel dell'anno prima, di cui e' quasi un istant-remake da morti di fame. Anche qui si tenta di unire una certa estetica spaghetti western (le belle musiche sono di Riz Ortolani) al filone dei western commedia che andavano di moda in America ai tempi. Nonostante la disparita' di mezzi, e nonostante Jerry Hopper (al suo ultimo film) non sia chiaramente Siegel, e' uno di quei casi in cui la serie B, anzi la C, batte la A.

La poverta' estrema della messa in scena, visibile anche in qualche scena d'azione montata un po' a caso, finisce per sembrare quasi poetica, coi due protagonisti che per quasi tutto il film vagano soli in mezzo al giallognolo e fascinosamente desolato deserto isrealiano.



Sono proprio i protagonisti che funzionano meglio rispetto al film di Siegel. Leslie Caron fa molte meno smorfie della McClaine ed e' dolce e bellissima, forse piu' di quanto non sia mai stata neanche da giovane (qui andava per i 40), col volto incorniciato  dal velo bianco da suora ha persino un che di rinascimentale. Anche Richard Boone e' un attore piu' versatile di Eastwood, e sa dosare meglio cialtroneria, timidezza e romanticismo. Tra i due l'intesa sembra vera e soprattutto negli ultimi venti minuti di film raggiunge una bella intensita' malinconica, fino al triste epilogo.

In Italia e' circolato (probabilmente poco) con l'anonimo e assurdo titolo "La valle dei comanches".

domenica 9 settembre 2018

DAN CANDY'S LAW / ALIEN THUNDER



1974 Dan Candy's Law / Alien Thunder
di Claude Fournier con Donald Sutherland, Kenin McCarthy, Chief Dan George, Gordon Tootoosis,  Francine Racette, Ernestine Gamble

Ispirato ad un fatto vero. Saskatchewan 1880: piu' per ottusa testardaggine che per autentico spirito di vendetta, il sergente delle Giubbe rosse Dan Candy (Donald Sutherland) si imbarca in una faida personale con un indiano cree, colpevole dell'omicidio di un suo collega e amico. 

Bellissimo e dimenticatissimo titolo canadese. Western autunnale se mai ne e' esistito uno, dato che gli splendidi paesaggi autunnali e invernali sono forse i veri protagonisti del film. Al termine dei titoli di testa Fournier viene accreditato come regista e direttore della fotografia, tutta sua quindi l'atmosfera fosca e quasi bruegheliana in cui e' immersa questa storia di stanca vendetta e quieta tragedia, con l'enormita' dei paesaggi selvaggi che minimizza le azioni degli uomini. Film quasi cronachista e anti-spettacolare, che sta dietro ai fatti e alle azioni quotidiane, che si attarda piu' a cercare la poesia nel volto di una ragazza indiana tra i rami, che non a spiegare le psicologie dei personaggi o le ragioni storiche e sociali di quel che accade.  

Un inno visivo al Canada, a quella sua aria un po' misteriosa, da West piu' freddo e filtrato da un antichita' europea. Ma di contro anche un velenoso sberleffo al mito della Giubba Rossa. Se gia' Sutherland, con la sua solo presenza, fornisce una figura di giubba rossa poco eroica e ancor meno aristocratica (in un'ironica sequenza lo si vede attendere il suo avversario nel campo indiano, ma i cree gliela fanno sotto il naso comunicando tra loro con i versi degli uccelli), ci pensa il finale a mettere in una luce definitivamente grottesca quello che in fondo fu comunque il braccio armato di una potenza colonizzatrice.

Oltre a Sutherland ci pensa il faccione di Chief Dan George, nella sua consueta parte di saggio capo indiano, a dare al film qualche lieve tocco di simpatia umana.

mercoledì 10 dicembre 2014

La banda di Jesse James



1972 LA BANDA DI JESSE JAMES (The Great Northfield Minnesota Raid)
di Philip Kaufman con Cliff Robertson, Robert Duvall, Luke Askew, R.G. Armstrong, Dana Elcar, Donald Moffat, John Pearce, Matt Clark, Wayne Sutherlin, Robert H. Harris, Elisha Cook Jr.

E chi se lo ricorda più Philip Kaufman? Del resto è solo una delle tante personalità dimenticate - appunto - del cinema americano pre-anni 80. Svantaggiato in particolare dal non aver mai legato, da regista, il suo nome ad un film realmente famoso, ma tutt'al più a qualche cult movie piuttosto di nicchia. C'è il rischio che il suo film più noto sia oggi uno dei suoi peggiori, "Sol levante", mentre è quasi una certezza che l'ormai brevissima memoria degli appassionati di cinema odierni leghi il suo nome più al primo film di Indiana Jones, di cui fu sceneggiatore, che alla sua carriera di regista. Che pure per vent'anni fu interessante e notevole. C'è da dire che anche lui ci ha messo del suo per farsi dimenticare, dirigendo titoli indifendibili come "Henry e June", il già citato "Sol levante" (che a dire il vero ha una prima parte molto interessante, prima di svaccare indecorosamente) o, quasi peggio, pellicole assolutamente anonime come "La tela dell'assassino".

Ma le prime due decadi di carriera furono ben altra storia. Dai due film indipendenti degli anni 60 influenzati dalle sperimentazioni della nouvelle vague Goldstein e Fearless Frank (esordio al cinema di Jon Voigt), alle cinque pellicole decisamente "New Hollywood" dirette tra il  '72 e '83: La banda di Jesse James oggetto di questo post, lo sfortunato apologo polare e satirico The White Dawn, il sottovalutato remake (che in realtà racconta tutta un'altra storia) de "L'invasione degli ultracorpi" Terrore dallo spazio profondo, il sovreccitato action teppistico The Wanderers e la bellissima elegia dei collaudatori di aerei Uomini veri.

Nel 1978 doveva dirigere anche Il texano dagli occhi di ghiaccio con Clint Eastwood, ma venne licenziato e sostituito dopo due settimane dall'ingombrante attore/regista. Se l'idea di Kaufman era di girare qualcosa di simile al suo western precedente, non viene difficile immaginare i motivi dello scontro tra i due autori.



Tra i tanti e forse troppi film dedicati al discutibile mito di Jesse James e della sua banda, La banda di Jesse James / The Great Northfield Minnesota Raid ne propone indiscutibilmente la versione più eccentrica. A cominciare dalla scelta di mettere al centro del film non i due fratelli James, ridotti praticamente a comprimari, ma piuttosto i loro complici, in particolare il Cole Younger interpretato da un intenso Cliff Robertson. Originale anche l'idea di concentrare la narrazione solo sulla disastrosa rapina alla banca di Northfield, che mise fine alle attività criminali della banda. Seguiamo quindi lo svagato viaggio della banda verso la cittadina, la loro permanenza e infiltrazione tra la popolazione, le allucinate sequenze della rapina e della fuga.

Kaufman sceglie un taglio grottesco e impressionista, ancora debitore del cinema francese, destrutturando il racconto con uno stile divagante e libero, che narrativamente preferisce i tempi morti e sembra procedere per libere associazioni, variando continuamente tono e atmosfere. Si passa ad esempio dai titoli di testa, che raccontano l'epopea dei James con la tecnica e la retorica roboante dei film classici, alla prima vera sequenza del film, in cui i due James discutono mentre cagano in una latrina, pulendosi il culo con i giornali che parlano di loro. Ma il film non procede per accostamenti sempre così didascalici, è anzi pieno di visioni e simboli misteriosi (Younger che continua a sognare degli enigmatici visi femminili), schegge improvvise di poesia (una prostituta che canta in un bordello una triste nenia slava), atmosfere surreali (il clima onirico nel bordello o in casa di una vecchietta in cui trova rifugio la banda) e trovate stranianti in un contesto western (come una rissosa partita di baseball agli albori). Sì passa dal comico al tragico anche all'interno della stessa sequenza, come quando dopo la rapina dei probi cittadini in cerca di giustizia impiccano quattro poveracci a caso sorpresi in un bordello.



Di grande effetto le esplosioni di violenza, debitrici tanto della secca durezza di un Arthur Penn quanto della caoticità di un Peckinpah (da notare che ben quattro attori del cast - Luke Askew, Matt Clark, Elisha Cook Jr., R. G. Armstrong - li si ritroverà l'anno dopo in Pat Garrett e Billy The Kid). Il pezzo di maggior effetto è ovviamente quello caotico, buffo e sanguinoso della rapina, ma lasciano il segno anche la strage iniziale davanti ad un bordello e la fulminea sequenza della cattura dei protagonisti.

Notevole l'intuizione di visualizzare la cittadina di Northfield come un simbolo di quel sviluppo meccanico e borghese che preannunciava la modernità e il grigiore del 900, in netto contrasto con il sud arcaico e contadino da cui proviene la banda dei James, dove ancora si aggirano streghe e gli uomini danno retta alle superstizioni: non a caso il Jesse James interpretato da un invasato Robert Duvall ha molto dei predicatori visionari (e cialtroni). Genialoide in particolare l'uso di un organetto a vapore, che casualmente durante la rapina diventa un precursore degli allarmi elettronici moderni. Il film destabilizza infatti anche da un punto di vista sonoro con una colonna sonora che mette insieme tradizione americana e europea, suggestioni psichedeliche e sonorità a tratti più da poliziesco moderno che da western.

Anche la recitazione è sovraccarica e sempre al limite, ma affidata ad un cast stratosferico, tanto per quanto riguarda gli attori di primo piano (ma è davero esistito un tempo in cui attori come Robertson e Duvall erano considerati di richiamo?) che le facce secondarie, una valanga di faccioni appartenenti ai migliori caratteristi di quegli anni.



Descritta l'originalità dell'approccio di Kaufman alla materia narrativa, va comunque sottolineato che l'atmosfera del film vuole e riesce a restare comunque all'interno del genere. Pur concedendo molto poco alle aspettative del pubblico è lo stesso un film che costruisce una sua stramba spettacolarità. Quella di un'opera che usa la ricerca di una messa in scena realistica per trovare la deformazione satirica, riuscendo a evocare  quelle atmosfere sature, vivide e allusive, che solo certo cinema americano degli anni 70 sembra aver avuto il potere di mettere su pellicola con tanta intensità.

martedì 4 febbraio 2014

Cain's Cutthroats / Cain's Way / Justice Cain / The Blood Seekers



1971 Cain's Cutthroats / Cain's Way / Justice Cain / The Blood Seekers
di Ken Osborne. Con John Carradine, Scott Brady, Valda Hansen, Robert Dix, Don Epperson, Darwin Joston, Ttereza Thaw

Frugando nei sottoboschi delle cinematografie di mezzo mondo alla ricerca del gioiello misconosciuto, del titolo stramboide da esibire, dell'autore forse ingiustamente dimenticato, si finisce molto spesso a guardare un bel po' di spazzatura. La sensazione di star buttando via più o meno preziose ore di vita che ogni tanto ne consegue è uno dei motivi per cui, da parte di chi scrive, ogni tanto questo blog va in stand-by per mesi.
Quel rischio è maggiore quando ci si immerge negli abissi senza fondo della serie Z del cinema. Quella (ci si illude) tutta sesso e violenza, in cerca di visioni brutte e maleducate e quindi (ci si ri-illude) più libere e selvagge di quelle del cinema convenzionale.

La poco poetica realtà è che la stragrande maggioranza delle volte ci si trova davanti a film auto-censurati e goffi, dove gli unici brividi morbosi sono dovuti a qualche poster ammiccante e a titoli sensazionalisti (spesso più d'uno per film, come nel caso in questione). Altrettanto spesso ci si trova davanti a pellicole faticosamente costruite attorno a due o tre scene forti o presunte tali, ma dove nell'attesa di quelle singole sequenze si muore solo di noia. Ogni tanto si becca il film che tenta realmente la carta dell'estremo, ma in cui spesso si esagera al contrario, scadendo nel grottesco e nel ridicolo involontario a forza di accumulare effettacci e finendo comunque nella noia. E' invece davvero raro beccare il filmetto brutto, sporco e cattivo, ma che si lascia guardare e con una sua ragione di esistere. Uno di quei rari casi è questo Cain's Cutthroats / Cain's Way / Justice Cain / The Blood Seekers.

Diretto da tal Ken Osborne, regista di cinque dimenticatissime pellicole tra il 1965 e il 1974 (e neanche fosse Malick, un sesto titolo arriverà nel 2008). Una filmografia che sembra uscire dal sogno bagnato di un appassionato di cinema vintage americano: un dramma sudista, un film di motociclisti, un western di vendetta, un carcerario femminile e... un film su un tizio che cambia in meglio la sua vita scoprendo Gesù.



Sei reduci sudisti che sembrano usciti da un fagioli western italiano (nell'attesa prima di una rapina si grattano, sputano, si scaccolano, si prendono per i fondelli come bambinoni non troppo svegli) compiono una sanguinosa rapina ai danni di un carro militare. Poi si presentano a casa di un loro ex-capitano, che nel frattempo si è fatto una famiglia e una vita onesta. La rimpatriata va a finire malissimo con i sei mentecatti che stuprano e uccidono la moglie, accoppano il figlioletto e a buon conto danno fuoco anche alla casa. Nel resto del film ovviamente vedremo il furente capitano, il cui nome è - sottilissima metafora - Justice Cain, inseguire i sei debosciati trucidandoli uno ad uno.

Cain's Cutthroats è appunto un film sporco e cattivo, anche se non proprio brutto. O perlomeno non bruttissimo. Relativamente a questo tipo di prodotti è girato con un minimo di dignità, gli attori sono passabili e hanno le facce giuste, la narrazione è spiccia e coerente. A livello di trama non è niente di più che il solito, prevedibile e truce revenge movie che ci si può aspettare da questo tipo di cinematografia, uno di quei film dove a scena scontata segue scena ancor più scontata. Eppure a modo suo riesce ad essere anche un film dall'aria curiosa. Il tono generale è strano, stralunato e sottilmente ironico, in contrasto con la truculenza della storia. Le scene d'azione sono veloci e ben spruzzate di sangue, ma la violenza incredibilmente non è quasi mai totalmente gratuita, con un che di balordo e casuale che la rende inquietante. I personaggi parlano molto, quasi come in un film di Tarantino (pur non avendo certo a disposizioni dialoghi altrettanto brillanti) e ogni tanto svelano sfumature non banali. Anche l'anti-climax finale non è esattamente quello che ci si aspetta abitualmente in film di questo tipo.

Il pregio maggiore del film è che, in contrasto con la tradizione del genere, il sentiero della vendetta intrapreso dal protagonista non è solitario. A lui si affiancano due personaggi: un irresistibile prete-buonty killer, che gira il West con il suo carro e un barile dove tiene in salamoia le teste dei fuorilegge che ha ucciso e una simpatica prostituta. Personaggi ben delinati che donano un tocco di umanità alla tipica meccanicità narrativa dei revenge movie.



Praticamente sconosciuto da noi il protagonista Scott Brady era un attore western molto famoso in America. Qui è una specie di John Wayne dei poveri, ma con un'espressione malinconica che lo fa assomigliare ad un forzato della serie Z come Lon Chaney Jr. 
Un altro forzato di quella filmografia era il grande John Carradine, qui nella parte del prete cacciatore di taglie. Ne ha girati a decine e decine di filmacci inguardabili in cui l'unica cosa da salvare era la sua faccia messa lì a fare la parte di un vecchio matto a caso. Stavolta invece ha tra le mani un personaggio ricco di umorismo nero, con cui diverte e ha l'aria di divertirsi.
Il più squiternato dei sei debosciati (per divertimento taglia la mano ad un poveraccio) è interpretato da Darwin Joston, che guadagnerà un suo posticino nella storia del cinema qualche anno dopo interpretando il Napoleon Wilson di Distretto 13 di Carpenter.
La simpatica e prosperosa Valda Hansen che interpreta la prostituta aveva iniziato la carriera nei film di Ed Wood. In confronto, un film del genere doveva esserle sembrato un kolossal.  

mercoledì 29 maggio 2013

El juez de la soga / The hanging judge



1973 EL JUEZ DE LA SOGA / THE HANGING JUDGE
di Alberto Mariscal, con Hugo Stiglitz, Milton Rodriguez, Narciso Busquets, Cristina Moreno, Bruno Rey, Rafael Baledon, Norma Lazareno

Proseguiamo la nostra rassegna sul western messicano, o chili-western, con quest’altra pellicola del prolifico Alberto Mariscal, uno dei registi più rappresentativi del filone (tra gli altri specialisti ricordiamo René Cardona e Raul De Anda Jr), almeno per quanto riguarda gli anni sessanta e settanta, quando da genere sentimentale e melodrammatico si trasformò in qualcosa di surreale, nero e violento, ispirato parte agli spaghetti western nostrani, per le figure archetipiche di giustizieri taciturni e nerovestiti, e parte a Sam Peckinpah, per l’estetica sanguinaria e soluzioni di regia come i ralenti e il montaggio non lineare.

Il film a cui si ispira più direttamente questo El juez de la soga (letteralmente "il giudice della corda") è però L’uomo dai sette capestri di John Huston, dell’anno precedente, uscito nei paesi ispanici con il titolo El juez de la horca (cioè "il giudice della forca"), che narrava in chiave brillante e romanzata le gesta del giudice Roy Bean, passato (sembra erroneamente) alla storia come “la legge a ovest del Pecos” per le sue esecuzioni spicce e sommarie.
La versione di Mariscal è però decisamente più cupa e malata di quella di Huston, e il protagonista della pellicola non è giudice ma un pistolero solitario con un look da becchino autoproclamatosi giustiziere che punisce le malefatte compiute nel Far West impiccando senza processo i responsabili.



Il West di Mariscal è, al solito, una frontiera apocalittica e ultraviolenta e la scena con cui si apre il film ne è esemplificativa: tre fuorilegge assaltano una fattoria isolata, uccidono l'anziano capofamiglia, violentano la figlia e crivellano a colpi di pistola un bambino di cinque anni. Un pugno allo stomaco dello spettatore che chiarisce fin dall’inizio il tono del film.
A questo punto, consci di averla combinata grossa, i tre assassini si separano e se ne vanno ognuno in una direzione diversa: uno va a far festa in un bordello, l'altro diventa non si sa come sceriffo e l'ultimo diviene padrone di un grosso ranch dopo averne ammazzato il legittimo proprietario. Inutile dire che uno dopo l’altro i tre verranno però raggiunti e giustiziati senza pietà dall’implacabile “giudice della corda”.
Come si vede il soggetto del film è del tutto minimale. Quello che interessa al regista sono soprattutto le modalità di esecuzione delle condanne: particolarmente fantasiosa la seconda, con il malcapitato sepolto vivo fino alla testa e lasciato alla mercé di scorpioni velenosi.
Come negli altri western di Mariscal non manca nemmeno il sottotesto matriarcale, tramite dei continui flashback in cui il protagonista viene perseguitato della madre, che lo ammonisce sulle terribili conseguenze del farsi giustizia da sé.



Mariscal dimostra comunque anche in questa pellicola, forse meno eccessiva e delirante di altre, di possedere un suo quid personale e l’ultima immagine del film, che ovviamente non riveliamo, mette in discussione tutto quanto visto in precedenza ed eleva dalla banalità un soggetto forse eccessivamente esile.

Tra le cose migliori del film va annoverata senza dubbio la magnifica interpretazione del grande attore messicano Hugo Stiglitz, che ha lavorato anche negli Stati Uniti (ad esempio in Sotto il vulcano) e in Italia (soprattutto in film di genere come Tintorera e Incubo sulla città contaminata): se il suo nome vi ricorda qualcosa è perché Quentin Tarantino ha chiamato così uno dei personaggi del suo film Bastardi senza gloria in omaggio all’attore messicano.

venerdì 17 maggio 2013

Io sono Valdez


1971 IO SONO VALDEZ (VALDEZ IS COMING)
di Edwin Sherin, con Burt Lancaster, Susan Clark, Richard Jordan, Jon Cypher, Hector Elizondo, Frank Silvera

Bob Valdez, un vice-sceriffo messicano bonaccione e un po’ ottuso, si mette in testa di risarcire la vedova indiana di un ex-soldato di colore da lui ucciso per legittima difesa dietro errata segnalazione del Signor Tanner, un ricco trafficante della zona, che lo aveva indicato come assassino e disertore. Viene prima preso in giro, poi minacciato e infine crocifisso a una croce di legno e abbandonato nel deserto. Salvatosi per miracolo imbraccia le armi e ritorna da Tanner per chiedere i soldi, e per convincerlo a pagare rapisce la sua donna. Ha inizio quindi la caccia a un Valdez che nessuno conosceva, con un passato di scout e cacciatore di apaches tra i più pericolosi e sanguinari...

Elmore Leonard è uno scrittore che, a seconda delle opinioni, viene considerato alternativamente uno dei più grandi autori americani contemporanei oppure solo un mestierante abile nel dare al pubblico emozioni forti a buon mercato. Senza volerci addentrare nella questione ci limitiamo a constatare come buona parte dei suoi più di cinquanta romanzi sia stata adattata per il cinema, rendendolo di fatto uno dei romanzieri più saccheggiati di sempre dalla settima arte (in questa classifica Stephen King resta probabilmente inavvicinabile).
Il momento di maggior gloria cinematografica Leonard lo ha probabilmente vissuto all’inizio degli anni novanta, quando dopo la trasposizione da parte del (solito) Quentin Tarantino del suo romanzo Rum Punch nel film Jackie Brown c’è stato un rinnovato interesse per la sua narrativa da parte della nuova corrente cinematografica pulp-noir, che portò alla realizzazione di film come Out of Sight, Get Shorty e Be Cool. I thriller dell'autore erano comunque stati oggetto di riduzione cinematografica già fin dagli anni settanta (con titoli come Io sono perversa, I contrabbandieri degli anni ruggenti, A muso duro, Scherzare col fuoco, 52 gioca o muori, Oltre ogni rischio...).

Quello che non tutti sanno è che anche se è divenuto famoso come scrittore di crime novels Elmore Leonard nasce come autore western, genere a cui si è dedicato ininterrottamente dal suo primo romanzo degli anni cinquanta fino agli anni settanta, prima che il genere cominciasse a declinare anche nella narrativa. E anche in questa sua meno conosciuta veste gli adattamenti per il grande schermo si sprecano, e non certo in film di poco conto: I tre banditi, Quel treno per Yuma, Hombre, Joe Kidd...
Esemplificativo del successo di Leonard come narratore western e di quanto i suoi lavori venissero tenuti in considerazione dall’industria cinematografica è il romanzo Arriva Valdez del 1970 (pubblicato in Italia nella benemerita collana dei tascabili western della Longanesi), tratto da un suo precedente racconto (pubblicato da Einaudi nella raccolta Tutti i racconti western), che venne trasposto in pellicola già l’anno immediatamente successivo alla sua pubblicazione.



Calato in piena estetica crepuscolare il film Io sono Valdez (il titolo italiano perde tutto il significato minaccioso dell’originale) è uno dei numerosi western americani girati in Spagna negli anni settanta e segue molto fedelmente, replicandone scene e dialoghi spesso parola per parola, il racconto d’origine, permettendosi solo qualche minima variazione, come quella di eliminare la love story tra il protagonista e la donna da lui rapita – non a caso la parte più debole del romanzo – e modificando parzialmente il finale, che nella pellicola si chiude, con un anticlimax tipico del periodo, in un fermo-immagine che nega allo spettatore il duello conclusivo, commentato solo dalla voce-off del protagonista (da verificare però in lingua originale, perché negli anni settanta i finali di vari western vennero arbitrariamente modificati perché poco ortodossi, vedi Costretto ad uccidere o Lo straniero senza nome).



Si tratta di un western robusto e brutalmente efficace – del resto con un soggetto talmente convincente e strutturato era difficile realizzare un brutto film – anche se la regia del debuttante Edwin Sherin, pur diligente e onesta, non brilla per inventiva e il film non riesce ad elevarsi dallo status di dirty western di serie B, seguendo una traiettoria piuttosto semplice di causa-effetto basata sulla caccia all’uomo (cosa comune a molti altri western dei seventies) e sulla ribellione della persona mite e in apparenza inoffensiva (tematica allora in auge grazie a film come Cane di paglia), nonostante le velleità di partenza fossero probabilmente ben altre, visto che il regista inizialmente incaricato del progetto era addirittura Sidney Pollack.
Nel ruolo di Valdez, inoltre, era inizialmente previsto Marlon Brando mentre Burt Lancaster doveva limitarsi ad interpretare l’antagonista. Dopo il rinvio del film a causa delle riprese di Airport Lancaster, che era anche il coproduttore della pellicola, decise di riservare per sé il ruolo del protagonista e di chiamare, del tutto a sorpresa, come regista Sherin, un autore teatrale di Broadway famoso al tempo per aver portato al successo la pièce di Per salire più in basso (la cui versione cinematografica venne curiosamente diretta in Almeria nello stesso periodo da Martin Ritt) e che al cinema non farà poi più nulla.



Oltre che per la storia e i dialoghi asciutti ed efficaci Burt Lancaster in una delle ultime interpretazioni di una straordinaria carriera western è un’altra delle ragioni per vedere il film: con lo stesso look con i baffi di Nessuna pietà per Ulzana dell’anno successivo dà vita a un’interpretazione memorabile e, nonostante la statura e gli occhi azzurri lo rendano poco credibile come messicano, è convincente sia nell’iniziale incarnazione bonaria e remissiva di Valdez che in quella spietata e sanguinaria successiva, dimostrando di essere un magnifico attore western anche nei ruoli laconici ed essenziali della maturità come nelle sue esuberanti interpretazioni giovanili (basti ricordarlo in Vera Cruz).

Anche il resto del cast, pur non contando su grandi nomi, è decisamente all'altezza: i bravi caratteristi Jon Cypher e Richard Jordan, al loro primo film, Frank Silvera nella sua invece ultima interpretazione e la bella Susan Clark nel ruolo della donna rapita, che consente al regista di spingere un po’ sui tasti del lato exploitation del film, come sottolineato dalla stampa dell’epoca.

martedì 30 aprile 2013

i film - Diamante Lobo / L'uomo di Santa Cruz



Ultimo capitolo della nostra rassegna dedicata ai western di produzione americana girati in Spagna. Siamo arrivati al 1973, in cui vennero messi in cantiere tre titoli. Sorvoliamo su Valdez, il mezzosangue (Chino), ultimo film del vecchio John Sturges, racconto intimista e vagamente crepuscolare tutto americano.


Patty Shepard in "Lo Chiamavano Mezzogiorno"

Abbiamo già scritto dell'intrigante Lo chiamavano Mezzogiorno (The man called Noon) di Peter Collinson. Tratto da un romanzo Louis L'Amour e afflitto dal solito demenziale titolo italiano tipico del periodo, può essere probabilmente considerato l'ultima convinta produzione di un western euro-americano, in cui ancora cercavano di convivere un certo gusto per i caratteri e l'azione della tradizione americana con certe influenze degli spaghetti western.



Charley One-Eye di Don Chaffey, inedito in Italia, è un introvabile e probabilmente parecchio interessante western picaresco, legato al versante più politico e autoriale della blaxploitation, presentato addirittura al festival del cinema di Berlino e vicino ad un certo cinema terzomondista molto in voga all'epoca. Storia molto allegorica dell'amicizia tra un disertore nero (Richard Roundtree, la star black per eccellenza del periodo dopo il successo di "Shaft"), uno strampalato meticcio e un pollo guercio. Ne riparleremo, quando si spera capiterà l'occasione di vederlo.   

* * *

Nel 1975 si ricompone l'accoppiata di El Condor formata da Jim Brown e Lee van Cleef, più altre due star della blaxploitation, nel divertente La parola di un fuorilegge è legge. Film prodotto dalla Fox, ma diretto dal nostro Antonio Margheriti, quindi considerabile come un tradizionale western all'italiana. Per altro il film non venne girato in Spagna, ma nelle Isole Canarie.

Un set ancora più inconsueto hanno gli ultimi due film presi in considerazione dalla nostra rassegna, due film "gemelli" girati nel 1976 addirittura nel deserto israeliano. Dopo che per anni le produzioni americane avevano significato budget ricchissimi o comunque molto al di sopra degli standard europei, alla fine si tornava alle pellicole di scarto girate con due soldi come nei primi anni 60. Il primo è un tardissimo "spaghetti" diretto da Gianfranco Parolini che gode della tremenda fama di essere uno dei peggiori western di tutti i tempi. Fama assurda, visto che il film è senz'altro mediocre e raffazzonato, ma anche solo ai tempi d'oro dei western all'italiana si era visto infinitamente di peggio.

1976 Diamante Lobo (God's Gun)

di Gianfranco Parolini, con Lee Van Cleef, Jack Palance, Richard Boone, Sybil Danning, Leif Garrett, Rafi Ben Ami, Heinz Bernard, Ricardo David

di Mauro Mihich
 
Primo western dei produttori israeliani Menahem Golam e Yoran Globus (si faranno un nome negli anni ottanta con la loro casa di produzione Cannon, specializzata in b-movies d’azione e guerrafondai, quelli di Chuck Norris e della serie "American Ninja" per intenderci), ultimo per il nostro Frank Kramer al secolo Gianfranco Parolini e penultimo per il grande Lee Van Cleef, che dopo il “gemello” L’uomo di Santa Cruz abbandonerà definitivamente il genere che gli aveva dato notorietà internazionale e un posto indelebile nel cuore degli appassionati.

E’ proprio lui uno dei pochi motivi per vedere un film che anche se non si merita appieno la pessima fama di cui è oggetto è stato diretto con la mano sinistra da un Parolini abbandonato insieme a tutta la sua troupe nel deserto del Negev in Israele, dove il film è stato girato in condizioni proibitive, nonostante il pessimo servizio fattogli dalla sceneggiatura, che gli ritaglia il doppio ruolo di un prete (!), che viene fatto fuori dopo neanche mezzora di film, e del fratello gemello, il protagonista del titolo, che accorre per vendicarlo e che per farlo ne indossa l’abito talare (a un certo punto, in flashback, i due sono pure in scena assieme) e si fa passare per lui, in un finale dai toni quasi horror. Il film vanterebbe anche una discreta dose di sesso e violenza, aggiornata agli anni settanta in cui è stato girato, con buchi in fronte e teste spappolate, ma purtroppo sconta troppo il ritmo piatto e televisivo, i lunghi dialoghi e le pessime comparse israeliane, che indispongono anche lo spettatore più accomodante verso il genere.



Un peccato perché, a parte l’insopportabile Leif Garrett, all’epoca famoso cantante pop adolescente, che per fortuna a metà film perde la voce, il film conterebbe anche su un buon cast, a iniziare dal sempre ottimo Jack Palance che interpreta da par suo il cattivone vestito di nero e col sorriso perennemente stampato sul viso, per proseguire con la vecchia star dei western americani Richard Boone, fino a una sfavillante Sybil Danning, attrice di un certo culto tra gli amanti della serie B.
Nonostante i tempi dei vari Sartana, Sabata e Indio Black siano ormai inesorabilmente lontani e manchi quasi del tutto delle sue celebri “parolinate”, la regia del cineasta romano dimostra comunque ancora un certo mestiere, con preziosismi come quello di racchiudere l’inizio e la fine del film dentro il riquadro di un teatrino delle marionette, oppure con il finale leoniano al cimitero indiano, coreografato molto bene. Molto bella, come sempre nei western di Parolini, la colonna sonora, opera di Sante Romitelli.

1977 L'uomo di Santa Cruz (Kid Vengeance)

di Joe Manduke con Lee Van Cleef, Jim Brown, Leif Garrett, Timothy Scott, Glynnis O’Connor,, John Marley, David Loden, Dalia Penn, Matt Clark

Pur avendo tutta l'aria di essere il gemello povero del film di Parolini, quindi girato con gli scarti di una pellicola già abbastanza misera di suo, è però decisamente più riuscito. Entrambi al loro ultimo ruolo western, Lee Van Cleef e Jim Brown tornano ancora volta insieme in un minuscolo film quasi no-budget. Praticamente tutto ambientato in un deserto, vede in scena per tutta la sua durata al massimo una trentina di attori, contando anche le comparse. A sommare tutte le scene in cui recita Brown non starà sullo schermo più di un quarto d'ora, mentre Lee Van Cleef fa il cattivo. La star che nelle probabili intenzioni dei produttori (sempre Golam e Globus) doveva attirare il pubblico è il ragazzino protagonista Leif Garrett, melensa stellina pop dell'epoca, in seguito famoso più che per altro per i suoi abusi di stupefacenti e per i soliti eccessi da ex-bambino prodigio. 



La storia è quella di un ragazzino che si vede uccidere i genitori e rapire la sorella da un branco di scatenati fuorilegge. Dopo averli inseguiti e averne uccisi un bel po' da solo e con i metodi più fantasiosi, con l'aiuto di un minatore di colore tenterà di salvare la sorella affrontando il resto della banda nel suo covo.

Il bello di tutta l'operazione è che il film era chiaramente indirizzato ai giovanissimi fans di Leif Garrett. E in quell'epoca decisamente pre-politicamente corretto c'era evidentemente chi era convinto che si potesse prendere un classico canovaccio da rape & revenge e tirarne fuori appunto un film per ragazzi. Oltre agli omicidi e le violenze di rito di un qualsiasi western per adulti, un giovane spettatore di allora che assisteva a questo film poteva dunque deliziarsi con sequenze tipo quella del protagonista che assiste allo stupro e all'uccisione di sua madre, o tutte quelle in cui si vede il piccolo eroe che uccide nelle maniere più efferate i suoi nemici: uno lo fa fuori a badilate in testa, un altro lo impicca con un lazo, un paio li uccide usando scorpioni e serpenti, un altro ancora lo lapida. E così via. In tutto questo trova per contrasto una sua paradossale funzionalità l'aria efebica e angelica di Garrett, vestito pure tutto elegantino. 

Naturalmente la contraddittorietà dell'operazione oggi gioca a favore del film, rendendolo un'operina insolita e insospettabilmente ben fatta, pur con tutti i mostruosi e visibili limiti di budget. Il protagonista sembra una versione grandguignolesca del Jim Hawkins de "L'isola del tesoro", un ragazzino precipitato in un mondo di canaglie da cui difendersi con tutti i mezzi possibili. Parallelo forse non del tutto campato in aria tenendo conto del look decisamente piratesco sfoggiato da Lee Van Cleef con vistoso orecchino e bandana. Il suo personaggio non è però un Long John Silver del West, ma una carogna depravata che non suscita alcuna simpatia, anche se poi si rivela non del tutto privo di risvolti umani, come dimostra nell'ambiguo rapporto con la sorella del protagonista. In effetti il film può contare su delle inaspettate sfumature psicologiche, almeno relativamente alla sua rozza natura di revenge movie. Soprattutto nella spiazzante parte finale, dove vediamo gli assassini che tornano al loro paesino dove ad attenderli trovano famiglie e figli. Di conseguenza quando arriva il massacro conclusivo tutto risulta molto meno catartico e molto più amaro del previsto.



Al di là dei problemi legati al povertà della produzione, il film sconta anche delle ingenuità. Il protagonista in alcuni momenti sembra quasi invisibile nel suo riuscire ad avvicinarsi e poi a sfuggire ai suoi nemici, che a loro volta sembrano a tratti un po' troppo inebetiti. Inoltre non torna molto la logica degli spostamenti nel deserto, con personaggi appiedati che raggiungono con troppa facilità gente che viaggia a cavallo.
Altro punto a favore è invece la presenza come terzi incomodi di una coppia di balordi (uno dei quali è il grande caratterista Matt Clark), tipiche figure del cinema anni 70, in costante bilico tra comicità e violenza pronta ad esplodere. A differenza che nel film gemello vengono inoltre egregiamente sfruttate le particolarità del territorio israeliano, con le strane e belle formazioni rocciose del deserto del Negev che donano alla storia un'atmosfera insolita e lunare.  

* * *

Nel 1978 l'eccentrico Amore piombo e furore (China 9, Liberty 37) di Monte Hellman segna definitivamente la fine dei tentativi di mescolare il western americano con il del resto ormai morto e sepolto western europeo, la cui influenza in quel caso si limita infatti quasi solo alla presenza di Fabio Testi come protagonista. In seguito verrà girato qualche altro western americano in Spagna, ma senza che la location abbia alcuna influenza sullo stile e l'estetica dei film.

sabato 27 aprile 2013

i film - I tre del mazzo selvaggio (Pancho Villa)



Il 1972 per il western italiano è un anno di delirio autodistruttivo, con decine di ignobili western "fagioli" che vanno a intasare le sale. Ben presto, nauseato, il grande pubblico girerà per sempre le spalle al genere. Oltreoceano per il western crepuscolare americano è invece ancora tempo di capolavori e grandi film, ma che raramente ottengono significativi riscontri commerciali. In questo scenario di decadenza imminente per tutto il genere, iniziano a venir meno l'interesse per le coproduzioni hollywoodiane in Spagna: solo due.



La prima è un gioiello di cui abbiamo già scritto: Hannie Caulder di Burt Kennedy, in Italia scelleratamente intitolato La texana e i fratelli Penitenza (giusto per dire l'aria che tirava). Partendo da uno spunto di puro sensazionalismo exploitation, è un rape & revenge incredibilmente poetico e rarefatto, unico nel suo genere, in riuscito equilibrio tra la stilizzazione "pop" dei western spaghetti e la concretezza dei western americani. Amalgama riuscito così bene solo al sottovalutato Kennedy.

1972 I tre del mazzo selvaggio (Pancho Villa)

di Gene Martìn. Con Telly Savalas, Clint Walker, Chuck Connors, Anne Francis, José María Prada

Dopo che dei trafficanti d'armi americani hanno tentato di fregarlo, Pancho Villa decide di invadere a suo modo gli Stati Uniti. Sarà "The only man to invade the U.S.A", come recitava la frase di lancio del poster americano.

Un altro triste segno della volgarità dei tempi il titolo italiano, ebete e insensato (i "tre" non sono un "mazzo" né altro, visto che Chuck Connors fa un personaggio secondario che non compare neanche mai in scena con gli altri due), per un film che chiude la stagione dei western di ambientazione rivoluzionaria girati in Spagna dagli americani, iniziata quattro anni prima sempre con un film su Villa, Viva! Viva Villa!. Attori principali, sceneggiatura originale e buona parte dei soldi sono ancora americani, ma per il resto il film è spagnolo, a cominciare dal regista Eugenio "Gene" Martìn, che si era fatto le ossa come aiuto regista proprio nelle grosse produzioni americane girate in Spagna nei primi anni 60. Martìn sei anni prima aveva diretto un bellissimo western spaghetti tradizionale come The Bounty Killer, poi nel '71 il pessimo E continuavano a fregarsi il milione di dollari, infine questo rivoluzionario picaresco. Tre film totalmente diversi, che non sembrano minimamente girati dalla stessa mano. 



Più simpatico e spigliato della versione con Brynner, è un film piacevole, ma la storia gira completamente a vuoto. Non è nulla più di un lungo aneddoto picaresco, dove non c'è alcun reale sviluppo narrativo, quasi fosse l'episodio di un telefilm di cui già si conoscono i personaggi e si sa che torneranno in un episodio successivo. Il film vive delle mattane del personaggio di Villa, interpretato da un prevedibilmente straripante Savalas, che si mangia tutto il film gigioneggiando senza freni. Dosi abbondanti di humour nero nelle scene in cui, con il suo consueto sorriso serafico, accoppa a sangue freddo qualcuno personalmente o lo fa fucilare. In una scena getta una sua amante nuda dalla finestra, in un'altra fa la sceneggiata fingendosi moribondo per scoprire dei traditori e alla fine guida personalmente un treno per andare a schiantarsi contro un altro treno. Il film tira avanti così, tra scene madri e scenette più o meno riuscite. Pur partendo da fatti reali, fortunatamente il film non ha nessuna pretesa storica, proponendosi come una allegra cialtronata dalla prima all'ultima scena.

Tutto sommato la parte più interessante del film è la prima, non non a caso la più seria, quella più puntata sulle scene d'azione (molto buone tutte le sparatorie del film, girate con uno stile particolare, brusco ed energico) e dove il vero protagonista è il braccio destro americano di Pancho Villa, uno statuario ed ancora efficace Clint Walker, che deve andare in America a recuperare le armi, ma i venditori che hanno già intascato i soldi tentano di ucciderlo. È un personaggio un po' alla Corto Maltese, un avventuriero con berretto e giubba da marinaio nel Messico rivoluzionario.



Per la prima ed ultima volta, per quanto riguarda questo filone di film, è invertito il classico rapporto tra Stati Uniti e Messico. Qui è il territorio americano il territorio ostile che deve essere invaso ed espugnato dai protagonisti, anche se il tutto è giocato sui toni della commedia e della satira. Satira che non va per il sottile, soprattutto nel descrivere l'esercito americano come una banda di perfetti idioti. Ma anche apprezzandone i toni caustici, c'è da dire che non funzionano per niente le (per fortuna) poche scene con Chuck Connors nella parte di un generale americano imbecille, visto che le gag di cui è protagonista sono ai livelli di un film con Ciccio e Ingrassia. 

giovedì 25 aprile 2013

i film - Catlow



1971 Catlow

di Sam Wanamaker con Yul Brynner, Richard Crenna, Leonard Nimoy, Daliah Lavi, Jo Ann Pflug, Jeff Corey, Michael Delano, Julián Mateos, David Ladd, Robert Logan, Víctor Israel, Tito García

Il ladro di bestiame Catlow e la sua banda sono inseguiti da uno sceriffo suo ex-compagno d'armi e da un killer professionista assoldato da un suo nemico. Tra attentati reciproci e fughe varie finiscono tutti in Messico, dove Catlow e la sua banda portano a termine un grosso colpo ai danni dell'esercito messicano, recuperando un tesoro sudista. Durante la fuga nel deserto però dovranno vedersela sia con gli apache che con dei bandoleros messicani. 

Tratto da un romanzo di Louis L'Amour, è stato un classico dei palinsesti delle reti private minori degli anni 80. È un western scanzonato, forse un po' troppo frivolo. Ci sono infatti parecchi morti e la violenza non manca, ma c'è anche una diffusa voglia di buttarla se non proprio sul ridere almeno sul sorridente. Il che è sicuramente appropriato nei momenti da commedia, ma rischia di risultare stucchevole nei momenti potenzialmente drammatici. A buon conto le scene migliori del film sono quelle serie e violente, cioè quasi tutte quelle che vedono in scena la presenza di silenziosi e letali apache e il lugubre personaggio del cacciatore di taglie interpretato da Leonard "Mr. Spock" Nimoy, parecchio efficace in una parte alla Lee Van Cleef, anche se alla fine non granché sfruttata dalla sceneggiatura. C'è di tutto e anche di troppo: rurales, bandolers, sceriffi, apache, ladri di bestiame, cacciatori di taglie. Il tutto è frullato con una certa scioltezza e verve, soprattutto grazie ad un montaggio creativo e fantasioso, che esalta le scene d'azione e ravviva qualche momento un po' scontato, tipo una rapina ad un convoglio militare che diventa una specie di balletto.



Yul Brynner con il suo Catlow gioca ad impersonare un personaggio opposto ai suoi soliti, sia a livello caratteriale che estetico. Quindi invece del solito aspetto da ombroso con i vestiti scuri, qui sfoggia un cappello da cowboy di paglia e vestiti di  jeans chiaro, ma soprattutto continua a sorridere e a fare il simpaticone. Il che fa sinceramente a pugni con il suo faccione da beccamorto e il suo ghigno storto. La parte di allegra carogna avrebbe funzionato di più con un Kirk Douglas o un Paul Newman. Molto meglio lo sceriffo dell'ottimo Richard "Colonnello Trautman" Crenna, volto ricorrente di questi tardi western euro-americani, che in quegli anni per un breve periodo fu protagonista di una mezza dozzina di film prima di tornare a fare il caratterista. Le sequenze che lo vedono protagonista in solitaria sono le migliori del film. Un po' posticcia la parentesi romantica tra il suo personaggio e un'aristocratica messicana, ruolo per cui viene sfruttata la breve notorietà che l'attrice Jo Ann Pflug godeva dopo essere stata una delle allegre infermierine di "M.A.S.H.". Più incisivo il personaggio di una bandolera interpretata da una fin troppo scatenata e pasionara Daliah Lavi.

Mistero sul perché, avendo a disposizione due bonone come la Lavi e la Pflug, gli autori non abbiano trovato niente di meglio da mostrare al pubblico che un paio di discutibili nudi maschili: uno nientemeno che di Leonard Nimoy, l'altro del grande caratterista strabico visto in decine e decine di western spaghetti Víctor Israel.



Pur girato con i soldi della Metro-Goldwyn-Mayer è una pellicola più inglese che hollywoodiana, anche perché c'è da considerare che il solido (e non molto personale) regista Wanamaker era americano, ma da anni viveva e lavorava in Inghilterra dopo essere stato in patria vittima del maccartismo. Benché pieno di caratteristi e comparse dei western spaghetti, ancora una volta i modelli italiani non sono quasi tenuti in considerazione. La formula è la solita da buddy movie avventuroso ambientato tra Stati Uniti e Messico. Ma privato dei risvolti amari di modelli di riferminto come El Verdugo e El Condor il gioco rischia di girare a vuoto. Come ad esempio nel finale, dove una bella e tesa sequenza d'assedio, con i protagonisti che sembrano non avere più scampo, si risolve con un troppo provvidenziale arrivano i Nostri. Una soluzione che lascia una sensazione di incompleto.

Pur con questi limiti resta comunque una pellicola divertente, dal ritmo svelto, ben girata e con il giusto numero di efficaci scene d'azione. Soprattutto perché poteva ancora contare sull'abituale budget americano di tutto rispetto. Ma col senno di poi si nota che, come per i western italiani era iniziata la decadenza comicarola, anche per queste operazioni anglo-americane, indecise tra ironia e violenza (si veda anche il coevo Capitan Apache, uscito negli stessi giorni), iniziava a mancare la giusta convinzione. Infatti nel giro di un paio d'anni anche la stagione delle produzioni americane girate in Almeria sarebbe repentinamente tramontata.

mercoledì 24 aprile 2013

i film - Capitan Apache




1971 Capitan Apache (The Guns of April Morning / Deathwork)

di Alexander Singer con Lee Van Cleef, Carroll Baker, Stuart Whitman, Percy Herbert, Elisa Montés, Tony Vogel, Charles Stalmaker, Charly Bravo, Faith Clift, Rupert Crabb, Chris Huerta, Ricardo Palacios

Capitan Apache è un ufficiale indiano della riserva che indaga su una catena di delitti che ruotano attorno alla misteriosa frase "mattino d'aprile". Dopo essere sfuggito a vari attentati sventerà una congiura politica ad altissimo livello.

Unico e sgangheratissimo tentativo americano (chissà quanto consapevole) di fare un western "pop" alla Sartana. Inizia in maniera piuttosto pacchiana e delirante con una canzone country cantata dallo stesso Lee Van Cleef(!) che, quasi fosse il riassunto di puntate precedenti, presenta il protagonista e spiega un po' la situazione, mentre scorrono alcune scene che poi si rivedranno nel corso del film, come spesso si usava nei prologhi dei telefilm di una volta. E in effetti più che un film sembra di vedere l'episodio pilota di un serie televisiva mai realizzata, solo con molta più violenza e parolacce di quelle consentite ai tempi sul piccolo schermo. Girato con lo stile spiccio dei polizieschi e gialli di quegli anni, con una trama intrica al limite del comprensibile, ma portata avanti con un ritmo spedito e dei dialoghi allusivi. Non migliorano la chiarezza, ma sono interessanti, alcune ellissi narrative insolite e azzardate, soprattutto per un western. Dopo un susseguirsi, degno dei più classici hard boiled, di cattivi che si fanno fuori a vicenda, delitti, attentati, il finale su un treno è da thriller e da film di spionaggio. Non mancano neanche diverse stramberie, tra cui una strega che sembra piombata lì da chissà quale altro film, una coppia di killer gay (con annesse battute diciamo non esattamente all'insegna del politicamente corretto) e una sequenza, tra il grottesco involontario e il simpaticamente goffo, in cui Lee Van Cleef si fa un trip psichedelico che sembra presa da un horror di Corman.



Probabilmente fu un film che vide un grosso coinvolgimento da parte di Lee Van Cleef . Il personaggio di Capitan Apache da l'impressione di essere un personale (e tardivo) tentativo dell'attore di crearsi un nuovo personaggio alla Sabata, spendibile però anche sul suolo americano. Da lì forse la rinuncia ai gadget alla 007 e il guardare più allo stile dei detective privati che andavano di moda all'epoca, anche per un certo tipo d'ironia disincanta e un certo tono antieroico. Alla fine di tutto, in quanto indiano, Capitan Apache resta persino fregato dai politici a cui ha appena salvato la vita. Questo crea però qualche squilibrio nella caratterizzazione del personaggio, dato che in alcune scene sembra il tipico superuomo ammazzatutti degli "spaghetti", mentre in altre sembra in balia degli eventi e le prende da tutti come un Marlowe qualsiasi.

Nonostante un parrucchino e una giacca di pelle deliranti, Lee Van Cleef come indiano sarebbe anche abbastanza attendibile e continua ad avere un grande carisma nelle sequenze serie e violente. Convince invece molto meno quando tenta un registro più leggero e ironico. Non era tanto questione di doti interpretative, che non gli mancavano, semplicemente non aveva il physique du rôle per fare lo spiritoso. Buon per lui e per gli spettatori maschi che grazie agli inserti da commedia almeno finisce a letto con una burrosa Carroll Baker. Altra notevolissima presenza femminile nel cast è Elisa Montés, nei panni di una consolabilissima e caliente vedovella.



In definitiva una pellicola non molto sensata e probabilmente trascurabile, ma in fin dei conti piuttosto divertente. Comunque molto superiore all'infima media dei western comicaroli italiani che in quel periodo andavano per la maggiore e che avrebbero ammazzato il genere nel giro di un paio d'anni. 

martedì 23 aprile 2013

i film - Una città chiamata Bastarda



Nel 1971 furono ben otto i western diretti da registi statunitensi in Europa. Tutti abbastanza interessanti. Tramite coproduzioni che coinvolgevano vari paesi, girare in Spagna doveva essere all'epoca talmente conveniente che il cinema americano attraversava l'oceano per filmare titoli che poi di fatto non avevano nulla di europeo, come nel caso di pellicole quali Chato, Doc, Il giorno dei lunghi fucili e Io sono Valdez. Western assolutamente americani, che non rientrano, se non alla lontana, nella tipologia di film che stiamo cercando di mappare.


La sporca marmaglia di "La spina dorsale del Diavolo"

Rientrano invece perfettamente nella tipologia le altre quattro pellicole. La prima delle quali è una singolare produzione italo-americana, girata nell'allora Jugoslavia e non per una volta in Spagna, il notevole La spina dorsale del Diavolo (The Deserter) di Burt Kennedy, di cui abbiamo già scritto. In questo contesto ci limitiamo ad annotare come il film di Kennedy riproponesse quasi tutti gli elementi tipici del filone: la discendenza ancora più marcata del solito da "Quella sporca dozzina", con il pugno di uomini impegnato in una missione sucida, un nemico asserragliato in un luogo teoricamente imprendibile e lo sconfinamento in un territorio messicano dove le "normali" regole morali sembrano abolite. Del tutto eccentrico nel filone (e non solo) invece il film successivo...

1971 Una città chiamata Bastarda (A Town Called Hell)

di Robert Parrish (e Irving Lerner ) con Robert Shaw, Martin Landau, Stella Stevens, Telly Savalas, Fernando Rey, Al Lettieri, Michael Craig, Dudley Sutton, Paloma Cela, Maribel Hidalgo, Aldo Sambrell, Luis Rivera, Tito Garcia, Cris Huerta

Durante la rivoluzione, nella cittadina di Bastarda (si chiama così anche in originale, per una volta non è una trovata campata in aria dei distributori nostrani) piombano i rivoltosi che sterminano prete e borghesi del villaggio. Dieci anni dopo il paese è tiranneggiato dai rivoluzionari di un tempo capitanati da un sadico (Savalas) e il nuovo prete è uno dei due capi rivoltosi di dieci anni prima (Shaw). A bordo di un carro funebre giunge in città una bella vedova americana (Stevens) in cerca di vendetta per il marito, ucciso dal rivoluzionario Aguila, misterioso personaggio avvolto nel mito e di cui nessuno conosce l'identità. A capo di truppe regolari torna in paese anche l'altro capo dei rivoltosi di dieci anni prima (Landau), anche lui alla ricerca di Aguila. In un clima sempre più esasperato a base di uccisioni ed esecuzioni scoppierà una nuova rivolta. 

Penultimo film diretto da Parrish, un veterano di Hollywood oggi piuttosto dimenticato, ma ai tempi di grande culto soprattutto tra i critici francesi. Era al suo quarto e ultimo western, dopo che negli anni 50 aveva diretto il bellissimo Il meraviglioso paese con Robert Mitchum, in cui aveva già messo in scena un Messico violento e turbolento (per quanto un posto ameno e di tutto riposo se messo in confronto al Messico lugubre e funereo di "Una città chiamata Bastarda"). Negli anni 60 si era specializzato in coproduzioni europee poco considerate e di altalenante riuscita, tra le quali spiccano però almeno due titoli che andrebbero decisamente riscoperti: la colorata fantascienza pop di Doppia immagine nello spazio e il film qui presente. Che è uno di quei film in cui gli autori sembrano avercela messa tutta per creare un prodotto che piacesse a meno gente possibile. Troppo malato e artistoide per soddisfare il grande pubblico, troppo fuori dagli schemi per gli appassionati del genere, troppo strampalato e sensazionalistico per compiacere la critica più severa. Ed è anche il classico caso film "maledetto", quindi mal distribuito, circolante in versioni variamente tagliate e compromesso dagli interventi della produzione. Insomma un titolo perfetto per incontrare i favori di questo blog.



Tutto ambientato all'interno o negli immediati dintorni delle mura di un paesino messicano è un affascinante e onirico western rivoluzionario, che colpisce per gli insoliti squarci visionari, per i momenti di sogghignante crudeltà e soprattutto per l'atmosfera morbosa e irreale che si respira dall'inizio alla fine. La storia potrebbe essere letta come una specie di "Aspettando Godot" con i morti ammazzati durante l'attesa. La vicenda è punteggiata da sogni indecifrabili e flashback che non spiegano nulla, ma anzi spesso complicano ancora di più la trama. Ermetica e senza spiegazione soprattutto la presenza di due personaggi muti e misteriosi: l'inquietante e cadaverico killer che accompagna la vedova sul carro funebre, esplicitamente definito uno spettro nei credits del film, e la bellissima donna che vive nella stanza del prete, che forse rappresenta il diavolo, forse la morte o chissà che altro.

Il clima surreale del film si tiene lontano dalle tentazioni psichedeliche e sperimentali di altre pellicole dell'epoca (facile citare Matalo!), ma si rifà piuttosto allo stile freddo e distaccato dalle pellicole di Buñuel, dove anche le cose più improbabili e assurde venivano raccontate con un tono impassibile e straniante. Di marca surrealista è sicuramente l'impietoso distacco e il sottofondo di acre sarcasmo con cui vengono mostrate le numerose scene di violenza, un bel campionario di omicidi a sangue freddo, fucilazioni e impiccagioni. Non mancano neppure i simboli religiosi mostrati in chiave incongrua e blasfema, come l'angioletto di pietra che il personaggio di Robert Shaw restaura e accudisce per tutto il film o il cadavere di Telly Savalas esposto in una posa che ricorda il martirio di San Sebastiano. Alcune sequenze richiamano inoltre alcuni episodi della Guerra Civile spagnola. L'inizio nella chiesa, con i rivoluzionari che uccidono i notabili del paese e poi fucilano simbolicamente l'altare, rimanda ad azioni realmente compiute dai partigiani anarchici.

La trama, complicata e oscura, rispetta poche regole del classico racconto avventuroso. Quello che dovrebbe essere il protagonista resta in disparte e inerte per gran parte del film, personaggi che sembrano centrali vengono uccisi in maniera spiazzante e inaspettata, mentre alcune sequenze chiave non vengono neanche mostrate (ma questo lo scriviamo con il beneficio del dubbio, dato che come dicevamo del film circolano versioni variamente sforbiciate).



I difetti del film sono intuibilmente figli delle sue ambizioni. Per quanto inventive, regia e sceneggiatura non possiedono abbastanza lucidità e compostezza per controllare tutti i loro simbolismi. Alcune allegorie finiscono quindi per essere un po' facili, come il retorico metaforone finale in cui si scopre che il leggendario condottiero che tutti stanno cercando non sarebbe una persona concerta, ma una personalità che di volta in volta si incarna e rinasce nel paladino rivoluzionario di turno. Altrove si rischia di esagerare in bizzarrie fine a se stesse, come nel delirante flashback in cui della gente balla in un saloon americano al ritmo di un'anacronistica hit rockabilly del 1959, The Battle Of New Orleans di Johnny Horton, sequenza non a caso sforbiciata in diverse versioni.  

Da lustrarsi gli occhi il cast. Robert Shaw è fin troppo serioso e pecca in qualche uscita eccessivamente teatrale, ma è affascinante e torvo al punto giusto.
Anche se veniva da una lunga fila di apparizioni in decine di telefilm western, il sempre ottimo Martin Landau non sembra avere una faccia troppo adatta per il genere, ma in un film tanto inconsueto ci può stare tranquillamente un villain con un'aria diversa dal solito come la sua.
Chi sembrava invece nato per fare film di questo tipo è Telly Savalas, al solito poderoso nel miscelare ironia sorniona e sadismo. Da antologia la sequenza in cui, serafico, fa impiccare una coppia di coniugi assassini e per buon conto fa ammazzare anche la madre di lei che si lamenta. Dopo che il suo personaggio esce di scena il film perde qualcosa.
Presenza quasi fissa in questi western euro-americani, Fernando Rey contribuisce ad accentuare l'aria buñueliana del film, dato che era uno degli attori feticcio del grande regista spagnolo. Stavolta fa un cieco, paradossale testimone in grado di svelare il segreto che tutti vogliono scoprire.
Stella Stevens, nota per la parte della vitale prostituta in La ballata di Cable Hogue di Peckinpah, stavolta non si spoglia, fa la dama in nero con tendenze necrofile, ma riesce ad essere comunque molto sexi.
Infine il cast secondario è tutto un fiorire di faccioni dei caratteristi più tipici degli spaghetti western, come Aldo Sambrell, Luis Rivera, Tito Garcia, Cris Huerta. Unica invece nel genere la presenza di Al Lettieri, qui al primo dei suoi due soli western per il cinema. Il secondo sarà tutto americano, anche se inizialmente doveva essere un'altra coproduzione girata in Almeria, La rossa ombra di Riata.  

Grande merito nella creazione dell'atmosfera tesa e allucinata che attraversa tutto il film va alla splendida colonna sonora, creativa e suggestiva, del compositore argentino Waldo de los Rios.

sabato 20 aprile 2013

i film - Sledge



1970 Sledge (A Man Called Sledge)

di Vic Morrow con James Garner, Dennis Weaver, Claude Akins, John Marley, Laura Antonelli, Wayde Preston, Ken Clark, Riccardo Garrone, Luciano Rossi

Sledge è un famoso bandito che vuole fare il colpo grosso per poi ritirarsi con la sua donna. Consigliato da un vecchio galeotto, mette su una banda per rapinare un favoloso carico d'oro custodito in un carcere. Si fa arrestare e rinchiudere per scatenare una rivolta dei detenuti e approfittare del caos per rubare l'oro. Il colpo riesce, ma al momento della spartizione con il resto della banda non tutto filerà liscio. Finirà malissimo per tutti.

Gioiellino misconosciuto, che almeno in Italia incassò come un qualsiasi sotto-Django di terza categoria, quando invece è uno dei titoli più preziosi tra quelli girati in Almeria dagli americani. Oggi lo si definirebbe un gran film pulp, diretto benissimo, con una confezione ricca e impeccabile e con tutte le facce giuste al posto giusto. Il fulcro della vicenda è il solito luogo virtualmente inaccessibile che i protagonisti devono espugnare, ma stavolta inserito in un intreccio da film da rapina, filone da cui è ripreso anche il tono spiccio della narrazione. A fare la differenza rispetto ai film fin qui trattati contribuisce non poco anche l'efficace colonna sonora dell'italiano Gianni Ferrio, più accattivante e moderna dei soliti epici motivi hollywoodiani. C'è un certo realismo nella descrizione degli ambienti e una singolare sobrietà per un western europeo nella caratterizzazione dei personaggi, ma non mancano anche esasperazioni iperrealiste, tipo l'esagerata super-scorta che protegge il carico d'oro o l'idea decisamente improbabile che un tale tesoro possa essere custodito in un carcere pieno di criminali. Il tutto è amalgamato con sapienza e sono parecchie le sequenze che alla fine lasciano il segno: un suggestivo inizio innevato con una rapina ad una diligenza, Sledge con addosso solo dei mutandoni rossi che uccide due tizi in un saloon, il caotico e violento macello che si scatena nel carcere durante la rivolta, una delirante partita a poker nel deserto. Ma il pezzo forte è la memorabile resa dei conti in un paesino messicano dove si sta celebrando il Día de los Muertos messicano, con la sua colorata e sinistra iconografia a fare da contrappunto alla spietata lotta tra i  personaggi. Ci sono anche piccoli tocchi blasfemi, come Sledge che per continuare a sparare si stecca un braccio ferito con un crocifisso e un massacro tra le rovine di una chiesa.



C'è un'amoralità di fondo che a livello mainstream probabilmente solo il cinema di quell'epoca ha potuto permettersi. Pur in un'ottica di spettacolo di puro intrattenimento, è infatti un western criminale nerissimo, che descrive un'umanità dedita alla prevaricazione reciproca a tutti i livelli, con gli uomini di legge che si dimostrano non meno sadici e ottusi dei fuorilegge. A cominciare dal protagonista non c'è personaggio che susciti vera simpatia o che non venga descritto come una carogna pronto a fregare, uccidere e umiliare chiunque per il proprio tornaconto. Colpisce in particolare la rappresentazione di una fauna criminale balorda e autolesionista, degna dei fratelli Coen di "Fargo". Memorabile la sequenza in cui, freschi reduci dell'efferata rapina, i componenti della banda non resistono alla tentazione di giocarsi a carte la ricchezza appena ottenuta, perdendo tutto in favore dei più furbi. La mezz'ora finale diventa una specie di variante sanguinaria e criminale de "Il tesoro della Sierra Madre", un tutti contro tutti in cui a fare la fine peggiore è l'unico personaggio relativamente innocente del film, la donna di Sledge. La conclusione è discretamente nichilista, con il protagonista che si sottrae alla logica dell'avidità, ma solo per abbracciare quella della vendetta, scelta che non prevede nessun tipo di riscatto morale.



Vic Morrow appartiene alla non breve lista di registi (spesso attori) che hanno dimostrato del talento pur avendo diretto una sola pellicola in tutta la loro carriera. Morrow era un noto caratterista, con all'attivo quasi un centinaio di ruoli tra il piccolo e il grande schermo, occasionalmente anche regista di qualche episodio di alcune serie televisive. Oltre a "Sledge", appunto la sua unica regia per il cinema, di cui ha scritto anche la sceneggiatura, ha diretto e scritto anche un piccolo dramma carcerario per la televisione, "Deathwatch". Purtroppo oggi il nome di Morrow è legato soprattutto alle terribili circostanze della sua morte. A causa di un incidente morì insieme a due bambini mentre recitava sul set dell'episodio del film "Ai confini della realtà" diretto da John Landis, fatto a pezzi dalle pale di un elicottero.

Attore televisivo di prima grandezza, soprattutto grazie a telefilm storici come "Maverick" e "Agenzia Rockford", dotato di una voce profonda e caratteristica (in Italia ovviamente lo si è sempre visto e sentito solo doppiato), James Garner al cinema non ha mai funzionato altrettanto bene o forse non ha avuto altrettanta fortuna, ma qui sfoggia un gran carisma, per altro in un ruolo per lui insolitamente sgradevole. Azzeccato e eterogeneo anche il resto del cast. Sul versante americano spiccano Dennis Weaver, che sarà il malcapitato automobilista del "Duel" di Spielberg, Claude Atkins, futuro sceriffo carognone ma simpaticone del telefilm "Lobo", e il rugoso John Marley, che fa uno dei "vecchietti del West" più abietti e maligni mai visti. Le facce italiane del cast sono quasi tutte curiosamente concentrate nella parte carceraria. Riccardo Garrone è il direttore, mentre tra i carcerati si nota l'onnipresente Luciano Rossi che fa, manco a dirlo, il pazzo lunatico. Bionda e quindi quasi irriconoscibile, una giovane e bellissima Laura Antonelli fa la donna di Sledge, personaggio un po' lamentoso a cui però l'attrice dona una malinconica intensità.