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giovedì 21 giugno 2012

western brutti 4 - Taglia che scotta



1995 TAGLIA CHE SCOTTA o CACCIATORI DI TAGLIE (Hard Bounty)
di Jim Wynorski, con Matt McCoy, Kelly LeBrock, Kimberly Kelly, Felicity Waterman, John Terlesky, Rochelle Swanson

Forse qualche lettore di questo blog ricorderà che una decina d’anni fa la Rai mandò improvvidamente in onda un film hard in piena fascia mattutina, cosa che le cagionò una terribile reprimenda da parte del Moige (il temutissimo movimento italiano genitori) con conseguente lavata di capo dell’allora direttore generale agli sprovveduti programmatori.
Ebbene, pare difficile crederci ma il film era questo. E la cosa più divertente è che non si tratta assolutamente un film erotico, quanto di un trash western di serie Z con non più che un paio di scene molto softcore e qualche topless (notevole, peraltro).



Risulta difficile anche scriverci sopra un commento, in quanto è un’"opera" talmente brutta, naif e dilettantesca, perfino per abituali frequentatori dei bassifondi del genere come l’estensore di questo articolo, da ispirare addirittura simpatia.

Anche se infierire sulle magagne del film – che in tv ovviamente non si è più visto, per fortuna – è come sparare sulla croce rossa, onestamente non sappiamo dire cosa sia peggiore, se la trama assurda, che vede un bounty killer chiamato Spirito Santo come l’eroe dei western-barzelletta di Giuliano Carmineo redimersi dopo aver ammazzato per errore un paio di innocenti e cambiare attività rilevando un bordello gestito da un'irriconoscibile Kelly LeBrock (cioè la mitica "signora in rosso", che secondo noi dovrebbe fare causa al suo chirurgo estetico) e da un gruppo di donnine allegre che sembrano uscite dal paginone centrale di Playboy e che improvvisamente si trasformano in delle pistolere ammazzacristiani che neanche Clint Eastwood, o la recitazione degli interpreti che fa sembrare qualsiasi attore del peggior spaghetti-western come proveniente dall’Actor’s Studio.



Brilla per la sua totale incapacità anche la regia di Jim Wynorsky – un forzato della serie B con oltre 75 film all’attivo, e probabilmente il regista più sbeffeggiato di tutti i tempi sui forum di cinema, su cui è stato girato anche un documentario dall’illuminante titolo Come fare un film in tre giorni – dall’andamento televisivo e con deliranti “omaggi” a Sergio Leone. Anche se sembra incredibile il doppiaggio italiano da soap-opera probabilmente contribuisce addirittura a peggiorare il tutto.
Le conigliette, se non altro, meritano.

martedì 29 maggio 2012

western brutti 3 - Per una bara piena di dollari

1971 PER UNA BARA PIENA DI DOLLARI di Demofilo Fidani. Con Jeff Cameron, Hunt Powers, Gordon Mitchell, Klaus Kinski, Simone Blondell.


Demofilo Fidani: un nome che evoca sciagure. Nascosto dietro svariati, improbabilissimi pseudonimi - Miles Deem, Dick Spitfire, Demos Philos, Nedo De Fida, Lucky Dickinson, Slim Alone per citarne solo alcuni -, è l'uomo che è riuscito a far pronunciare l'aggettivo "brutto" anche ai più scafati cultori del trash nostrano. Non che gli manchino sparuti, indefessi fans, appartenenti alla sfortunata categoria degli autolesionisti. Passato di moda il cilicio, infatti, pare si annullino con reiterate proiezioni di "Ed ora... raccomanda l'anima a Dio!", "Quel maledetto giorno d'inverno... Django e Sartana all'ultimo sangue", "Il suo nome era Pot... ma... lo chiamavano Allegria", "Era Sam Wallash... lo chiamavano 'E così sia'!". Contenti loro...

"Per una bara piena di dollari" credo sia uno dei suoi western più decenti, almeno stando a quanto si dice degli altri. Perlomeno ha una buona fotografia di Aristide Massaccesi, per chi si accontenta. Rimane comunque qualcosa di assolutamente delirante: la sceneggiatura è un'accozzaglia di luoghi comuni e spunti malamente rubati ai classici del genere, gli attori sono improponibili, la regia è di un dilettantismo che ha dell'incredibile, le musiche - del micidiale Lallo Gori - ricordano quelle che accompagnavano il roteare delle giostre a cavalli nei luna-park degli anni '60. Il bello è che il tutto è pure confezionato con un certo assurdo ma definito stile: sparatorie infinite girate con totale sprezzo di geometrie e verosimiglianza, con avversari che spuntano dal nulla e muoiono producendosi in versi belluini e strabilianti contorsioni, magari accompagnate da esageratissimi ralenti; un uso assolutamente folle del sonoro, con pistole che producono deflagrazioni degne di una bombarda del XV secolo e cavalli che, non si sa come, diffondono un assordante scalpiccio di zoccoli anche quando si muovono sulla morbida sabbia del deserto - deserto per modo di dire, visto che siamo in Ciociaria. L'utilizzo insistito della macchina a mano, invece, più che una scelta stilistica sembra una necessità, vista la povertà estrema della produzione. L'operatore, peraltro, in alcune scene pare muoversi in modo del tutto inconsulto, al punto da ostacolare i  movimenti degli attori, costretti a fare i salti mortali per non sbattere contro l'obiettivo della cinepresa.

Il cast, come detto, fa semplicemente ridere. Di tutti i totem inespressivi visti negli spaghetti, Jeff Cameron - l'italianissimo Nino Scarciofolo (sic) - è probabilmente il più inespressivo e il meno totemico. Si aggira per la pellicola con il fare di un turista spaesato: quando si lancia ad affrontare i nemici ha la stessa aria tesa di un ottantenne che si reca alle poste ad incassare la pensione. Il non plus ultra però è rappresentato da un inenarrabile Gordon Mitchell, capace di dare nuova linfa al concetto di "cagneria": alterna movimenti e pose scultoree da teatro elisabettiano a repentini cambi d'umore ed espressione da clown del Circo Togni, producendo effetti comici difficilmente eguagliabili. Kinski al solito si salva, ma d'altronde a lui basta la faccia. E basta, eccome, anche alla bellissima Simonetta Vitelli, figlia del regista, nonostante un trucco orrendo che la fa sembrare una emo dei nostri giorni. Impossibile non citare, infine, l'apparizione cult di Renzo Arbore nei panni di uno sceriffo, con tanto di enorme stellone di cartapesta attaccato al giaccone.

Del tutto inutile riportare incongruenze e buchi logici della trama: il film intero sembra un unico grande errore. Se preso con lo spirito giusto può in fin dei conti anche divertire, ma trovarci altri valori è sinceramente impossibile. Fa giusto tenerezza se si pensa allo spirito incrollabile di Fidani e Massaccesi, che giravano nonostante tutto, inventandosi soluzioni artigianali alla mancanza dei più basilari mezzi di produzione, costretti come non bastasse a sopportare le scenate di un Kinski all'apice della strafottenza. Tanto, esauriti tutti gli espedienti possibili, si faceva sempre in tempo ad inserire un'interminabile cavalcata nelle praterie laziali. Altri tempi, anche per il trash.


Paolo D'Andrea

martedì 14 febbraio 2012

i registi 9 - Bruno Mattei

BRUNO MATTEI
Un dittico tra
sh




Il nome di Bruno Mattei non comparirà mai in nessuna enciclopedia sulla Storia del cinema. E probabilmente non sarà inserito nemmeno nell’elenco di quei validi artigiani che con competenza e professionalità sono riusciti a realizzare prodotti esemplari e dignitosi anche all’interno delle produzioni di serie B. Mattei, nascosto spesso dietro a una moltitudine di pseudonimi, per tutta la sua carriera ha infatti militato in categorie cinematografiche più inferiori e infamanti, quelle dei film usa e getta realizzati con budget miserabili in tempi ridottissimi, girati anche due per volta in paesi come le Filippine e appartenenti ai filoni più deteriori della cinematografia di genere, ora raggruppati sotto il nome di exploitation (eros-svastica, mondo-movie a base di perversioni sessuali varie, horror particolarmente efferati e truculenti…): titoli di fruizione immediata, dedicati a una platea dai gusti facili, girati seguendo le mode del momento e copiando spesso spudoratamente i modelli di successo, con l’unico scopo di ricavare guadagni semplici e veloci.

La sua lunga e ostinata militanza di mercenario cinematografico (quarant’anni di ininterrotta carriera conclusasi appena pochi mesi prima di morire, nel 2007) e il suo girare sempre, comunque e dovunque denotano però anche un incrollabile amore per la settima arte, non venuto meno neanche con la morte del cinema di genere in Italia, superata con lo spostamento verso il mercato dell’home-video, oltre a un innegabile mestiere nel riuscire a fare di necessità virtù, riuscendo a confezionare prodotti accettabili e soprattutto commerciabili in condizioni precarie se non spesso impossibili, e una personale e riconoscibile cifra stilistica contraddistinta dal gusto per le situazioni parossistiche e improntate allo shock visivo.

Se Tim Burton ha dedicato un intero film a Ed Wood, “il peggior regista di tutti i tempi”, noi spendiamo quindi volentieri un articolo per i due western che Mattei, coadiuvato dal fido Claudio Fragasso, ha girato contro tutto e contro tutti, a genere oramai morto e sepolto, nei classici scenari dell’Almeria alla metà degli anni ottanta.

1986 SCALPS di Bruno Mattei (e Claudio Fragasso), con Vassili Karis, Mapi Galàn, Alberto Farnese, Charly Bravo, Beni Cardoso, Lola Forner, Emilio Linder


Questo violento ed eccessivo western gore diretto ben oltre la morte del genere segue un po’ la stessa falsariga di Soldato blu (ma il massacro finale di quest’ultimo è ben più cruento), aggiornata con la deriva splatter e il cinema d’azione alla Rambo degli anni ottanta, in una mescolanza non priva di un certo fascino.
Pur essendo un film di una povertà di mezzi davvero estrema non è dozzinale come si potrebbe pensare, ma ha anzi una sua dignità artigianale, con una buona coesione narrativa, sostenuta da sceneggiatura semplice ma non banale, e una regia corretta e professionale.
Anche sotto il profilo strettamente western non è male, con dei begli esterni in Almeria, negli stessi set di C’era una volta il West (si riconosce lo Sweetwater Ranch costruito dallo scenografo Carlo Simi e tuttora esistente e divenuto un'attrazione turistica sotto il nome di Rancho Leone).


Funzionano bene anche i due attori protagonisti, il greco Vassili Karis e la spagnola Mapi Galàn, nel ruolo dell'indiana guerriera, stupenda. Ed è convincente anche lo squadrone di soldati che se ne va in giro a compiere massacri per divertimento e a violentare donne indiane, capitanato dal pazzo colonnello interpretato da Alberto Farnese.
Il risultato è un western cattivo, intenso ed estremo – soprattutto nel tesissimo finale – con tanto di stupri, scotennamenti, teste mozzate e scalpati che si rianimano in stile zombi. Da vedere.

1986 BIANCO APACHE di Bruno Mattei (e Claudio Fragasso), con Sebastian Harrison, Lola Forner, Alberto Farnese, Charly Bravo, Cinzia de Ponti, Charles Borromel, José Canalejas


Film “gemello” girato back-to-back con Scalps, con gli stessi attori, nelle stesse locations e probabilmente con i pochi soldi rimasti.
Ma se in quello l’estrema povertà del budget veniva in qualche modo ovviata da una buona tenuta della storia, un efficace climax drammatico e una cattiveria delle situazioni che facevano funzionare il film nonostante tutto, qui la pur indiscutibile professionalità artigianale di Mattei – dalla costruzione delle scene e dalla scelta delle inquadrature si vede che il regista non è un dilettante – non riesce a evitare il disastro.
Soprattutto la prima parte ambientata nel campo indiano, con i costumi dei pellerossa realizzati a mano dallo stesso regista, è purtroppo davvero ridicola, ma anche in seguito il film non riesce mai a funzionare, con scene legate tra di loro in barba a ogni plausibilità narrativa, flashback del tutto deliranti, inserti in stile spiritualità new-age e inquadrature di animali che si vede lontano un chilometro prese da qualche documentario (Mattei era uno specialista nell’utilizzare materiali di repertorio e un mago del montaggio nell’inserirli quasi subliminalmente in altre opere).
Solo il finale, tirato, sadico e brutale, a suo modo funziona.


Anche la tanto decantata violenza per cui il film è famoso è comunque parecchio attenuata rispetto a Scalps, salvo l’inizio, piuttosto forte, il finale appunto e il caratterista Carlos Bravo che si prende un tomahawk in piena faccia.
L’attrice che fa l’indiana (dall’originalissimo nome di Stella Nascente), Lola Forner, è molto carina e indubbiamente anche il biondo e atletico Sebastian Harrison (figlio di Richard, interprete di molti spaghetti western) avrà un certo appeal presso il pubblico femminile, ma più che in western sarebbero stati perfetti in una telenovela.
Impossibile da rivalutare anche per i più spericolati amanti del trash.

Mauro Mihich

lunedì 13 febbraio 2012

western brutti 1 - Execution

1968 EXECUTION di Domenico Paolella. Con John Richardson, Mimmo Palmara, Franco Giornelli, Piero Vida, Rita Klein.


Come un filmaccio del genere possa vantare degli estimatori - e pure illustri come Tom Betts e Jean-François Giré - rimane un mistero: a cercarlo col lumicino, l'unico motivo d'interesse di Execution è dovuto alla location in cui è stato girato, ossia il deserto del Negef in Israele. Per il resto è un film assolutamente sconclusionato, di una lentezza esasperante e per di piú - nonostante le pie intenzioni di Paolella di realizzare una pellicola «contro le guerre e contro la violenza» - infarcito di scene cruente del tutto gratuite e insensate. La regia è a dir poco approssimativa, con interminabili primi piani di volti che guardano in cagnesco, incredibili vuoti tra una battuta e l'altra e un'incapacità totale di dirigere gli attori, i quali da par loro di certo non aiutano; e tanto meno lo fa il montaggio, disastroso. Tanto per rendere l'idea: ad un certo punto si vede un tizio che viene trascinato via da un cavallo e nello stacco seguente lo ritroviamo in piedi che discute in tranquillità con un suo compare. Il finale è anche abbastanza originale: il protagonista, dopo aver seppellito il cadavere del suo migliore amico si strappa il cinturone, getta le pistole e si mette a piangere - ma a dir la verità a piangere è soltanto il doppiatore, dato che Richardson conserva anche in questo caso la solita espressione. Degna di migliori occasioni l'ottima fotografia di Aldo Scavarda, l'unica nota veramente positiva del film. Pessime invece, come sempre, le musiche dello sfigatissimo Lallo Gori.

Paolo D'Andrea


Una roba veramente penosa. Nonostante l’ambiziosa pretesa di fare «un western con delle idee», la regia di Paolella - autore anche di soggetto e sceneggiatura - è semplicemente disastrosa, lo sviluppo drammatico inesistente e il ritmo mortalmente noioso. La storia, poi, è completamente sballata, la trama ha dei passaggi incomprensibili e il film sembra procedere del tutto a caso. Non parliamo dei personaggi: quello che sembrava il protagonista, per dire, a metà film viene fatto fuori e tanti saluti, al che gli subentra John Richardson che si sdoppia addirittura nel ruolo di due fratelli - difficile dire quale dei due interpretato peggio. Pessimo anche il doppiaggio, piatta e monocorde la musica e davvero inaccettabili anche tutti gli attori (attori?). Completa il quadro una delle piú deliranti figure di messicano ciccione mai viste negli SW. Insomma un totale disastro. Rimane da salvare solo qualche passabile momento d’azione: la sparatoria al saloon con i cadaveri che si ammucchiano sul pavimento, il finale tragico - del tutto fuori posto, ma va be' -, un paio di scene di tortura piuttosto sadiche. Curiosissimi gli esterni nei dintorni di Eilat, nel deserto israeliano del Negef, un luogo che sembra davvero il Far West.

Mauro Mihich