Visualizzazione post con etichetta 2000s. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta 2000s. Mostra tutti i post

sabato 7 aprile 2012

nuovi western - 2006

Western del 2006

Un altro anno piuttosto interessante, che vede il ritorno di un maestro del genere con un classico del western recente e la presenza di due pellicole perlomeno affascinanti, anche se decisamente non per tutti i gusti.


Broken Trail - Un viaggio pericoloso (Broken Trail)
di Walter Hill. Con Robert Duvall, Thomas Haden Church, Greta Scacchi, Gwendoline Yeo, Chris Mulkey

Quarto western di Walter Hill (il sesto contando anche il western moderno alla Peckinpah “Ricercati: ufficialmente morti” e l'hard-boiled ambientato nel West “Ancora vivo”), il primo libero dall'impegno, a volte limitante, del rispetto della cronaca storica e dall’ombra di ingombranti maestri da ossequiare. Anche in questo non mancano comunque omaggi e citazioni al passato glorioso del genere. Girando la sua opera più posata e classica, con i personaggi più normali mai visti in una sua pellicola, Hill realizza probabilmente uno dei suoi migliori film in generale. Una pellicola fuori dal tempo e da ogni moda, che di certo non lo ha riportato nelle grazie della maggioranza degli appassionati di cinema, che sembra averlo dimenticato, come del resto sembra aver dimenticato molti altri maestri del cinema degli anni 70 e 80, le cui opere sono ancora saccheggiatissime dal cinema odierno. E men che meno lo ha riportato nelle grazie dei produttori, infatti ad oggi, dopo sei anni, resta il suo ultimo film.


Anche se scriviamo “film” in realtà si tratta di una miniserie di due episodi da un'ora e mezza, ma che non ha niente di televisivo nel senso negativo del termine (tipo "Desolation Canyon" di cui scriviamo qui sotto), a cominciare da una sfolgorante fotografia dai larghi spazi e i colori caldi. Anzi, come capita sempre più spesso ai registi esiliati dal mondo sempre meno dorato del cinema, grazie alla committenza televisiva Hill ritrova la possibilità di raccontare una storia con il ritmo e i modi che si adeguano al narrato e non viceversa,  prendendosi tre ore per raccontare tutto con comodo, lasciandosi volentieri guidare dagli attori e permettendosi numerose divagazioni ironiche o intimiste, che spesso diventano poesia fordiana. Lo stile è quello composto e asciutto dei classici degli anni 50, gli attori hanno facce vere e vissute, le splendide scene d’azione sono secche e veloci. Il tutto va a comporre un affresco umano e avventuroso avvolgente ed epico, girato ad altezza uomo, come si diceva dei film di Hawks, Mann e di altri maestri classici.

La storia delle cinque prostitute cinesi salvate da due cowboy dal cuore d'oro, e il conseguente viaggio di liberazione e riscatto, era ad alto rischio di patetismo e retorica, ma è soprattutto a questo livello che entrano in gioco la classe e la sapienza cinematografica di Hill, che riesce a dare al tutto un tono laconico e disincantato, profondamente western. Tra gli attori giganteggia un umanissimo Duvall che rifà praticamente lo stesso personaggio di "Open Range". Ottimi anche il sottovalutato Thomas Haden Church, che qui sembra un James Coburn giovane, e una sofferta Greta Scacchi. Carine e simpatiche anche le cinque attrici cinesi. Tutte interpretazioni che è possibile gustare solo in originale dato che, ancora una volta, il doppiaggio italiano realizzato al risparmio è avvilente.

Non mancano, come si diceva, le esplicite citazioni di classici come "Ombre rosse" e "Il fiume rosso", oltre a qualche riferimento a Peckinpah sempre presente in Hill. Ma sono omaggi e richiami perfettamente inseriti nella trama, che non evocano quell'aria da cinema di fantasmi che impregnava, e comunque rendeva affascinanti, opere come "I cavalieri dalle lunghe ombre", "Wild Bill" e "Ancora vivo". È un western dall’aria antica, ma vivo.


Dicono di lui…

“Un vero e proprio film fiume (effettivamente la pazienza ci vuole tutta per arrivare in fondo), destinato alla televisione via cavo americana, l’ultimo lavoro di Walter Hill, quasi tre ore di western, con tanto di tempi morti, ed una storia che si prende tutto il suo tempo, probabilmente pure troppo. Un film fuori tempo massimo per come è raccontato, anomalo, ma gradevole. [...] Hill dimostra di possedere ancora un certo tocco, la storia non è affatto originale, ma il tempo (tanto) scorre ugualmente veloce, perché i personaggi sono delineati con cura. Certo sa di operazione retrò, non è perfetto, ma merita comunque un po’ di pazienza, anche perché Duvall, non butta mai via una scena con la sua presenza che sa di esperienza e gli scenari rappresentati in campo lungo riempiono spesso gli occhi. Non il massimo della vita obiettivamente, ma comunque un prodotto che merita un po’ di considerazione, appunto perché affronta un genere ed un mondo ormai completamente ignorato senza piegarsi alla modernità, anteponendo gli ideali al resto. Coraggioso. [...]”

"E se Walter Hill non riesce più a trovare spazio per raccontare le sue storia poco "rassicuranti" ecco che spuntano i grandi network televisivi che gli mettono a disposizione piccoli budget per proseguire "il suo grande cinema" fatto di sudore, sangue, lealtà, onore... caratteristiche che rispecchiano appieno le fasi salienti di questo film per la tv, questo grande western ipercrepuscolare, dove ormai i cowboy sopravvivano a se stessi e al loro mito, ma che comunque hanno ancora onore e saggezza da vendere. Un western, comunque, atipico negli stilemi e fuori dal dogma classico anche della rinnovata visione dagli anni '70 in poi, dove Hill inserisce all'interno del dogma delle varianti del tutto personali come ad esempio la composizione dello strano, ed inusuale, gruppo di protagonisti, dove accanto al "vaccaro" tutta saggezza ed amarezza e ad un nipote un po' testa calda ma dal cuore tenero inserisce un gruppo di cinesi destinate al mercato delle schiave e quindi alla prostituzione. [...] Una storia che non cerca altro che mettere in mostra uno stile di vita che non esiste più, ma non nelle modalità ma nell'anima... Quell'anima che Hill mette in Broken Trail... un lungo viaggio alla ricerca di un tempo che non esiste più..."


Seraphim Falls - Caccia spietata (Seraphim Falls)
di David Von Ancken. Con Liam Neeson, Pierce Brosnan, Anjelica Huston, Wes Studi

Un uomo (Pierce Brosnan) fugge tra montagne, praterie e deserti inseguito da un gruppo di individui guidati da un uomo (Liam Neeson) che vuole vendicarsi di qualcosa accaduto durante la guerra Civile. Scorrerà molto sangue e niente andrà come previsto.

Uno di quei film in cui furbizia e autentica ispirazione si intrecciano senza possibilità di distinzione. La tendenza al simbolico, alla metafora, al riferimento biblico può annoiare e infastidire quanto risultare profonda e accattivante a seconda delle aspettative. Anche sul piano dello stile il regista e sceneggiatore è abile nel soddisfare certe esigenze spettacolari, soprattutto attraverso alcune scene di violenza decisamente d’effetto, e allo stesso tempo nel creare sequenze ambigue e sfuggenti. Comunque di sicuro una pellicola che corre i suoi rischi, in cerca com'è di una sua originalità e che certo non sembra nata per soddisfare nessun tipo di pubblico in particolare. Probabile valvola di sfogo creativa di un prolifico regista di serie TV, qui ad oggi al suo unico lungometraggio per il cinema.


Nonostante la sua ambiguità, o forse proprio per questo, è un film notevole, che evita molti luoghi comuni del cinema alternativo odierno (non è un titolo da Sundance Film Festival, per capirci), che può contare sul tono felicemente imprevedibile della storia e che mette in scena personaggi affascinanti ed imperscrutabili. Parte come un gran film d'inseguimento, crudo e violento, prosegue come un western metafisico, in cui i protagonisti fanno bizzarri e spiazzanti incontri, si conclude in un'atmosfera allucinata e onirica. Il riferimento principale sembrano essere i western allegorici e criptici di Monte Hellman, soprattutto “La sparatoria”, anche se Von Ancken non possiede lo stile prosciugato e visionario di Hellman e in confronto a quei film il suo risulta molto più abituale e canonico, soprattutto a livello di confezione. In questo senso più convenzionali del dovuto risultano i flashback durante la guerra civile, dal sapore troppo "spaghetti western" e la tendenza a mostrare quello che era forse meglio lasciare all'immaginazione degli spettatori. Ma il tono da ballata misteriosa e allusiva regge bene per tutto il resto del film. 

Non sempre a fuoco ma comunque in parte Pierce Brosnan, forse aiutato dal pizzo che gli leva l’aria sempre un po’ da manichino (e lo rende uguale a Kit Carson, il pard di Tex Willer), ottimo anche l’implacabile Liam Neeson e perfetti tutti i comprimari, tra cui si ritaglia la solita parte da maniaco Michael Wincott, il cattivo de "Il corvo" e "Strange Days". Il finale allucinato è impreziosito dalle apparizione sulfuree di un enigmatico Wes Studi, sorta di Caronte indiano, e di un'inquietante Anjelica Huston, maliarda e ciarlatana con il carrozzone, una delle apparizioni più criptiche del film.


Dicono di lui…

"Archetipi e simboli solenni sfilano in parata in "Seraphim Falls", un affascinante vecchio western di poche parole e allo stesso tempo una pesante elucubrazione che si sviluppa con la pomposità di una bigotta allegoria biblica. In questo dramma accademico, di vendetta e perdono, ambientato nel 1868, Pierce Brosnan e Liam Neeson sono soldati che hanno combattuto sui lati opposti della guerra civile e sono ora impegnati in un inseguimento mortale che li porta dai monti del Nevada ad uno scontro finale nel deserto. [...] È chiaro in ogni sequenza che "Seraphim Falls" ha tutti i geni del classico western nel suo DNA. Ma non si scioglie mai abbastanza, preso com’è a convincerci che Carver e Gideon sono le pedine di una più ambiziosa allegoria. E quando arriva il momento critico per il film di svelare il nocciolo della questione, si vira sul pretenzioso, sul gioco di prestigio surreale. [...] Il suo elemento più forte è la maestosa austeritò della fotografia John Toll ("Braveheart", "La sottile linea rossa"), in cui la severa bellezza del paesaggio western sovrasta i personaggi come un rimprovero silenzioso."
(Stephen Holden, “New York Times”, 26/1/2007)

“Pareva un fondo di magazzino e invece è una mirabile rapsodia della violenza che lascia il segno. È uscito in sordina senza manco i flani, in una manciata di sale in tutto, in ritardo (è del 2006), con un titolo da fondo di magazzino action anni 80, magari con Chuck Norris e tagliato di 20 minuti. Epperò è un film di quelli che lasciano il segno, un western duro e puro, sanguigno e sanguinante, appassionante come pochi. [...] Nessuno dimentica, difficile dire chi è buono e chi è cattivo. Non è tempo d’eroi. Resta la forza primordiale della natura che non fa sconti, costringe ad arrivare all’essenza di se stessi anche per trovare la forza di scaldarsi le mani congelate nelle budella di un cadavere ancora caldo. Produce Mel Gibson, dirige un giovinastro che viene da Californication, The Shield, CSI: NY. Rapsodia della violenza, realistica, cannibalica, mai banale né gratuita. [...]”


Summer Love
diPiotr Uklanski, con Val Kilmer, Boguslaw Linda, Karel Roden, Katarzyna Figura, Anna Baniowska, Marek Barbasiewicz

Il discorso fatto per "Seraphim Falls" sulla fumosità dei contenuti di un'opera è applicabile all’ennesima potenza per questa incredibile oggetto cinematografico: "Pubblicizzato come “il primo western polacco” è un folle esperimento del famoso (ma non in Italia) artista visuale Piotr Uklanski, che, da appassionatissimo del genere, tenta la strada del western allegorico e concettuale."

Un film “d’arte” più vicino al concetto di video installazione che non una pellicola indirizzata ad un pubblico canonico, sia pure d'essai. Eppure è senza dubbio un western ed è indubbia l'efficacia con cui vengono riprodotti lo stile trasandato e “libero”, i colori granulosi e l’aria dimessa dei più poveri spaghetti western degli anni 60 e 70, imitati perfino nello stile delle scritte dei titoli di testa. Più dubbia la capacità di usare questo materiale per dire qualcosa di nuovo, dato che i vezzi anti-narrativi e i simboli stranianti che costellano l’opera sanno spesso di già visto e già detto. A meno che l’intenzione non fosse anche quella di riprodurre, e in un certo senso parodiare, certi vezzi del cinema sperimentale e d’autore sempre degli anni 60 e 70. In effetti un paio di lunghi ed estenuanti monologhi verso la fine (in un film in cui gli attori più che altro mugugnano monosillabi) sono la ripresa di un tale usurato luogo comune del cinema più artistoide di quegli anni che la caricatura sembra dietro l’angolo. È del resto molto probabile che il film sia ricco di riferimenti politici e sociali sulla Polonia che rimangono del tutto oscuri allo spettatore occidentale. Ad ogni modo sono i momenti western i più riusciti, con lo stile sospeso ed ellittico del regista che riesce a creare momenti suggestivi ed interessanti.

"In un Far West spettrale e popolato da figure-archetipo (lo Straniero, lo Sceriffo, il Morto...) un gruppo di uomini si contende ferocemente la taglia di un bandito ucciso e le grazie di una donna (una sfioritissima Kasia Figura). Lento ai limiti dell’agonia e con pochissimo ritmo, nonostante la notevole dose di sangue e sadismo, raffigurata però in una maniera strana e quasi astratta, con follie di regia come inquadrature dagli occhi di un morto o da dentro la canna di una pistola. Pochi, invece, i dialoghi, pronunciati peraltro in un inglese stentato e piuttosto improbabile. Singolare l’ambientazione, interamente polacca, e molto suggestive alcune immagini. Niente male nemmeno la colonna sonora. C’è addirittura una star hollywoodiana come Val Kilmer, anche se non pronuncia una parola per tutto il film (interpreta il morto). Il Giusti nel suo dizionario lo definisce un via di mezzo tra un film d’arte e un western di Demofilo Fidani. Aggiungerei una sorta di ibrido tra "Dead Man" e "Matalo!", con la differenza che se certi esperimenti surrealisti li faceva Canevari negli anni settanta veniva guardato con disprezzo, mentre Uklanski lo proiettano al Whitney Museum di New York. Indubbiamente poco riuscito, ma tutto sommato curioso e con un suo fascino." (Mauro Mihich)


Dicono di lui…

"[...] A dire la verità ci mancava un western polacco: non nel senso che ne sentissimo la mancanza, bensì che non ne avevamo mai visto uno. Le note di produzione strombazzano comunque questo Summer Love come il primo film del genere sorto negli studios del paese di Zanussi e Polanski; in effetti grossomodo a queste latitudini ricordiamo alcune parodie cecoslovacche d’annata e soprattutto una bella coproduzione ceco-polacca (Bisogna uccidere Sekal, di Vladimir Michalek, 1998) che si rifaceva all’estetica western e fra l’altro condivideva con questa pellicola l’attore principale, Boguslaw Linda. [...] un’operazione di stranita riproposizione dei luoghi comuni del western [...] il tutto rallentato, anzi “ipnotizzato” in un ritmo che non si comprende se sia volontariamente sornione e mescalinico, o sia semplicemente dovuto alla incapacità del regista esordiente di dare i tempi giusti a una vicenda fin troppo diluita. [...] Lo stesso autore di questa a tratti sconcertante rivisitazione della frontiera spostata ad est si è cautelato dicendo di non avere in mente né una pura parodia né un classico fuori tempo massimo che rispetti le regole del genere; a dire il vero però si fatica a ritrovare sullo schermo il suo intento dichiarato di fare “un film allegorico che usa il linguaggio codificato del Western per affrontare l’identità etnica e l’autenticità culturale” in quanto problemi della contemporaneità. A noi questo sembra piuttosto uno di quei classici film freak della cinematografia mondiale che entrerà di diritto fra le chicche enciclopediche per cast e trash involontario. Nonostante tutto: a tratti divertente.


Bandidas
di Joachim Roenning e Espen Sandberg, con Penelope Cruz, Salma Hayek, Steve Zahn, Dwight Yoakam, Sam Shepard

Fallimentare e costoso capriccio delle due star latine del cinema hollywoodiano, la messicana Selma Hayek e la spagnola Penelope Cruz. In altre occasioni due piccolette molto sexy, ma in questo caso due insopportabili oche che per tutto il film non fanno che battibeccare in siparietti che vorrebbero essere simpatici e brillanti e finiscono per essere solo imbarazzanti. È persino inquietante notare che nonostante tutti i soldi spesi e la confezione patinata il risultato vada a parare dalle parti dei più sgangherati e raffazzonati western comicaroli italiani degli anni 70, che almeno avevano la scusa di essere girati con budget da morti di fame. Identiche infatti la mancanza di una qualsiasi atmosfera western ancorché virata al comico, l'ironia infantile e mortificante, la trama senza fili e piena di insensati scarti di tono. Si passa da trucidi massacri compiuti dal cattivo nerovestito, a sequenze come quella delle due protagoniste che si allenano per diventare rapinatrici come fosse uno sport (probabilmente la trovata più avvilente del film, davvero degna del “fagioli western” più improvvisato) o, ancora, da scenette in cui la Cruz conversa con la sua cavalla intelligente in puro stile “Francis il mulo parlante”, ad altre in cui la Hayek tira fuori pistolotti sull’arroganza politica ed economica degli yankee. (Anche se alla fine il banchiere americano è un onesto brav'uomo e il corrotto è il governatore messicano.) Vien da chiedersi se, tra i tutti i soldi buttati via per un’operazione del genere, non valesse la pena dirottarne una manciata per assoldare uno sceneggiatore con un minimo di sale in zucca. Magari risparmiando qualcosa sugli improbabili, pacchiani e immagino griffatissimi costumi da cowgirls sfoggiati dalle due attrici.


Dicono di lui…

“Vacua sciocchezzuola diretta da due registi pubblicitari norvegesi, interpretata da due star latine e scritta e prodotta dal Ridley Scott europeo, Luc Besson, uno che con la sua Europacorp batte la strada del blockbuster d’azione autoctono e ad encefalogramma piatto e che sembra averci preso gusto a banalizzare generi e categorie. In questo caso se la prende con il western, nei confronti del quale dimostrava molto più riguardo perfino il peggior film di Eduardo Mulargia. Detto che, comunque, il western al femminile al cinema non ha quasi mai funzionato (ricordo con piacere solo La texana e i fratelli Penitenza), i due registi dirigono con lo stile di uno spot della Heineken, sprecando un grandissimo apparato tecnico (Thierry Arbogast alla fotografia, Éric Serra alla colonna sonora) e le belle locations messicane con una commediola innocua e spompata, giustamente massacrata dalla critica e accuratamente evitata dal pubblico. C’è addirittura, tra le righe, un messaggio anti-capitalista e filo-messicano degno davvero di miglior palco e che mal si addice all’estetica tutta americana del film (sarebbe stato molto più centrato, ad esempio, se il film fosse stato girato in Spagna e diretto come uno Spaghetti Western). Vengono buttati nella mischia anche un paio di bravi attori come Sam Shepard, che fa la delirante parte del trainer delle protagoniste, e il cantante country Dwight Yoakam, invero piuttosto efficace come cattivo. Va da sé, quindi, che l’unico motivo di interesse, soprattutto per gli amanti delle cowgirls, siano le due stragnocche protagoniste, la spagnola Penélope Cruz e la messicana Salma Hayek, che sembrano peraltro piuttosto in sintonia tra loro, anche se da star hollywoodiane (quasi) di prima grandezza ovviamente stanno vestite per tutto il film e sfruttano al minimo la loro carica sexy. La loro porca figura, comunque, la fanno lo stesso.”
(Mauro Mihich)

“[...] Pur ritrovandosi Cruz e Lopez[?] come protagoniste, il film non sfrutta benissimo questa fortuna. Come momento indicativo si può considerare quello che vede Zahn legato al letto totalmente nudo in preda alle bandidas: è l'inizio di una competizione fra le due belle per decidere chi sia più seducente, a cominciare da come usano le labbra, ma l'unico – poco – divertimento è solo quello sprigionato naturalmente da loro. A questo possiamo forse aggiungere il divertimento insito nel vedere la stramba parrucca che Dwight Yoakam si ritrova in testa. [...]”

CONTINUA A LEGGERE QUI.
(Stefano Disegni)


Desolation Canyon
di David S. Cass Sr., con Stacy Keach, Patrick Duffy, Kenny Johnson, Kelly Overton, A Martinez

Uno sceriffo (Patrick Duffy, il sempre inespressivo Bobby di "Dallas") insegue quattro fuorilegge, che oltre a rapinare la banca hanno anche rapito un bambino, figlio del capobanda. Ad accompagnarlo anche un pistolero in ritiro (Stacy Keach, che per quanto annoiato, col panzone e un orrendo zazzerone, è l'unico che non sembri capitato su un set western per caso), che è a sua volta padre del capobanda e quindi nonno del bambino.

David S. Cass Senior è un prolifico tuttofare specializzato in western televisivi a bassissimo costo. Regista, attore, sceneggiatore, produttore: fa di tutto. E lo fa male. Perché anche considerando il fatto che i suoi film sono probabilmente indirizzati ad un pubblico di famiglie e di persone anziane (quest'ultimo un target molto ambito dalle tv americane), non si può fare a meno di ritenerli di una noia assolutamente micidiale. Già regista western nel 2002 della miniserie "La guerra di Johnson County" (e considerando quanto riesce ad annoiare con i suoi filmetti di un'ora e venti, non osiamo immaginare cosa possa aver fatto con a disposizione quattro ore), ha diretto anche il soporifero e melenso "Il sentiero per Hope Rose". Questo almeno è un western vero. O meglio, c'è della gente vestita da cowboy, che dice banalità che dovrebbero essere da western e si aggira tra i sempre affascinanti paesaggi dell’ovest americano. Peccato che praticamente faccia solo quello. Infatti dopo la rapina iniziale per tutto il film vediamo solo gente che cavalca e parla o in alternativa che si accampa e parla. E continua a parlare anche nelle sole due sparatorie di tutto il film. Come se non bastasse la mancanza d’azione, il film ci propina delle caratterizzazioni dei personaggi di una insulsaggine sconcertante e un’indigesta e fuori luogo dose di buoni sentimenti, a base di bambini coraggiosi, mamme apprensive, cattivi che si redimono all’ultimo minuto e cacciatori di taglie compassionevoli. In confronto un qualsiasi episodio di Rin Tin Tin rischia di apparire più realistico e crudo.

Dicono di lui…
"È un western molto ben fatto. La trama è interessante e gli attori Patrick Duffy e Stacey Keach legano bene a livello chimico sullo schermo. [...] I personaggi sono interessanti, in particolare i due protagonisti. Lo sceriffo Swede è appassionato di piccoli detti, come "Quando un uomo arriva al secondo posto in una sparatoria, non potrà vantarsene" e "Può non piacerti la verità, ma questo non la cambia.” Consigliato anche ai ragazzi di dodici anni, soprattutto perché c'è sì una certa violenza, ma poco sangue. Anche il linguaggio è pulito."
("MovieReview", 7/1/2006)

Scusi, dov’è il west?


The New World
di Terrence Malick. Con Q'Orianka Kilcher, Christian Bale, Jason Aaron Baca, Colin Farrell, Ben Mendelsohn, David Thewlis, Christopher Plummer

La leggenda di Pochahontas (il cui nome per altro non viene mai citato) raccontata come fosse un poema epico e con le cadenze di una sinfonia classica più che di un film. Comunque di sicuro non un film western, nonostante una suggestiva parata di pellerossa come non si vedeva da “L’ultimo dei Mohicani” di Michael Mann. Tra cui un totemico Wes Studi, protagonista di alcune affascinanti sequenze nell'Inghilterra del 600 dove si aggira per giardini e cattedrali, e la principessa indiana più credibile mai vista, una luminosa e giovanissima Q'Orianka Kilcher, classe 1990, i cui impegni di attrice sono secondari rispetto alla sua attività come attivista per i diritti umani. È la storia della perdita di un paradiso naturale e spirituale, dovuta all’incapacità dell’uomo civilizzato di guardare il mondo con il necessario stupore. Il solito Malick, variamente ammirato e detestato, sicuramente inconfondibile.

domenica 25 marzo 2012

nuovi western - 2005

Western del 2005

Anno segnato da due uscite preziose e memorabili.
Ma anche dell’affermarsi di un curioso fenomeno: nonostante nessuno dei western degli anni precedenti avesse ottenuto grandi riscontri di pubblico, a metà circa del decennio scorso inizia a venir fuori tutta una serie di piccole produzioni western. Filmetti televisivi per il mercato del home video, opere amatoriali improntate alla nostalgia, operazioni di contaminazione tra generi (da cui si sviluppa addirittura un vero e proprio filone, quello dei western-horror di cui tratteremo a parte molto presto). Un piccolo fenomeno che continua tuttora e di cui in Italia arriva poco o niente. Sembra quasi che ci sia più voglia di fare il cinema western di quanto ce ne sia di vederlo.


Le tre sepolture (The Three Burials of Melquiades Estrada)
di Tommy Lee Jones con Tommy Lee Jones, Barry Pepper, January Jones, Dwight Yoakam, Julio Cedillo, Melissa Leo, 

Non solo il probabile capolavoro western del decennio, nonostante l’ambientazione moderna, ma uno dei più preziosi e solitari film americani degli ultimi anni. Ha la semplice grandezza di una lucida e profonda parabola morale, che parla della rimozione della morte e del dolore nell’epoca moderna, dell’illusorietà e della fragilità della vita. Forse attraversato anche da una vena polemica contro la rappresentazione sempre più giocosa e “irresponsabile” della violenza nel cinema. Ma è anche più semplicemente un’appassionate e sincera storia di amicizia che dura oltre la morte, di un viaggio di iniziazione (forzata) in un sudovest di abbagliante e pietrosa bellezza, e una spietata descrizione del vuoto della provincia americana come non si vedeva dagli anni 70. Come accade spesso, quando un grande attore passa dall’altra parte della macchina da presa, l’esordio alla regia del cinquantanovenne Tommy Lee Jones dimostra una sensibilità e un’originalità di sguardo che raramente si trovano nei registi professionisti. Il suo è un film profondamente morale, sia a livello visivo che nei contenuti, ma abbastanza disincanto ed ironico da non scadere nel moralismo.


"Davvero un grandissimo film. Un amarissimo canto funebre sulla morte del west e di un certo tipo di America. E nessun dubbio che si tratti di un western: forse, anzi, quello più intimamente appartenente al genere dai tempi de "Gli Spietati", nonostante le coordinate spesso stravolte ed irriconoscibili, a partire dall'ambientazione contemporanea. Strutturato, in maniera quasi teorica, in due parti completamente distinte, separate da una cesura netta, come nell’altrettanto magnifico "Verso il sole" di Michael Cimino: la prima, moderna, è caratterizzata da un montaggio sincopato e pieno di flashback (non a caso il film è scritto dal messicano Guillermo Arriaga, lo sceneggiatore dell’insopportabile Innaritu, che l’asciuttezza stilistica e la sobrietà di questo film però se la può sognare di notte), mentre la seconda, invece, puramente western, è un lungo viaggio iniziatico verso il recupero di certi valori e stili di vita ormai completamente perduti. Da sottolineare, e ammirare, il discorso etico e politico, di grande lucidità e rigore, con la critica a un sistema –forze di polizia comprese– che ha ormai perduto qualsiasi pietà e umanità, a favore della più becera stupidità e arroganza."

"Grandi momenti di allucinata intensità: l'incontro con il vecchio cieco, quello con i messicani che guardano la telenovela in televisione in mezzo al deserto, Tommy Lee Jones che si ubriaca nella cantina messicana. Notevoli echi peckinpahiani: la fuga verso un Messico visto come unica oasi di salvezza, il viaggio sadico e macabro alla “Voglio la testa di Garcia”, il grande personaggio di Tommy Lee Jones che, come lo Steve McQueen de “L’ultimo Buscadero”, persevera ostinatamente nel rispetto di certe regole in un mondo dove esse hanno perso completamente di senso, e la cui sconsolata constatazione della loro inutilità si traduce in immagini piene di nostalgica commozione e in uno sguardo carico di disprezzo." (Mauro Mihich)

Purtroppo in Italia, come accade sempre più spesso, il film e deturpato da un doppiaggio ottuso e dozzinale, da sitcom di seconda categoria, che devasta letteralmente il fascino dei dialoghi prosciugati e smozzicati dell’originale.


Dicono di lui…

“[...] Oltre a raccontare un viaggio verso un luogo, che ha una motivazione molto particolare, narra di un viaggio dei protagonisti intorno a sé stessi, un viaggio che ha come percorso anche la distanza che li separa. E’ l’occasione di un confronto ed è un percorso che parte da valori morali e ideali differenti. Paesaggi incantevoli a parte, è proprio la rappresentazione di questo avvicinarsi e di questo rivelarsi a reggere in maniera esemplare il film che, come detto, fa dell’essenzialità la sua migliore qualità. Una ricerca dell’essenzialità tale che le frequenti scene di flashback sono introdotte in modo trasparente e lineare, quasi fosse un flusso continuo della narrazione, senza enfasi, come se non esistesse nel racconto un prima e un dopo, ma solo un lungo durante. [...]”

“[...] Stavolta le guardie di frontiera perderanno di vista chi entra, per inseguire chi esce e fugge irregolarmente verso Sud. Paradosso geografico, che ha parecchio di politico nel sottotesto e che si richiama alla figura del loser dal viso scavato dalle rughe e dal tempo un po’ alla Eastwood, il film di Jones propone due ore di on the road desertico e naturalistico, concentrandosi sui caratteri e sulla storia e dimenticando quasi del tutto la visione. Per almeno mezz'ora sembra quasi che ci sia un tentativo di montaggio stranamente sincopato e a ritroso alla ricerca di una verità spezzettata dai diversi punti di vista dell’omicidio. Ma è un fuoco di paglia: i rimanenti novanta minuti si perdono davvero in mille rivoli di script, personaggi che svaporano nel nulla (si veda la bella mogliettina di Mike, Lou Ann, interpretata dalla bella January Jones), frasi che svolazzano nel vuoto. Ed è davvero un peccato che non sia intervenuto qualche sforbiciatore, perché le intenzioni di Jones sono quantomeno scevre di pregiudizi filosofici e di carinerie da primo della classe. [...]”

“[...]Le tre sepolture [è] un esordio stupefacente per padronanza registica e asciuttezza narrativa. Lungi dal subordinare lo sguardo della m.d.p. alla recitazione degli attori (tenuta magistralmente sotto controllo) e alla funzionalità del racconto, Tommy Lee Jones regista si ritaglia momenti di pura contemplazione naturalistica e si prende pause introspettive in cui indagare l’animo dei personaggi con una sobrietà letteralmente devastante, prolungando l’osservazione delle loro reazioni ben oltre i tempi convenzionali e rinunciando a svelarci didascalicamente tutti i loro pensieri. Scavo psicologico lontano da ogni psicologismo, in una parola. [...]”


La proposta (The Proposition)
di John Hillcoat con Guy Pearce, Ray Winstone, Emily Watson, Danny Huston, David Wenham, John Hurt, Noah Taylor

Il western ambientato in Australia meriterebbe (e prima o poi meriterà) un discorso a parte, ma in questa notevole pellicola del robusto John Hillcoat, scritta nientemeno che dal suo amico e sodale Nick Cave, c’è troppo “vero” western per non citarla in questa rassegna. E non che l’ambientazione australiana venga dissimulata. Tutt’altro.

Outback australiano. Un ufficiale dell’esercito inglese cattura due fratelli fuorilegge. Al più anziano dei due fa la proposta del titolo: libererà il più giovane solo se ucciderà un terzo fratello, ancora latitante e pericoloso. Inizia così un affresco della vita nel deserto australiano, dai toni talmente allucinati da far sembrare il selvaggio west americano un giardino d’infanzia. Più che seguire una trama principale la narrazione divaga, descrivendo personaggi immersi un ambiente naturale talmente ostile da esasperare e amplificare ogni genere di tensione: psicologica, sociale e razziale. Mettendo in scena la crisi coniugale tra l’ufficiale e sua moglie, il film si concentra soprattutto sul terribile smarrimento degli inglesi, trapiantati nella durissima realtà australiana,  dove la vita è sempre al limite della sopravvivenza, sia per i bianchi più o meno regolari che per gli aborigeni. Un avviso all'inizio del film avverte addirittura che alcune scene riguardanti gli aborigeni potrebbero apparire “offensive” nella loro crudezza.


La cosa più notevole del film sono le scene di violenza, tra le più brusche e imprevedibili mai viste. Come la trafelata e sanguinosa scena della cattura iniziale, che cita “Pat Garrett e Billy The Kid” e l’inizio di “Silverado”, ma soprattutto la memorabile scena in cui il protagonista cade in un agguato, viene gravemente ferito e viene salvato, il tutto in una sequenza che durerà, se è tanto, cinque o sei secondi. La regia di Hillcoat, non sempre perfettamente controllata, a tratti fatica ad essere all’altezza delle alte ambizioni della sceneggiatura di Nick Cave (autore insieme al fido violinista Warren Ellis anche della bella e poetica colonna sonora), a tratti forse anche troppo alte, soprattutto in alcuni dialoghi filosofeggianti. Ma nonostante qualche squilibrio l’atmosfera del film è intrigante e affascinante. E riconferma l’abitudine degli autori australiani di descrivere il loro paese come una terra quanto meno inquietante.

Gran bel cast, con in primo piano una Emily Watson al solito perfetta e un carismatico Guy Pearce, che meriterebbe maggior fortuna. Il ruolo dell’ufficiale inglese è curiosamente affidato all’ottimo Ray Winstone, che ha un fisico che lo fa sembrare più sanguigno dei burini australiani che lo circondano. Mentre Danny Huston, l’attore che interpreta il fratello maggiore da assassinare, ha per il pubblico italiano un curioso handicap: è una specie di sosia del cantante Francesco Renga.


Dicono di lui…

“Bellissimo Western Aussie scritto addirittura da Nick Cave e diretto dall’australiano John Hillcoat, il regista di “The Road”. Nonostante ogni tanto parta per la tangente con qualche discorso/momento metafisico è un western potente e sanguinario, che rifugge sia dallo sguardo epico del western classico che quello nostalgico di quello crepuscolare (anche se la scena iniziale della cattura dei fuorilegge è una esplicita citazione di quella di Pat Garrett & Billy Kid di Peckinpah), dipingendo una desolata frontiera fatta di mosche, polvere e sangue. Un film molto duro, non solo per le scene di violenza, secche, improvvise e brutali (quasi insostenibile quella delle frustate) e che nulla concedono al facile compiacimento tarantiniano adesso di moda nel cinema d’azione, ma anche per l’atmosfera e le situazioni, che offrono un crudo spaccato della durezza della vita dei pionieri inglesi nell’Australia di fine ottocento. In sottofondo c’è anche il discorso sul genocidio degli aborigeni, visti esattamente alla stregua degli indiani nei film western come minoranza perseguitata e oppressa. Il film vive molto anche sul contrasto tra l’impossibile normalità della vita familiare, tutta rose e porcellane, del Capitano di polizia (che poi è il vero protagonista: Pearce, infatti, rimane in scena molto meno di lui) e della moglie e la crudeltà quasi senza senso dell’ambiente circostante.
Nick Cave cura ovviamente anche la bella colonna sonora, insieme a Warren Ellis (che non è lo sceneggiatore di fumetti). Ottimo il cast: Guy Pearce, bravissimo attore che meriterebbe miglior fortuna, è perfetto nella parte del tenebroso cavaliere solitario alla Billy the Kid, Ray Winstone è efficacissimo in quella dello stravolto “sceriffo” in precario equilibrio tra giustizia e crudeltà e sull’orlo di una crisi familiare e di nervi, Emily Watson in quella della timida mogliettina, la cui fragilità accentua la violenza del narrato, forse il meno convincente è Danny Huston, che non ha la faccia da cattivo, in quella del bandito sanguinario. C’è pure un irriconoscibile John Hurt nel breve e folgorante ruolo di un cacciatore di taglie alcolizzato. Regia di grande rigore, una bellissima fotografia dai toni accesi dell’Outback australiano, un montaggio superbo, grandi momenti, tanta tensione e un finale crudo e spiazzante nella sua nichilistica assenza di speranza.”
(Mauro Mihich)

“Scritto da Nick Cave e diretto da John Hillcoat (“Ghosts ... of the civil dead”), questo Western Aussie non è solo un anti-western ma è pura antimateria, un'infernale forzatura che distrugge il genere che l'ha generato. Ambientato alla fine dell'era dei briganti da strada di quel paese, la storia è inesorabilmente cupa e priva di senso dell'umorismo, a cominciare da un Guy Pearce con una faccia da fuorilegge triste, a cui è proposta una scelta orribile: o caccia e uccide il fratello maggiore omicida (il sempre fuori luogo Danny Huston), o suo fratello minore (Richard Wilson) sarà messo a morte. L'ambiguità che sottolinea i migliori western revisionisti non è rintracciabile; il crudele uomo di legge interpretato da Winstone potrebbe non essere il peggiore dei cattivi da film, ma è così roso dai suoi conflitti e così inattivo che non fa alcuna differenza. La spavalderia delle murder ballads di Cave è altrettanto assente, sostituita da canzoni austere, basate su poche note. Anche il memorabile cameo a sorpresa di John Hurt non può tirare fuori “The Proposition” dal pantano.”
(S.A. “The Philadelphia City Paper”,8/4/2006)


Brothers in Arms 
di Jean-Claude La Marre con David Carradine, Gabriel Casseus, Raymond Cruz, Jared Day

Secondo western all-black dell'haitiano Jean-Claude La Marre, dopo il catastrofico Gang Of Roses.
Il tentativo sarebbe sempre quello di andare a mescolare il western con l’estetica hip-hop. Anche la trama è quasi la stessa, sia pure virata al maschile. Due fratelli riuniscono la loro vecchia banda per rapinare una banca. È soprattutto una vendetta perché la città della banca è di proprietà di un ricco bastardo, e ognuno degli antieroi protagonisti ha un motivo per odiarlo. O lui, o suo figlio o il cacciatore di taglie al loro servizio. Ecatombe finale.
Anche il risultato è sempre lo stesso. Pessimo.

Dicono di lui…

“[...] nonostante i dialoghi abbaiati male, le scene d'azione incredibilmente povere, l'aspetto piatto e poco convincente del film, le estenuanti sequenze di dialogo... "Brothers in Arms" è comunque meglio di "Gang of Roses". Purtroppo il signor La Marre deve ancora imparare una cosa: se aveva intenzione di creare un gangster urbano utilizzando i cliché western (beh, perché no?) doveva lasciare la musica hip-hop fuori dal gioco. A suo modo "Brothers in Arms" poteva essere un western interessante, ma niente estrania da quel periodo storico più velocemente di un cacofonico, anacronistico (e piuttosto banale) pezzo di musica hip-hop. Ok, l’hip-hop e una sceneggiatura pessima: sono già due cose che non vanno. La trama è semplice: un tizio spara a quel tizio, un altro tizio spara a qualcun altro ancora, ci sono un sacco di sparatorie tutte in una volta e poi il film finisce. I presunti "buoni" vengono disegnati con una nota di colore a testa. Uno è un tipo un gambler pieno di rancore, un altro è un prete caduto in disgrazia, e uno è - ah - una donna, che ama far saltare in aria le diligenze con la dinamite che porta sul petto. [...] Come rappresentante dei bianchi caucasici (e quindi o molto stupidi o molto malvagi) abbiamo David Carradine in versione super bastardo. Guardate, non mi importa se un western è tutto nero, tutto asiatico, mezzo eschimese, metà irlandese, ma non ci sono scuse per un film semplicemente fatto male. Le battute senza senso, le linee narrative messe lì solo per far scorrere i minuti, personaggi che non si evolvono mai al di là dei più generici caratteri western. Si passa da punto all'altro della storia senza alcun senso di necessità, interesse o logica interna, il tutto appare pacchiano e suona ancora peggio. E nonostante questo è ancora un film migliore di "Gang of Roses". Forse tra altri tre o quattro western da oggi, La Marre effettivamente potrebbe farne uno quasi buono, tipo “Posse” di Mario Van Peebles - un film che è praticamente il riassunto di tutto il sottogenere - il che non è esattamente una di quelle aspirazioni che meritino grande applicazione, ma se qualcuno deve proprio farlo, quello è Jean-Claude La Marre. Sarò lieto di dare al regista un’altra possibilità al suo prossimo "urban western", ma per favore, JC, lascia stare l'hip-hop. Nel vecchio West non avevano console e mixer.
(Scott Weinberg, “DVD Talk” 10/6/ 2005)

“[...] Questo film è angosciante. È doloroso da guardare. Ho sempre detto, alle persone che criticano gli horror di serie B che guardo, che per godersi la maggior parte dei film è necessario sospendere il senso di incredulità per almeno un paio d’ore. È Hollywood. Godetevi la fantasia. Ma questo film non riesce a farmi sospendere neanche il comune buon senso, figuriamoci il senso di realtà. Posso solo indovinare che il film sia ambientato alla fine del 1800. Tiro ad indovinare, perché il film non persuade nemmeno per un momento di star mettendo in scena una qualche epoca passata. Da dove cominciare? I vestiti ... i vestiti sono uno scherzo. È il Wild Wild West incontra MTV. È un film o un video musicale? Osservate la donna della banda che rapina banche. Le donne possono vestirsi in quel modo per i bordelli di Las Vagas, non per una rapina. Non potete convincermi che ci potessero essere sceriffi e sbirri donne, o anche solo cassiere di banca, nei giorni del selvaggio west. [...] E di chi è stata l'idea di prendere Bill (il personaggio di David Carradine in “Kill Bill”), per farlo tornare in vita e mandarlo indietro nel selvaggio West? Carradine non ha molto da perdere dall'essere protagonista in questo film. È già alla fine carriera. Ma i tanti giovani attori e attrici, che hanno fatto l'amaro errore di mettersi in mostra in questo film, invece che una tacca di esperienza si ritrovano con un foro di proiettile nella loro carriera.”
(Clay Smith, “IMDb” 20/8/2005)


Three Bad Men (inedito in Italia)
di Jeff Hathcock con George Kennedy, Mike Moroff, Chris Gann

Film introvabile che, a giudicare dagli spezzoni che si vedono in giro, non è molto più di un film amatoriale che potrebbe girare chiunque, con una fotografia e un livello di recitazione dall’aria irrimediabilmente caserecce. Tre fuorilegge rapinano una banca e si dirigono verso il Messico. Prima di raggiungere il confine si imbattono però in un moribondo la cui moglie è stata rapita da un’altra banda di fuorilegge. Con il suo ultimo respiro l'uomo chiede ai tre uomini di aiutare la donna. Con gli uomini di legge che stanno per piombargli addosso, i tre devono prendere una difficile decisione: rischiare la vita per salvare la moglie del morto o mettersi al sicuro attraversando il confine? Non è difficile intuire quale sarà la loro scelta. Sembrerebbe una specie di remake di “In nome di Dio” (Three Godfathers) di John Ford, però senza neonato, il che non era neanche una brutta idea. Ma l’unico probabile motivo per cui l’esistenza del film è segnalata al di fuori della cerchia famigliare di chi l’ha fatto è la presenza dell’ottantenne George Kennedy. Che onestamente mette anche un po’ di tristezza...

Dicono di lui…

“Un titolo come “Tre uomini noiosi” sarebbe stato più appropriato, dato gli sbadigli che questo western procura dall’inizio alla fine. [...] Dura quasi due ore, 118 minuti, ed è un film straziante. Pietosamente avrebbero potuto tagliarne almeno mezzora. Per esempio tutte le scene in cui vediamo della gente che se ne va in giro a zonzo senza far nulla. I costumi da cowboy sembrano essere presi dal cestone dei costumi di Halloween di un hard discount. Probabilmente è stato girato in un villaggio turistico stile Wild West e probabilmente è stata utilizzata la gente del luogo, tipo quelli che rievocano la guerra civile. Probabilmente si sono fatti da soli anche i costumi, perché nulla sembra di quel periodo. Molti costumi sono palesemente vestiti di uso comune e moderno. La recitazione è orrenda e l'unico attore degno di nota è la leggenda del cinema George Kennedy. È lì ovviamene solo per i soldi e gli autori sono stati capaci di usarlo solo per qualche scenetta comica di alleggerimento. Beh al diavolo, è l'unica parte del film che tiene svegli. Anche se, osservando la bombetta indossata da Kennedy si nota che deve essere ovviamente robetta pezzente comprata in qualche negozietto da due soldi, e che anche il cravattino è finto.”
(Jeff Swindoll, “M&C” 4/6/2007)

Scusi, dov’è il west?


Miracolo a Sage Creek (Miracle At Sage Creek)
di James Intveld con Tim Abell, Sarah Aldrich, David Carradine, Irene Bedard

Un presepe vivente d'ambientazione western, pensato per un pubblico di ispirazione cristiana e per il periodo natalizio. Racconta di una blanda rivalità tra famiglie, a causa di cavalli e moglie indiane. Tutto si risolve con la fede, i buoni sentimenti, apparizioni angeliche e resurrezioni miracolose di mocciosi malati. Sprecare Carradine (il suo cattivo è più uno scorbutico che un uomo malvagio) e ancora di più Wes Studi in un film in cui non possono accoppare nessuno, è una cosa che fa venir in mente a chi scrive pensieri ben poco cristiani.

“Questo film è segnalato come "approvato per la famiglia", con tanto di marchio a fianco del logo sulla copertina del dvd, la cosa non sorprende data l'enfasi messa nel film sulle tematiche religiose e sull'importanza della famiglia. E anche se ci sono alcuni elementi interessanti a livello di sceneggiatura, sono in definitiva annullati da un approccio semplicistico e totalmente prevedibile. [...] “Miracle at Sage Creek” è condotto ad un ritmo piacevolmente lento, certamente in linea con il materiale narrativo trattato, anche se è chiaro che gli spettatori meno pazienti troveranno ben poco per cui valga la pena pazientare. L'approccio terra terra (tipo il personaggio malvagio che indossa un cappello nero) è aggravato da una sceneggiatura greve, soprattutto quando tratta di roba religiosa (dopo che il figlio di un predicatore si ammala, la moglie urla, "Dov'è il tuo grande dio, ora!?"). Detto questo, “Miracle at Sage Creek” in fondo è divertente, anche se è abbastanza ovvio che la pellicola è stata pensata quasi esclusivamente per affettuose riunioni di famiglia.”
(David Nusair, “Reel Film Review” 27/6/2006)

venerdì 9 marzo 2012

nuovi western - 2004

Western del 2004

Dopo il buon bottino del 2003 il genere torna quasi in letargo. Tre titoli soltanto da segnalare e nessuno di loro è un western vero e proprio.


ALAMO - GLI ULTIMI EROI (THE ALAMO) di John Lee Hancock
Con Patrick Wilson, Jason Patric, Billy Bob Thornton, Emilio Echevarria, Dennis Quaid

C'era bisogno nel 2004 di veder narrata ancora una volta la storia dell'assedio di Alamo? A giudicare dal totale disinteresse con cui questo film è stato accolto, anche constatando il notevole dispiegamento di mezzi e l'impegno con cui è stato realizzato, si direbbe che quel bisogno lo sentissero davvero in pochi. O forse non è così che la solita storia andava ancora una volta raccontata. Questo film esemplifica bene un fraintendimento in cui cade spesso molto cinema odierno, quando decide di riaffrontare una vicenda che è già stata messa in scena più volte, il che accade spessissimo in quest'epoca di remake, sequel, prequel e ogni genere di aria fritta. L'equivoco sta nel credere che la forza intrinseca dell'episodio già noto basti a se stessa e che per rinfrescarne l'interesse basti ricamarci attorno qualcosa.

Nel caso di Alamo il fascino della vicenda sta tutto nell'epica dello scontro impari, che vide pochi assediati americani scontrarsi con le forze soverchianti degli assedianti messicani. Quel che conta quindi sono l'assedio e la battaglia disperata, non quello che ci stava attorno. Invece “Alamo - Gli ultimi eroi” si perde in tutta un'infinità di notazioni marginali che si rivelano assolutamente fine a se stesse e che spezzano continuamente il ritmo degli eventi. Ad esempio può essere interessante sapere che la tragedia scaturì anche dall'arrogante e miope politica dei texani, e che gli eroi di Alamo erano una specie di armata Brancaleone litigiosa e poco consapevole a cosa andava incontro, ma a livello cinematografico queste annotazioni non riescono mai a trasformarsi in racconto. Anche le notazioni più acute, come il rilevare che i “buoni” americani erano schiavisti al contrario dei “cattivi” messicani, rimangono dettagli che restano sempre ai margini del narrazione.

I noti personaggi della vicenda subiscono un identico trattamento. Interessa sapere che Sam Huston era un cinico ubriacone? Che il colonnello William Travis, a capo degli assediati, aveva piantato la moglie? Che Jim Bowie aveva il tifo e rimpiangeva la moglie messicana defunta? Che Davy Crockett era un bonaccione malinconico e che la sua leggenda era dovuta alle fanfaronate di un attore che lo impersonava sui palchi dei teatri dell'est? Questa tendenza a rifugiarsi nell'aneddoto storico fine a se stesso si riflette anche nell'iconografia, che non ha nulla dell'agilità western o del film d'avventura (a cui si erano più furbamente attenuti il kolossal di John Wayne “La battaglia di Alamo” del 1960 e ancora prima il dimenticato b-movie “Alamo” di Frank Lloyd del 1954), ma ha piuttosto la pesantezza museale del film storico, con personaggi costretti in costumi rigidi e inamidati, probabilmente storicamente attendibili, ma senza fascino.

D'altra parte il film più che un western è un film storico di ambientazione ottocentesca. E in questo senso funziona pure. Il senso di realismo o di verosimiglianza con cui è messo in scena l'assedio in alcuni punti è potente e suggestivo. Il senso di smarrimento, angoscia e attesa degli assediati è ben reso. La fatidica battaglia è messa in scena con il giusto equilibrio di spettacolarità e realismo, quasi una ventina di minuti di massacro, con una tensione e un senso di confusione che ricorda più il caos dei migliori Vietnam-movie che non i western incentrati sugli assedi. Il film non rinuncia ai santini eroici americani e qualche facile macchietta, ma è abbastanza onesto nel riconoscere torti e ragioni, eccessi e crudeltà di entrambe le parti. Anche in un'ottica da film storico, ridondante e francamente noiosissimo invece l'ultimo quarto d'ora, che ci mostra la cruenta reazione degli americani guidati da Sam Huston (Dennis Quaid).

Un discreto film in definitiva, illuminato da un buon cast, a cominciare dal Davy Crockett di un intenso Billy Bob Thornton e dal Jim Bowie del carismatico, ma sempre poco e male utilizzato, Jason Patric. Resta il triste pensiero che tutti i soldi che si spendono per questi film sontuosamente illustrativi e sostanzialmente inutili potrebbero essere meglio utilizzati per raccontare storie nuove. O almeno storie meno consunte dall'uso.

Dicono di lui...

"Questa è la storia di una guerra civile. Non quella che ci è più nota, ma una che si è verificata un quarto di secolo prima. In questa guerra civile c'è sempre la secessione tra Nord e Sud, ma poiché i secessionisti hanno vinto non la si chiama guerra civile, ma rivoluzione: la rivoluzione del Texas. [...] Nel prendere un tema tanto mitizzato, il film rischia grosso. I drammi sugli eventi storici sono spesso rigidi e distaccati, nel migliore e nel peggiore dei casi sono leziosi. Questo film riesce a convincere a dispetto di questi pericoli. Lo fa romanticizzando gli eventi associati ad Alamo, ma sforzandosi di avere precisione storica e riuscendo a umanizzare le figure storiche sulle quali si concentra. [...] Thornton/Crockett è un piacere particolare. Controllando il lato serio del suo personaggio, Thornton finisce per rubare la scena a tutti. Si accattiva regolarmente il pubblico ed è protagonista delle migliori sequenze del film, fino alla fine. Come funziona il film a livello di ricostruzione storica? Bene. La maggior parte di questi film sono popolati da attori dolorosamente rigidi che lottano per ritrarre i personaggi storici che gli sono stati assegnati, ma questo riesce a trasmettere l'umanità dei suoi protagonisti. Uno dei motivi è anche l'ambiguità che circonda quello che è realmente accaduto ad Alamo. Nel folklore texano, Travis, Bowie e Crockett sono stati descritti come santi che lottano e sfidano il nemici fino al loro ultimo respiro. Più recentemente gli storici hanno iniziato a considerare le prove che ritraggono i tre in una luce molto più umana. Secondo i nuovi ritratti, uno di loro (Bowie) potrebbe essere stato troppo male durante la battaglia per uscire dal suo letto e un altro (Crockett) potrebbe essere sopravvissuto alla battaglia, anche se brevemente. Anche se queste idee sono controverse, il film finisce per rappresentarle in modo da umanizzare i personaggi principali, senza privarli del loro eroismo. Il film racconta anche la complessità della situazione storica, esplorando le prospettive di individui e gruppi diversi. Sia Travis che Bowie erano schiavisti, e il film esplora le diverse reazioni dei loro schiavi alla situazione in cui sono finiti. [...] Nonostante i suoi difetti, il film funziona molto meglio di quanto in genere funzionino la maggior parte delle ricostruzioni d'epoca, in particolare nel modo per come umanizza i personaggi storici al centro della storia.”
(Jimmy Akin, "Decent films Guide" 2004)

“La vita di un soldato è notoriamente caratterizzata da ore di noie punteggiate da momenti di vero terrore. Beh, "The Alamo" riesce a rendere solo metà di questa cosa. "The Alamo" non è un film patriottico e gonfio di retorica epica. Si tratta di un'ottusa, sporca, triste e terribilmente lunga pellicola che purtroppo riduce uomini di importanza storica in straccioni in lotta per un po' di fango. Eh già. 100 milioni di dollari che avrebbero potuto salvare il sistema scolastico del Texas. [...] Il regista John Lee Hancock (nome fantastico), si è diplomato nel suddetto sistema scolastico texano, per cui caratterizza il suo villain - il generale Antonio Lopez de Santa Ana (Emilio Echevarría) - con tutta la sottigliezza di un supercriminale alla James Bond. Lungi dall'essere una gran mente militare, Santa Ana fa falciare i prigionieri stile genocida , svergina le vergini e sorseggia il caffè in tazzine di fine porcellana. E' un mostro ad una dimensione, che dice ai suoi luogotenenti di sacrificare i propri soldati come fossero "tanti polli". Nel frattempo gli eroi di Hancock, neanche così male, a malapena ispirano simpatia. Per lo più i protagonisti sono ubriachi e scontrosi, le comparse sono miliziani anonimi, scontrosi e ubriachi. Bowie, che soffre di qualcosa che assomiglia alla tubercolosi, peggiora in salute con il progredire dell'assedio, e Jason Patric che che lo interpreta passa tutto il secondo tempo a rifare la sua scena di disintossicazione di "Effetto allucinante", ma senza Jennifer Jason Leigh a pulire la sua sudata, legnosa testona. Che sarebbe stato l'unico motivo valido per stare a vederlo morire a letto per un'ora."
(Eric Meyerson, "On dvd" 9/4/2004)


BLUEBERRY (BLUEBERRY: L'EXPÉRIENCE SECRÈTE) di Jan Kounen
con Vincent Cassel, Juliette Lewis, Michael Madsen, Temuera Morrison, Ernest Borgnine, Geoffrey Lewis, Djimon Hounsou, Nichole Hiltz, Tchéky Karyo

Irragionevole trasposizione del celebre personaggio di Charlier & Giraud. Anche se va detto che in realtà del fumetto non è rimasto praticamente nulla, tanto è vero che nel film il protagonista viene chiamato solo per nome, Mike, e mai viene citato il soprannome che fa da titolo alla serie. Il personaggio di Cassel non ha assolutamente nulla del simpatico antieroe Blueberry, ma è una specie di Jim Morrison nel far west, barcollante e delirante per buona parte del film. E infatti, più che la classica iconografia western, visto il suo corollario di spiritualità indiana, paesaggi desertici e visioni allucinogene il film ricorda in più di un momento “The Doors” di Oliver Stone. È invece ripresa dal cine-fumetto di questi ultimi anni l'irritante tendenza a voler raccontare la nascita psicologica dell'eroe, con il solito nodo iniziale che si scioglierà solo nel finale. Il film vorrebbe essere una lunga e allucinata cavalcata psichedelica e registica (i titoli di coda iniziano con la scritta “A Jan Kounen Session”), che anche nelle scene più normali vorrebbe ubriacare lo spettatore a furia di distorsioni delle immagini, dei suoni, del montaggio.

Con questi presupposti poteva uscirne un film sbagliato ma affascinante, un'opera inclassificabile, folle e maledetta. Invece alla fine è solo un film balordo e incredibilmente noioso, girato con rara inettitudine e ancor più rara supponenza. Kounen è il tipico regista che non avendo idea di dove mettere la cinepresa la mette ovunque, continuando a muoverla come un forsennato, ma non riuscendo praticamente mai ad azzeccare il tono e lo stile giusto. Persino le poche scene d'azione sono pasticciate e senza stile. Sintomatica della totale mancanza di un'idea di cinema del regista è la sovrabbondanza di riprese con un elicottero, che immortalano magnifici paesaggi da spot pubblicitario.

Non funziona praticamente nulla. Le parti visionarie sono mal dosate, di cattivo gusto e, a causa della fotografia plumbea, spesso confuse. Ma soprattutto nemmeno per un momento si riesce a dimenticare che tutte le visioni sono immagini create al computer, problema non da poco considerato che vorrebbero essere la rappresentazione di una spiritualità atavica e vorrebbero veicolare una morale umanitaria di pace e perdono. La sensazione è spesso di vedere dei tentativi malriusciti di qualcuno che sta imparando ad usare un programma di morphing. In sovrapprezzo, falsissimo anche tutto il contesto spirituale, con la descrizione degli Apache come dei proto-hippie dediti a culti ancestrali e tutta una serie di simboli e ammennicoli che puzzano più di bancarella new-age che non di tradizione indiana. Peggio ancora la parte più western, priva di atmosfera e di interesse prossimo allo zero, come praticamente sempre nel genere quando ci sono di mezzo mappe del tesoro. Il percorso iniziatico del protagonista si basa su un pretesto troppo esile per reggere un intero film e si risolve con una rivelazione troppo meccanica e prevedibile. I personaggi sono sagome prive di personalità (protagonista compreso), che entrano ed escono di scena senza ragione, interpretati da attori smarriti o costantemente sopra le righe.

Trentacinque anni prima “Matalo” di Cesare Canevari era costato cento volte meno, risultando dieci volte più riuscito, mille volte più divertente e infinitamente più genuinamente folle e psichedelico.

Dicono di lui...

“Follia totale del regista franco-olandese di successo Jan Kounen, che avendo a disposizione un budget ENORME per portare sullo schermo le avventure dell’eroe western più famoso dei fumetti francesi (in pratica l’equivalente del nostro Tex) non trova di meglio che realizzare un allucinante pippone mistico e sciamanico, che con il Blueberry di Charlier & Giraud non ha assolutamente nulla a che fare. Secondo il Giusti dovrebbe essere addirittura basato sul dittico La miniera del tedesco-Il fantasma dai proiettili d’oro, una delle più belle storie della saga e in assoluto una delle mie a fumetti preferite, ma confesso che durante la visione non mi ha mai nemmeno sfiorato il dubbio che lo fosse!
Il delirio più totale si tocca nel finale, con venti minuti di immagini lisergiche e psicotrope, al cui confronto il finale di 2001: Odissea nello spazio di Kubrick è un esempio di linearità e compostezza.
Pare che il regista, durante i sopralluoghi del film in Messico e in Perù, sia stato folgorato dallo sciamanesimo, tanto da fondare una propria scuola spirituale al riguardo, e effettivamente si vede chiaramente che è questo che gli interessa, mentre del fumetto e del western non gliene può fregar di meno, e probabilmente dal suo punto di vista il film è anche riuscito come lo voleva lui. A noi invece rimane il rimpianto che se si fosse fatto qualche scorpacciata di peyote in meno magari avremmo avuto un buon western in più.
Detto degli innumerevoli difetti, il film tutto sommato comunque ha anche qualche pregio e, sarà che ne ho sempre sentito parlare malissimo, confesso che l’ho trovato migliore di quanto mi aspettassi: alcune immagini sono indubbiamente affascinanti, qualche momento western è abbastanza riuscito e se non altro almeno la confezione è di prima classe, nonostante l’impressione generale da kolossal francese alla Luc Besson curatissimo ma con poca anima (ma comunque, non per fare sempre l’imbarazzante confronto con la nostra desolante cinematografia, se penso che in Italia l'idea di kolossal sono i film di Martinelli...). Anche il cast degli attori tutto sommato non è male: Cassel è bravo (nonostante sia doppiato malissimo dalla stessa voce di Nicholas Cage) e ha anche la faccia “giusta” (anche se il perfetto Blueberry ovviamente sarebbe stato Belmondo), Michael Madsen è parecchio appesantito ma gli basta qualcuno dei suoi sguardi in tralice, Juliette Lewis è bellissima come sempre e ci sono pure un paio di vecchie grinte western come il novantenne (!) Ernest Borgnine e l’eastwoodiano Geoffrey Lewis (padre di Juliette, sia nella realtà che nel film). [...]
Il finale, oltre a essere un delirio mistico-visionario, è assolutamente “di rottura” nei confronti del genere, visto che il tradizionale confronto finale tra eroe e cattivo, preannunciato peraltro per tutto il film, clamorosamente non ha luogo, a favore di un’incredibile conclusione new age e pacifista. Si scopre, per di più, che il cattivo non lo è poi come sembrava e che la stessa vendetta del protagonista era basata su presupposti sbagliati. Il regista, insomma, sembra fare tutto un discorso, senza dubbio sballato, ma forse poi non così banale come sembra a prima vista, sulla necessità dell’allargamento della visione (magari con l’aiuto del peyote).”
(Mauro Mihich)

“Non è un film di Jan Kounen. Non è nemmeno una messa in scena di Jan Kounen. Come ci tengono a render noto i titoli di coda si tratta di una “session” di Jan Kounen. E, perbacco, lo sembra proprio. Una session di due ore in compagnia di un regista con un'ossessione per l'occulto e l'incapacità di capire quando il troppo è troppo. [...] Il superbo Sergio Leone aveva già accennato - e con molta più sottigliezza - al soprannaturale nei suo spaghetti-western, con la figura impenetrabile e misteriosa del Uomo Senza Nome di Clint Eastwood. Anche qui si aspira a fondere un che di spiritistico con l'epica western, ma la cosa non riesce, in gran parte perché la parte tradizionale della storia con i cowboy è un totale pasticcio. Il direttore della fotografia Tetsuo Nagata ha catturato alcune magnifiche e desolate immagini del deserto, ma le incursioni visionarie e sciamaniche sono un incrocio tra uno screensaver inquietante e gli esperimenti di un moccioso con il suo primo cerchiometro. [..] È un film grosso... ma non un film intelligente.”
(Tim Evans, “Sky Movies” 2004)

Scusi, dov'è il west?


Il sentiero per Hope Rose (The Trail to Hope Rose) di David S. Cass sr.
con Lou Diamond Phillips, Ernest Borgnine, Lee Majors

Non fate caso al torvo Lou Diamond Phillips con due pistole in locandina, è un monotono e abulico finto-western dall'aria inconfondibilmente televisiva, probabilmente prodotto per un pubblico di ispirazione cristiana. Di western c'è praticamente solo quella che dovrebbe essere la resa dei conti finale, ma che è una sequenza inverosimile e titubante come tutto il resto del film. In realtà è un melodramma sentimentale di ambientazione ottocentesca, girato con i colori stinti e avviliti del dramma sociale. Peccato, perché per un western sarebbe stata piuttosto originale l'ambientazione proletaria, con la messa in scena del lavoro in una miniera e i sorveglianti degli operai come cattivi. Ma il film si concentra unicamente sull'apatica tematica sentimentale. A parte un linciaggio prima dei titoli di testa e poi minacciare a vuoto per tutto il resto del film, anche i cattivi non è che facciano un granché. Come tutti i personaggi del film d'altra parte. Le troppe facce invecchiate di attori un tempo più o meno noti contribuiscono ulteriormente alla mestizia generale.

Tommaso Sega

lunedì 27 febbraio 2012

nuovi western - 2003

Western del 2003

Annata parecchio interessante, che dopo secoli rivede in scena finalmente una banda di ferocissimi indiani, due pellicole dedicate alla dura ma romantica vita dei cowboys, un solido western di serie B con due vecchie glorie e una curiosa rievocazione della rivoluzione messicana.


THE MISSING di Ron Howard
con Tommy Lee Jones, Cate Blanchett, Evan Rachel Wood, Jenna Boyd, Aaron Eckhart, Val Kilmer

Miracolo nel vecchio West. Un film che snocciola alcuni dei più insopportabili e ossessivi tic narrativi del cinema hollywoodiano degli ultimi decenni, diretto da un regista noto per la sua alta professionalità messa quasi sempre al servizio della più avvilente banalità, che però incredibilmente funziona. Non mancherebbe nulla per detestarlo. C'è lo scontro generazionale tra genitori e figli adolescenti, che secondo gli sceneggiatori hollywoodiani sarebbe una dinamica famigliare irriducibile anche di fronte alle peggiori sciagure, e risolvibile solo ritrovando la reciproca fiducia dopo sovrumane prove fisiche. C'è anche, come in tre quarti buoni dei film con ambizioni psicologiche degli ultimi vent'anni, il logoro metaforone sulla società senza padri, servito dal conflitto tra i due protagonisti. C'è il solito realismo fasullo della ricostruzione storica, ci sono le sequenze ridondanti, le forzature spettacolari, le strizzate d'occhio ad uno spiritualismo d'accatto. Eppure funziona.

Funziona perché Ron Howard e Thomas Eidson - autore del romanzo da cui il film è tratto, “The Last Ride” del 1995 - danno vita ad un West dal fascino funereo, dove anche i più abusati espedienti narrativi finiscono per essere proposti in una luce diversa dal solito, più sinistra, meno accomodante. Raramente si è visto infatti un West tanto claustrofobico e inospitale, con i personaggi positivi che si aggirano smarriti in uno scenario irreale e apocalittico, dove sembra non esistere rifugio e dove la morte si può manifestare ad ogni passo. Si arriva anche a sfiorare il confine del cinema horror con l'inserimento di destabilizzanti tematiche magiche estranee al genere. Dal punto di vista iconografico ad una delle più crudeli bande di indiani viste in un western (soprattutto nel cinema politicamente corretto degli ultimi anni) fa da contraltare un non meno inquietante squadrone di giacche blu, assolutamente marcio e cencioso. È insomma un West visto attraverso uno specchio deformato, capovolto fin dalla fotografia, che propone un West dalle cupe e livide tinte grigio-blu in contrasto con i toni caldi tipici del genere.

L'aggressività di alcune sequenze è davvero notevole, soprattutto considerando la natura comunque hollywoodiana e commerciale del film. I pugni allo stomaco dello spettatore non sono pochi: dal ritrovamento di quello che inizialmente sembrava potesse essere il protagonista maschile del film orribilmente torturato, all'agonia di una ragazza e il suo neonato, passando per un considerevole numero di ammazzamenti di vario tipo. Tutto ciò sarebbe però solo superficiale sensazionalismo, se il film non agisse anche ad un livello più sofisticato, con continui slittamenti di senso delle situazioni che confondono le idee e le aspettative dello spettatore. Magistrale in questo senso la sequenza in cui la ragazzina rapita provoca senza volerlo l'uccisione di uno dei suoi salvatori, fraintendendone le intenzioni: dalla lineare suspense riguardante il salvataggio si passa all'inquietante situazione in cui gli innocenti diventano involontari complici dei loro carnefici. In rete per altro si trovano stroncature del film dove scene come queste vengono definite sbagliate e irritanti.

Tra i tanti successi che costellano la sua carriera è uno dei pochi film di Ron Howard ad essere passato quasi sotto silenzio, ignorato dal pubblico e poco considerato anche dalla critica. Probabilmente non è il tipo di western che ci si poteva aspettare da un regista come lui. Un motivo in più per considerarlo un'opera riuscita.

Dicono di lui...

“Buon western diretto da Ron Howard, che dai tempi del Richie Cunningham di Happy Days è imprevedibilmente diventato un regista di un certo successo (addirittura premiato con l’Oscar), anche se di non eccelse capacità. Il suo approccio al genere è piuttosto ondivago: il film comincia, infatti, come una roba ultrarealistica, ma del tutto priva di estetica western, stile Ritorno a Cold Mountain, prosegue come un classicissimo western avventuroso, con l’inseguimento alla Sentieri selvaggi delle fanciulle rapite (e tanto per non farsi mancare niente anche con l’inserimento, abbastanza fuori luogo, della magia indiana), e si conclude con l’immancabile finalone hollywoodiano roboante e tirato per le lunghissime (i bei finali asciutti come si usava nei western di una volta purtroppo ormai sono irrimediabilmente fuori moda). Comunque molto buona la parte centrale – quella più prettamente western – tutta a base di inseguimenti, cavalcate, sparatorie, deserti assolati e serpenti a sonagli. Il brujo indiano, però, che più che un apache sembra un aborigeno australiano dei film di Peter Weir, è uno dei più ridicoli cattivoni mai visti in un western e ovviamente, in ossequio alla nuova regola lombrosiana sui villains hollywoodiani, oltre che cattivissimo è anche bruttissimo (magari avevano paura che altrimenti il pubblico non capisse che era lui il cattivo…).
Tanto insopportabile è Cate Blanchett, per me l’attrice più sovrastimata e detestabile sulla scena mondiale (semplicemente da denuncia la sua interpretazione dylaniana di I’m not there), quanto immenso Tommy Lee Jones, grande attore western fuori tempo massimo. La fanciulla rapita è l'ancora giovanissima, ma già carinissima, Evan Rachel Wood di The Wrestler.”
(Mauro Mihich)

“C'è un ruolo che Cate Blanchett non può interpretare in maniera convincente? Qui è la colonna che regge l'impalcatura di tutto questo interminabile thriller storico di Ron Howard […] Se solo Howard e lo sceneggiatore Ken Kaufman avessero tirato fuori una storia degna degli sforzi di Cate. Kaufman ha scritto su di un caso di rapimento che si sviluppa lungo un percorso sorprendentemente lineare. Ogni volta che tentata di delineare una sottotrama - esplorando l'inefficacia dell'autorità nel selvaggio West, o mettendo in scena una delle tante drammatiche sequenze di fuga - lo fa senza fiducia. “The Missing” a volte ci illude di star per imboccare una rilevante deviazione dalla trama, ma poi torna rapidamente sui suoi passi e torniamo a seguire lo svolgimento della storia centrale, una narrazione troppo esile per tener desto il nostro interesse per tutti 147 minuti di durata del film. [...] “The Missing” è una sfida cinematografica che non mette in discussione lo spettatore. Il risultato è il meno interessante dei film di Howard di questi anni. Il film elimina le zone d'ombra che nascondono il dramma umano, dividendo nettamente gli eroi dai cattivi. [...] Sarà ricordato tutt'al più come uno sguardo sul lato più oscuro di Howard.”
(Sean O'Connell, “Filmcritic.com” 24/11/2003)


TERRA DI CONFINE (OPEN RANGE) di Kevin Costner
con Robert Duvall, Kevin Costner, Annette Bening, Michael Gambon, Michael Jeter

Secondo western anche come regista di Kevin Costner, a tredici anni dal trionfo di “Balla coi Lupi” (a tutt'oggi in America il film western di maggior successo di ogni tempo) e a dieci anni dall'assoluto fallimento di “Wyatt Earp” che gli ha parzialmente stroncato la carriera.

Come in “Balla coi Lupi” Costner mescola con abilità e furbizia classicismo e rivisitazione. “Terra di confine” si presenta apparentemente come una pellicola iperclassica nello sviluppo della trama, nel disegno dei personaggi, nei dialoghi puliti e virili. L'unica ma assolutamente sostanziale differenza con un western degli anni 40 o 50 è che dura un'ora di più. E Costner utilizza questo abbondante minutaggio in più per inserire nelle scene classiche tutta una serie di dettagli, particolari e rifiniture che approfondiscono, amplificano e trasformano il senso delle sequenze, i significati dei gesti, ridefinendo i caratteri dei personaggi. Tra gli esempi più lampanti, l'ironico dialogo tra i due protagonisti durante la lunga attesa della sparatoria finale con annotazioni sociali che arricchiscono in modo imprevisto la situazione, la classica confessione di un passato di sangue da parte di un personaggio a cui fa da contrappunto un bellissimo cielo stellato, il banale attraversamento di una strada cittadina resa un fiume di fango dalla pioggia che diventa un’impresa goffamente epica. Il tempo atmosferico è quasi un altro protagonista all'interno del film. Anche se a rischio di effetto pastello, parecchio originale anche la visione di un West fiorito e primaverile, apparentemente "gentile".

Come già aveva dimostrato in "Balla coi lupi", ma in parte anche nel disastroso apocalittico "L'uomo del giorno dopo", Costner è un regista tutt'altro che banale. Il suo pregio maggiore è la capacità di smontare e poi rimontare i luoghi comuni, riproponendoli come se fossero cose nuove. In questo senso notevolissimo il caotico massacro finale, dove riesce a restare in equilibrio tra eccitazione spettacolare e realismo destabilizzante, con ad esempio il classico risveglio morale degli onesti cittadini che è messo in scena senza nasconderne la natura meschina e tardiva. Altro gran pezzo di regia è quello in cui il suo personaggio ha un'allucinazione in casa del dottore, pochi secondi in cui Costner riesce a confondere le idee agli spettatori quanto quelle del suo personaggio. Senz’altro meno originale il lavoro sugli attori, comunque generalmente buoni, con i veterani Robert Duvall e Michael Gambon, il caratterista irlandese che fa il cattivo, che prevedibilmente surclassano tutti di parecchie spanne.

Non tutto funziona a dovere. Ad esempio il rallenty con cui si conclude la resa dei conti è fastidioso e incongruo con lo stile del resto del film. Ma soprattutto fastidiosi tutti gli sdilinquimenti finali tra Costner e Annette Bening, che, a parte far emergere una banalità sentimentale fino ad allora tenuta a freno, stonerebbero per eccessi zuccherosi in una commedia, figuriamoci in un western. Disguido sintomatico di quel sempre malcelato narcisismo con cui il Costner attore ha forse frenato la carriera e il talento del Costner regista.

Dicono di lui...

“A parte la scena della sparatoria, il film mi è sembrato uno spreco di celluloide. Robert Duvall, Kevin Costner, Annette Bening avrebbero potuto recitare quei ruoli dormendo. I dialoghi sono quasi intollerabili (e ce ne sono un sacco - nessuno sta seduto e zitto in questo film), la trama è tutta un ventaglio di opzioni come se non avessero saputo decidere quali temi stipare nella storia, non c'è alcuna sottigliezza. [...] L'importanza dei singoli eventi è diluita da tutte le "profonde e significative" conversazioni che dominano la maggior parte del film. Questi tipi hanno lavorato insieme per dieci anni e stanno parlando proprio adesso di quella roba? L'unica volta che non c'è molto dialogo è durante la sparatoria - che è il probabile motivo per cui mi è piaciuta."
(Ceyanna, "IMDb" 24/9/2005)

“A volte, lento è meglio. “Open range” è uno dei migliori film del 2003 e la prova innegabile che Kevin Costner è ancora un talento come lo era più di dieci anni fa, ai tempi di “Balla coi lupi”. [...] Ha ritrovato la giusta strada con “Open Range” tirando fuori un solido, vecchio stile da western. L'intero film procede come una mandria procede lenta e costante. […] In poche parole: in un momento in cui il cinema è governato da film muscolosi, veloci e prodotti col computer c'è ancora un posto per la classe di un film al servizio di una storia. Spero sarà sempre così. ”
(Coventry, “IMDb” 1/4/2004)


MONTE WALSH di Simon Wincer
con Tom Selleck, Isabella Rossellini, Keith Carradine

Più che un remake di "Monty Walsh un uomo duro a morire", con Lee Marvin del 1970, è un nuovo adattamento dell'omonimo romanzo di Jack Schaefer, coerente con la vena “letteraria” degli altri western interpretati da Tom Selleck. È un bel film televisivo sulla dura vita del cowboy Monte Walsh, ennesimo esempio come un certo cinema di genere dal respiro ampio e meditativo ormai trovi più facilmente asilo sul piccolo schermo che non al cinema. La confezione d'altra parte non ha nulla di televisivo nel senso negativo del termine, ma anzi sembra un film pensato per il grande formato, con campi lunghi e vasti paesaggi.

Un film in cui sono evidenti l'amore e la competenza che la coppia Selleck e Wincer nutrono e mettono nel western. È anche il più curato e ambizioso dei loro film dedicati al genere. Se gli altri film con protagonista Selleck si rifacevano al western classico, questo si rifà decisamente al western crepuscolare. E questo è forse l'unico vero problema del film. Perché mentre la formula del western classico nella sua atemporalità risulta sempre felicemente riproponibile, il western crepuscolare è invece un filone legato ad una precisa stagione del cinema americano. In sostanza quella dozzina di pellicole realizzate tra gli anni 60 e 70 che avevano svelato lo squallore e l'abbrutimento della vita dei cowboys avevano probabilmente già abbondantemente sviscerato ed esaurito l'argomento. Infatti se nel 1970 del film con Lee Marvin la demistificazione del mito del cowboy aveva ancora un senso ed era ancora una novità, nel 2003 riproporre quasi lo stesso punto di vista rischia di apparire una scelta ovvia e tardiva.

Detto questo il film è comunque notevole e regge bene il confronto con il film del '70. La casualità degli avvenimenti che portano al drammatico finale è ben resa, come anche la durezza della vita dei cowboys e la precarietà di ogni loro scelta di vita. L'amaro esito della storia sentimentale tra il protagonista e una dolce prostituta (Isabella Rossellini) è gestito senza nessuna concessione al sentimentalismo. La prosciugata regia di Wincer è ammirabile nella sua secchezza e laconicità, anche nelle poche ma efficacissime scene d'azione. Nonostante la profonda malinconia dell'insieme in controluce si intravede l'elegia nostalgia di un mondo comunque più semplice e virile, dove il protagonista accetta le crudeli casualità della vita con rassegnata dignità.

Dicono di lui...

"Deludente remake di un classico. La delusione maggiore deriva dall'aver visto l'originale "Monty Walsh" del 1970 con Lee Marvin, e dal conseguente confronto. Il film originale era davvero triste, ti dava la sensazione di un modo di vivere che stava scomparendo e che le cose non sarebbe davvero più state le stessa. Lee Marvin faceva percepire la delusione e l'angoscia del doversi lasciare la sua vita e i suoi amici alle spalle. Alla fine si percepiva anche un senso di sollievo e ottimismo, con la scena finale in cui sembrava dimenticare quel che ormai era alle spalle e guardava al futuro. Al contrario, l'attuale versione di "Monte Walsh" pur seguendo la stessa trama di base, citando e parafrasando il film originale, non sembra riuscire a trasmettere le emozioni delle situazioni, ma è più che altro l'esposizione di una storia di tempi grami. Le relazioni tra Monte e i suoi amici e la sua donna erano più sentite e genuine nell'originale che non nell'interpretazione di Tom Selleck. Il finale sembra voler essere più una fuga dal passato che uno sguardo sul futuro, senza riuscire a trasmettere la sensazione che la vita va comunque avanti.”
(Barrie Hiern, “IMDb” 18/1/2003)

“Meglio conosciuto per il romanzo "Il cavaliere della valle solitaria (Shane)", Jack Schaefer ha anche scritto il romanzo "Monte Walsh", una rappresentazione della vita del mandriano itinerante. Non c'è molta trama, ma una fetta estremamente dettagliata e meravigliosamente descritta di vita, dura, tenera e comica. Il primo film di Monte Walsh era un grande piccolo ritratto, con un ruolo insolito per un buon Jack Palance come Chet, l'amico di Monte. Ma questo remake TV potrebbe persino essere un film migliore. Tom Selleck è semplicemente grandioso come Monte - giusto solo un po' vecchio per fare il cowboy da rodeo, ma ancora parecchio in gamba. Keith Carradine si esalta come Chet, il cowboy che dà via tutto per sposare la vedova del ferramenta. [...] il film mi ha lasciato la sensazione che mi piacerebbe davvero trascorrere alcuni mesi con un gruppo di mandriani. La trama è realistica, per nulla artificiosa e sempre in movimento. "Monte Walsh" si guadagna davvero i suoi speroni, mostrando al pubblico del ventunesimo secolo come poteva essere la vita meravigliosa ed orribile del diciannovesimo secolo.”
(JimB-4, "IMDb" 3/2/2003)



Hard Ground - La vendetta di McKay (Hard Ground)
di Frank Q. Dobbs, con Burt Reynolds, Bruce Dern, Martin Kove, Amy Jo Johnson, Seth Peterson

Un feroce bandito compie una serie di rapine per finanziarsi un piccolo esercito e mettere così a ferro e fuoco il confine tra Stati Uniti e Messico. Visto che sulle tracce della spietata banda c'è solo un giovane vicesceriffo inesperto, l' anziano sceriffo, suo zio (Bruce Dern), chiede aiuto ad un vecchio pistolero (Burt Reynolds) che sta scontando vent’anni di carcere, e che è il padre del ragazzo. Alla caccia si unirà una ragazza, unica sopravvissuta ad una strage della banda e venduta come prostituta.

Tipico western televisivo, dai molti stereotipi e dal ritmo indugiante, ma con uno suo fascino demodé. Questo tipo di tv-movie sembrano fatti per mettere comodi gli spettatori. Quindi, nonostante un’insolita dose di violenza per un prodotto di questo tipo, è un film che bada bene di restare in superficie delle cose che racconta. Il viaggio dei protagonisti verso la resa dei conti con la banda non ha nulla di catartico e non ci sono particolari complicazioni psicologiche. Quel che conta sono i dialoghi attorno al fuoco, le cavalcate contro cieli ben fotografati, i rimbrotti e gli attestati di stima reciproci. Tutto è costruito per mettere in mostra l’esperienza di vita e la concretezza dei due protagonisti anziani, cui fa contrappunto l'inesperienza dei due personaggi giovani. I due vegliardi sono ovviamente l’incarnazione di un'America violenta, ma dagli incrollabili principi di lealtà e di rispetto dei ruoli sociali. È lo sceriffo ad aver arrestato il pistolero, nonostante fosse il marito della sorella, ma il pistolero non serba alcun rancore verso il cognato. Al contrario gli avversari sono un concentrato di pura malvagità (uccidono anche una bambina), sempre pronti al tradimento reciproco. Il capobanda in particolare sembra agire più per piacere di scatenare il caos e compiere azioni crudeli che per un reale tornaconto. Per tutto il film gira persino con il cappello di un soldato che ha ucciso, con tanto di foro di proiettile insanguinato in corrispondenza della fronte.

Film tanto lineari e schematici funzionano se funzionano gli attori. E in questo caso Burt Reynolds e Bruce Dern fanno la differenza rispetto a molti prodotti analoghi votati alla fiacchezza senile. Va da sé che non stiamo parlando di un film che sprizza freschezza giovanile, ma almeno non c'è il triste effetto di vedere vecchi attori hollywoodiani spompati costretti a fingere di essere ancora in gamba per ragione di copione, magari traditi da facce gonfie e doppi menti. Nonostante qualche traccia di lifting, una brutta parrucca e un pizzico di narcisismo, il sessantasettenne Reynolds è in buona forma e ha ancora un grande carisma, peccato che dopo i grandi successi degli anni 70 sia stato così poco e male utilizzato. Anche se sembra più vecchio di vent’anni Bruce Dern è suo coetaneo, ma è il classico immenso caratterista americano che saprebbe interpretare con classe anche un palo del telefono. Sono loro che danno fascino, carisma e burbera simpatia a personaggi che con altre facce sarebbero stati solo due vecchi tromboni. Efficaci anche i lombrosiani cattivi. Al solito invece inefficace il reparto giovanile, con le solite due belle facce in libera uscita da qualche telefilm adolescenziale, ma purtroppo questo è ormai un problema cronico per il western alle prese con le nuove generazioni di attori.

Una confezione povera ma di classe e una buona colonna sonora nobilitano una regia anonima, per quanto non priva di mestiere. È per altro l'unica regia western di Frank Q. Dobbs (morto nel 2006), che nella sua carriera ha però lavorato tantissimo nel western televisivo, come produttore, sceneggiatore (suo il pilot del telefilm anni 90 tratto da “I magnifici sette”), operatore, attrezzista, aiuto regista.

Dicono di lui…

“Il film sembra essere un'altra, ennesima, produzione di Robert Halmi Jr, sulla falsariga del suo lavoro per la leggendaria serie "Lonesome Dove", e, di fatto, questo film ha molti punti di contatto con quel celebre telefilm. [...] Anche se non direttamente collegato alle finalità della storia, il film mostra come gli individui di  quel periodo della storia americana, uomini simili a McKay e allo sceriffo Hutchinson, scoprirono solo da anziani che i loro sentimenti per l'ovest americano erano diventatati ironicamente simili a quelli dei nativi americani che contribuirono a scacciare. Quando il paesaggio libero e selvaggio cominciò a scomparire dalla Storia, iniziarono a provare rabbia e frustrazione. Gli spettatori che hanno eventualmente deciso di non seguire gli ultimi minuti di questo film (dopo che lo scontro a fuoco è finito) hanno, purtroppo per loro, perso le parole conclusive di McKay su questo argomento. Parole in cui potrebbero riconoscersi molti americani anziani che si sentono allo stesso modo, cento anni di vita più tardi, all'inizio di un altro secolo...”
(Glades, “IMDb” 16/11/ 2007)

“Se si ha familiarità con i film che produce e distribuisce la Hallmark Entertainment, già si intuisce che questo film non può che essere un bersaglio mancato. Ad essere onesti, non tutto il film è brutto. È sempre un piacere vedere Burt Reynolds o Bruce Dern, e in questo film ci sono entrambi. Danno al film un certo fascino e funzionano bene insieme. Ma non c'è molto altro in quest’opera. L'atmosfera non è quella giusta, dalla poco verosimiglianza della ricostruzione storica alle scenografie naturali troppo generiche. I cattivi sono sorprendentemente noiosi, non fanno molto di più che sparare alla gente sghignazzando. Il più grande difetto del film è che è molto quieto, procede a un ritmo lentissimo. Ci si sente come davanti ad un episodio western di mezzora allungato a 88 minuti.”
(Wizard, “IMDb” 7/11/2010)


PANCHO VILLA, LA LEGGENDA (AND STARRING PANCHO VILLA AS HIMSELF) di Bruce Beresford
con Antonio Banderas, Eion Bailey, Alan Arkin, Michael McKean, Jim Broadbent

Incaricato di girare un film dal vero su Pancho Villa (il realmente esistito e perduto “The Life of General Villa”, che davvero mescolava riprese di studio con riprese da documentario), un giovane cineasta americano finisce nel bel mezzo della rivoluzione messicana (1910 - 1917). Sperimenterà il fascino e le contraddizioni della rivoluzione, di un personaggio come Villa e di un mezzo illusorio come il cinema.

Film-tv anche troppo ambizioso, ma di egregia fattura. Tutta la parte riguardante il cinema nel cinema è troppo insistita e va a spezzare continuamente la parte rivoluzionaria e picaresca, che invece funziona piuttosto bene; è l'ennesima replica del celebre ma un po' logoro assunto fordiano della leggenda che vince sulla realtà. Più interessante il contrasto tra un Messico colorato e chiassoso, dove la gente vive la realtà sulla propria pelle combattendo e morendo in prima persona, e un'America fredda e grigia, dove la realtà è continuamente filtrata dai mezzi di informazione e le esperienze di vita sono solo quelle virtuali e manipolatorie del cinema. In questo senso notevole una delle prime sequenze del film, ambientata sulle sponde del Rio Grande che fa da confine tra le due nazioni: da una parte si vedono i messicani impegnati in una battaglia, mentre sull'altra sponda si vedono gli americani che assistono comodi e divertiti al combattimento come fosse uno spettacolo. La visione della rivoluzione è romanticamente positiva, nonostante se ne mostri anche il lato più truce, benché ovviamente gli ideali che la muovevano siano ridotto ad un'ottica genericamente umanitaria con ben poco di politico. Bizzarro il cupo pessimismo con cui viene dipinto invece il mezzo cinematografico, descritto come un'arte incapace di catturare la vita, ma capace solo di spacciare ad un pubblico affamato di rassicuranti banalità solo altra banalità. (Ci sarebbe da notare che tutto questo venga mostrato in un film che a sua volta romanza e semplifica fatti storici realmente accaduti.)

Sempre piacevole la rievocazione folcloristica di un Messico dove la rivoluzione è una specie di festa sanguinaria. Belle ed epiche le scene di battaglia, girate con tante comparse come si faceva una volta e gli effetti digitali ridotti al minimo. Una bella sorpresa considerato lo stile leccato e calligrafico per cui è conosciuto il regista Beresford (“A spasso con Daisy”), ben riconoscibile d'altra parte nelle parti americane del film.
Banderas si riconferma un attore monocorde e portato alla macchietta latina, ma in questo caso non privo di un certo carisma, anche se è forse più merito del fascino del personaggio storico che dell'interprete. Anonimi ma efficaci gli altri attori, tra cui spicca solo un canagliesco Alan Arkin nella parte di un avventuriero, ebreo e di Brooklin, esperto di mitragliatrici (spassosa la sequenza in cui lo ritroviamo alle prese con la vecchia madre). L'amico del protagonista è il reporter John Reed, protagonista nel 1981 del film biografico “Reds” diretto e interpretato da Warren Beatty. Tra i molti personaggi realmente esistiti c'è anche il futuro maestro (anche) del western Raoul Walsh, che interpretò davvero Pancho Villa in “The Life of General Villa”.

Dicono di lui...

“Non è un tipico film TV su un dramma storico fatto di sagome di cartone. Che il cinema sia un modo perfetto per fare propaganda non è una novità. I tedeschi lo hanno utilizzato molto durante la seconda guerra mondiale e anche in tempi più recenti è stato utilizzato per fare pubblicità all'esercito (ricordate il boom di giovani che volevano arruolarsi nell'aeronautica, dopo aver visto "Top Gun"?). Ma che Pancho Villa lo avesse già utilizzato nel corso della sua rivoluzione, tra il 1912-1916, è qualcosa di inedito. E non pensate che sia l'idea di qualche furbo tizio di Hollywood, bravo ad immaginare una bella storia che potrebbe diventare un buon modo per fare un sacco di soldi. No, è tutto realmente accaduto. Se non mi credete è sufficiente digitare “Pancho Villa” nella ricerca di IMDb e controllare la sua filmografia. Vedrete che ci sono stati diversi film realizzati con lui come attore protagonista. Peccato siano tutti andati persi. Ma nessun problema, abbiamo l'HBO, una canale televisivo noto per i suoi lavori di buona qualità riguardanti i soggetti (si pensi all'esempio di "Band of Brothers"). [...] Non spaventatevi dall'etichetta “TV” che si trova dopo il titolo. Non è il tipico drammone televisivo, ma un dramma dignitoso e robustamente storico.”
(Philip Van der Veken, “IMDb” 19/5/2005)

“Soggetto troppo duro e complesso per lo sceneggiatore medio Hollywood. Il grosso problema è che la storia è incentrata sull'esperienza durata un paio di settimane di una troupe cinematografica al seguito di Pancho Villa, ma il film non si limita a parlare semplicemente di Villa o solo della Rivoluzione. È una storia troppo imponente, con troppi personaggi, molti inganni e molti intrighi. Si doveva farne una serie o un film molto più approfondito per renderla più interessante. L'interpretazione di Banderas è simpatica ma stereotipata, e resta avvilente l'atteggiamento tradizionale di Hollywood nei confronti dei messicani delle epoche passate. Villa nel film è per lo più mal vestito, con la barba lunga, generalmente sporco e unto, si esprime come una persona greve ed ignorante. Si poetva evitare, il film ne avrebbe guadagnato.”
(A. Steve, "IMDb" 2/3/2007)


GANG OF ROSES (inedito in Italia) di Jean-Claude La Marre
con Monica Calhoun, Lil' Kim, Stacey, Marie Matiko, Lisa Raye, Bobby Brown, Mario Van Peebles

Le ex componenti di una banda di fuorilegge tutta al femminile e all-black (più un'asiatica), si rimettono insieme per vendicare l'omicidio della sorella di una di loro, assassinata da una donna appartenente ad un'altra gang, sempre di colore.

Connubio in odor di vecchia blaxploitation tra due non certo memorabili western degli anni 90: “Bad Girls”, per l'idea della banda tutta al femminile di ex prostitute, e “Posse”, omaggiato con un cameo del protagonista Jessie Lee interpretato sempre da Mario Van Peebles. “Gang Of Roses” è un western intriso di cultura hip hop, dove tutti gli anacronismi sono voluti e sfrontatamente ricercati. I personaggi di colore parlano e si atteggiano come dei gangster urbani, la colonna sonora ha i ritmi sintetici della black music odierna, gli assurdi costumi delle cowgirls sembrano usciti da un video di MTV di pessimo gusto.

L'insieme è un tale delirio che poteva anche essere divertente, se il risultato fosse stato all'altezza di un materiale tanto folle. Invece il film non è per nulla folle o delirante, neanche sotto il profilo della violenza e del sesso, ma è solo un bolso e inerte filmaccio senza stile. Difficile stabilire se l'haitiano La Marre è peggio come regista o come sceneggiatore. Nel primo ruolo si rivela totalmente inetto, probabilmente convinto che per dare un'aria “pulp” ad un film basti abbondare di primi piani di facce e pistole deformati dall'obiettivo. E dirige malissimo le scene d'azione, che per un western è un difetto madornale. Come sceneggiatore non ha una sola idea decente, sformando la solita trama anodina e cervellotica, tipica dei prodotti di serie Z che devono allungare il brodo. A cominciare da una sotto-trama di mappe del tesoro tatuate di interesse nullo. Particolarmente insensate le derive melodrammatiche del finale, con personaggi che muoiono in modo illogico e patetico, in netto contrasto con la patina cinica che il film aveva ostentato fino ad allora.

Dicono di lui...

“Penso che un gran numero di spettatori non abbia semplicemente capito che si tratta di una evidente parodia dei film western. Non è un brutto film, è un'intelligente versione di western con dentro delle belle figliole. Non credo che questo film si prenda mai sul serio, neanche per un momento. Ciò che rende questo film unico è il fatto di essere incentrato su quattro toste e belle donne, due delle quali di colore, un'asiatica e un'ispano/messicana. Non sono le solite donnette dei western, sono delle dure, che estraggono veloci e sparano dritto. La trama è quella tipica dei film western, del tipo "Hai sparato a mio fratello? Vengo a prenderti!" Solo che in questo western è il turno della sorella di una donna ed è lei è che parte per la vendetta con la sua banda. […]. È un film ben fatto, che non è riuscito a trovare un pubblico che lo riconoscesse per quello che è. La mia unica delusione è che la sola lesbica del film debba per forza essere una cattiva - delle "eroine", a parte una, non vengono invece mai resi noti gli orientamenti sessuali.”
(Starfire, “IMDb” 2/2/2007)

“Un mucchio fumante di sterco di vacca. Non mi raccapezzo nel tentativo di capire il perché questo film è stato fatto. Hip-Hop e vecchio western non sono fatti per mescolarsi. Che target di riferimento avevano in mente le persone che hanno avuto la bella pensata di progettare questa catastrofe? [...] Preferisco guardare la TV spenta che rivedere questa pellicola.”
(Lilmac, “IMDb” 1/12/2009)

“Questo film è la peggiore rappresentazione della popolazione nera che io abbia mai visto!”
(ActionScene “IMDb” 15/3/2007)

Scusi, dov'è il West?


Gods and Generals (inedito in Italia) di Ronald F. Maxwell
con Jeff Daniels, Stephen Lang, Robert Duvall, Mira Sorvino, Kevin Conway

Colossale produzione televisiva sulla Guerra di Secessione. Dieci anni prima lo stesso regista aveva diretto l'analogo “Gettysburg”, di cui questo nuovo film racconta gli antecedenti. Questa doveva essere la prima parte di una trilogia, ma è stata un gigantesco flop, anche a causa delle grosse difficoltà produttive che ne hanno tardato la messa in onda per tre anni. Per quello che chi scrive può capirne è probabilmente la ricostruzione storica più accurata e realistica di quell'evento storico (quindi lontanissima dall'iconografia western), almeno per il realismo dei costumi, delle scenografie e per l'attendibilità dei luoghi. Ma lo spirito con cui tutto è mostrato è quello ridicolo e inamidato che può piacere solo agli appassionati di Storia, illusi che eventi come le guerre possano essere spiegati attraverso isolati aneddoti strategici dovuti all'ispirazione dei condottieri, tanto consapevoli di star facendo la Storia che ogni due per tre se ne escono con frasi fatte apposta per essere tramandate ai posteri. Piuttosto che simili tromboni, meglio i poveri capitani alcolizzati che sognano di far saltare in aria i ponti che devono conquistare....

Tommaso Sega