martedì 17 dicembre 2013
Red Hill
2010 RED HILL
di Patrick Hughes, con Ryan Kwanten, Steve Bisley, Tommy Lewis, Claire van der Boom, Christopher Davis, Kevin Harrington, Richard Sutherland, Ken Radley, John Brumpton
Abbiamo già avuto modo di sottolineare come con il nuovo millennio il western si sia spogliato delle sue classiche connotazioni di tempo (la seconda metà del 1800) e di luogo (la frontiera americana) per diventare un genere trasversale e postmoderno, che viene sempre più spesso utilizzato come mezzo stilistico e tematico per raccontare storie ambientate negli scenari e nei tempi più diversi. Non ci stupisce, né tantomeno ci scandalizza (anche se esistono senza dubbio dei “puristi” a cui operazioni di questo genere appariranno sacrileghe), quindi, questo western-thriller in abiti moderni ambientato in Australia.
L'aussie western, cui accennavano a proposito di Wake in Fright, non è comunque certo una novità assoluta, ma un genere che ha avuto un suo preciso spazio all’interno dell’ozploitation, il cinema di genere australiano in voga dai primi anni settanta fino alla metà degli ottanta, con film di bassa cassetta come Mad Dog Morgan e La taverna dei dannati, ma che ultimamente ha goduto anche della ribalta internazionale con produzioni di tutto rispetto come The Proposition e The Tracker.
Nonostante lo slittamento temporale e geografico in questo Red Hill la tradizionale iconografia del genere c’è tutta e viene rispettata in pieno: sceriffi corrotti, indiani (pardon, aborigeni) assetati di sangue, anziani e rudi cowboys, desolate cittadine di frontiera, grandi spazi aperti (quelli magnifici dell’outback australiano), che nelle mani dell’esordiente di bellissime speranze Patrick Hughes – regista, sceneggiatore, produttore e anche montatore, che pur di realizzare il film si è ipotecato la casa – diventano un sentito e convincente tributo alla linearità del western classico, ma anche alla violenza di quello italiano.
Lo spettatore non si aspetti però strizzatine d’occhio o giochini cinefili alla Quentin Tarantino. Hughes fa sul serio, fin dalla struttura narrativa che riprende archetipi classici come il nuovo sceriffo che arriva in città, l’assedio della tranquilla comunità da parte delle forze del male e il conflitto bianchi-nativi, a cui si aggiungono una terribile storia di vendetta e l’eroismo di un moderno cavaliere della valle solitaria, che non a caso di nome fa Shane.
La trama è di quelle semplici e lineari, come il canone comanda: un aborigeno evade da un carcere di massima sicurezza e torna nella tranquilla cittadina di Red Hill per vendicarsi di coloro che lo hanno mandato in galera. Sarà un bagno di sangue, che durerà una lunghissima notte in cui i rappresentati della legge cadranno come mosche e in cui il cattivo assumerà valenze metafisiche come il Michael Myers di John Carpenter.
Il ritmo e la tensione sono notevoli e non vengono mai meno durante tutto il film, la giovane star di True Blood Ryan Kwanten è assai efficace nel ruolo del protagonista, e quella di Hughes è una regia precisa, lineare e di grande potenza, che costruisce un riuscitissimo climax ansiogeno per scioglierlo solo nel finale con una conclusione da applausi a scena aperta.
Questo piccolo film proveniente dall’Australia è un’autentica sorpresa.
Dopo questo sfolgorante esordio, che non poteva certo passare inosservato presso le case di produzione americane, Hughes non ha resistito alle sirene hollywoodiane e accantonato (speriamo solo per il momento) il progettato secondo capitolo di quella che avrebbe dovuto essere una trilogia western moderna (composta da Red Hill, Black Valley e White Mountain) ha accettato la proposta di Sylvester Stallone di dirigere il terzo capitolo del suo franchise The Expendables, attualmente in fase di post-produzione e in uscita nel 2014. Conoscendo la poca libertà di manovra concessa da Stallone ai registi dei film di cui è interprete e produttore la notizia non è di quelle che ci entusiasmino, e non vorremmo trovarci a piangere l’ennesima promessa fagocitata dall’industria cinematografica a stelle e strisce.
venerdì 13 dicembre 2013
prossimamente - Sweetwater

Accolto con insolito favore sia al Sundance Film Festival che al recente Torino Film Festival Sweetwater (uscito in Inghilterra come Sweet Vengeance) è un western prodotto e interpretato da Ed Harris, che com'è noto è un grande appassionato del genere, e scritto e diretto (assieme al fratello gemello Noah) da Logan Miller, al suo secondo film dopo Touching Home (sempre con Harris). Il film mette al centro della scena un'ex-prostituta interpretata da January Jones (nota per la serie televisiva Mad Men), mentre il resto del cast comprende Eduardo Noriega, Jason Isaacs e Jason Aldean.
New Mexico. Sarah e Miguel possiedono della terra e sono pronti a lavorare sodo per coltivarla. È la fine del diciannovesimo secolo, epoca di villaggi di cowboy, di carovane e predicatori: e proprio uno di questi, il potente ministro della chiesa Josiah, decide di ostacolare i piani di Sarah e Miguel, e uccide quest’ultimo. La legge non scritta del villaggio costringe Sarah a subire le molestie di Josiah e ad arrendersi alla perdita del compagno: ma un giorno dalla città arriva un nuovo sceriffo intenzionato a fare giustizia, e Sarah trova finalmente il coraggio reagire.
«Crediamo che qualsiasi cosa considerata sacra nell’arte sia pericolosa. Quando qualcosa è sacralizzato, è privato della possibilità di evolvere e diventa inutile sia per l’arte stessa che per l’umanità. […] Volevamo perciò andare oltre molte convenzioni del western, creare una tragedia senza vincitori, senza personaggi monolitici; un mondo dove tutti sono presi in mezzo a un racconto oscuro, contorto, osceno: una triangolo di sangue che prende fuoco fra le colline del New Mexico». (Logan e Noah Miller)
Onestamente dalla sinossi e dal trailer non ci sembra nulla di particolarmente originale, ma anzi il classico revenge-western declinato al femminile (cosa che ormai non costituisce più una novità) e piuttosto violento, ma siamo lo stessi ansiosi di vederlo.
venerdì 25 ottobre 2013
Segnalazioni - Kiss Kiss...Bang Bang. Il cinema di Duccio Tessari
Duccio Tessari (1926-1994), a cui abbiamo dedicato una scheda ai due Ringo in attesa di una più corposa analisi della sua filmografia western, fu tra i primi registi italiani negli anni sessanta a confrontarsi con il nascente filone dello spaghetti western con il seminale Una pistola per Ringo e tra gli ultimi ad abbandonarlo, esattamente vent'anni dopo, con Tex e il Signore degli abissi, entrambi interpretati da Giuliano Gemma, vero e proprio attore-feticcio di Tessari, da lui scoperto con il film Arrivano i titani (pare che il provino che ha consegnato la parte a Gemma consistesse nell'effettuare un salto mortale all'indietro da fermo, cosa che l’attore recentemente scomparso effettuò tranquillamente e senza scomporsi).
Dopo i Ringo e prima di Tex Tessari ha diretto diversi altri western, tutti interpretati da Gemma e tutti contraddistinti da un registro ironico e avventuroso, suo personale marchio d’autore che lo differenziava ad esempio piuttosto nettamente da Leone e Corbucci, ed è stato un regista prolifico e trasversale a molti generi, come del resto tanti altri professionisti del tempo, forse non ancora riscoperto e studiato appieno.
Giunge quindi a proposito Kiss Kiss...Bang Bang - Il cinema di Duccio Tessari, una recentissima monografia curata da Fabio Melelli ed edita dai tipi di Bloodbuster nella collana I ratti, che oltre a un’analisi completa della filmografia del regista contiene varie testimonianze e interviste inedite, tra cui una proprio a Giuliano Gemma realizzata poco prima della sua tragica morte.
Un altro tassello che va a completare l’affascinate mosaico di quello che è stato il western italiano.
Dopo i Ringo e prima di Tex Tessari ha diretto diversi altri western, tutti interpretati da Gemma e tutti contraddistinti da un registro ironico e avventuroso, suo personale marchio d’autore che lo differenziava ad esempio piuttosto nettamente da Leone e Corbucci, ed è stato un regista prolifico e trasversale a molti generi, come del resto tanti altri professionisti del tempo, forse non ancora riscoperto e studiato appieno.
Giunge quindi a proposito Kiss Kiss...Bang Bang - Il cinema di Duccio Tessari, una recentissima monografia curata da Fabio Melelli ed edita dai tipi di Bloodbuster nella collana I ratti, che oltre a un’analisi completa della filmografia del regista contiene varie testimonianze e interviste inedite, tra cui una proprio a Giuliano Gemma realizzata poco prima della sua tragica morte.
Un altro tassello che va a completare l’affascinate mosaico di quello che è stato il western italiano.
lunedì 7 ottobre 2013
Carlo Lizzani 1922-2013
A pochi giorni dalla tragica scomparsa di Giuliano Gemma dobbiamo purtroppo dare conto di un nuovo lutto che ha colpito il piccolo mondo del cinema italiano: sabato 5 ottobre se ne è andato, con modalità altrettanto tragiche (si è ucciso gettandosi dalla finestra, proprio come Mario Monicelli qualche anno fa), il regista Carlo Lizzani, autore di tanto cinema impegnato ma anche di due western particolarmente riusciti: Per un fiume di dollari e Requiescant.
Lo ricordiamo con la monografia che gli avevamo dedicato a suo tempo: CARLO LIZZANI
Achtung! Autore!
Lo ricordiamo con la monografia che gli avevamo dedicato a suo tempo: CARLO LIZZANI
Achtung! Autore!
venerdì 4 ottobre 2013
i film - Per un dollaro di gloria
1965 (uscito nel 1967) PER UN DOLLARO DI GLORIA
di Fernando Cerchio. Con Broderick Crawford, Mario Valdemarin, Hugo Arden, Elisa Montes, Umberto Ceriani.
In fin dei conti non è proprio da buttare questo piccolissimo film, probabilmente realizzato con un investimento pari al dollaro del titolo, diretto da un onesto artigiano della vecchia generazione come Fernando Cerchio e interpretato dal grande Broderick Crawford in una delle sue trasferte italiane - la più celebre delle quali fruttò lo straordinario Il bidone (1955) di Fellini -, appesantito e sfatto oltre ogni immaginazione. I suoi problemi di alcolismo all'epoca erano noti e la cosa si percepisce senza grande sforzo: le scene in cui lo si vede barcollare, o quelle in cui fatica persino a tenere aperte le palpebre, non si contano. Eppure, un po' come accadrà con Van Heflin in Ognuno per sé (1968) di Capitani, il suo carisma da grande attore hollywoodiano in disuso si mangia in un sol boccone il resto del cast, ed è proprio nei momenti in cui c'è lui di fronte alla macchina da presa - complice anche il consueto ottimo lavoro di Emilio Cigoli in sede di doppiaggio - che il film acquista in spessore e credibilità.
Per il resto, Per un dollaro di gloria è indubitabilmente un film nato vecchio. Il che non è in tutti i sensi un difetto. Cerchio non bada neanche di striscio ai coevi modelli italiani, si ispira anzi evidentemente ai western militari americani di maestri della serie B come Gordon Douglas. L'ambientazione claustrofobica, il crescendo della tensione basato sull'attesa dell'assedio imminente - l'atmosfera, diremmo oggi, "carpenteriana" del tutto - rimandano direttamente a film come L'avamposto degli uomini perduti (1951). Di suo, il vecchio regista ci mette uno stile un po' ingessato e superato dai tempi, ma tutto sommato funzionale all'impostazione retrò dell'insieme. Qua e là, riesce pure a metterci dentro qualche bella ellissi e dimostra di saper sfruttare con una certa perizia la profondità di campo garantita dal formato scope. Nonostante un buon numero di prevedibili cadute di tono, poi, è un film piuttosto triste e pessimista. Curioso, per esempio, il fatto che quasi tutti i personaggi siano accomunati dalla perdita dolorosa di uno o più familiari. Mogli e figli dei soldati di stanza al forte, per dire, vengono massacrati dagli indiani dopo dieci minuti di film - a proposito, sì, è uno dei pochissimi western italiani in cui compaiono i pellerossa, anche se mai in primo piano - e in generale tutti i personaggi non sono certo degli allegroni, anzi. Il massimo è il colonnello interpretato da Crawford, un vecchio militare testardo e razzista che non si fa problemi a stecchire a sangue freddo chiunque gli disobbedisca, intimamente disperato per una carriera - e una vita - di soli bassi. Lo vedremo lentamente perdere il senno, accecato dai rimpianti e dalla solitudine. Non male per un film che aveva chiaramente come target il pubblico semplice e di bocca buona delle sale parrocchiali.
La storia, a quanto pare basata su un fatto realmente accaduto, è incentrata su un plotone di soldati francesi di stanza in Messico - il contesto storico è quello del celebre Affare Massimiliano - che per sfuggire alle scorrerie di confine dei Navajo si spingono in territorio americano e trovano rifugio, inizialmente come prigionieri, in un isolato fortino sudista - nel frattempo, siamo nel 1864, si combatteva ovviamente anche la Guerra di Secessione. Le due fazioni poi uniranno le forze per respingere gli attacchi indiani. A dire l'ingenuità artigianale della produzione, fra Americani e Francesi non c'è il minimo problema di comunicazione, tutti parlano perfettamente la stessa lingua stretti nelle loro divise inamidate e spesso fuori taglia. E per sottolineare quanto i tempi sono cambiati basti far notare che la spalla di Crawford è tale Mario Valdemarin, un giovanotto friulano che all'epoca trascorse un breve periodo di popolarità grazie alla partecipazione a Lascia o raddoppia. Costui, da cinefilo qual era, dimostrò in trasmissione di conoscere a menadito la filmografia di John Ford: perché, dunque, non farlo recitare in un western?
All'epoca il film non lo vide praticamente nessuno. Non che la sua fama sia cresciuta col tempo, anzi. Al giorno d'oggi queste piccole pellicole hanno il fascino dei reperti archeologici, parlano un poco di un mondo che non c'è più. Lontanissimi dalla modernità dei film di Leone, Corbucci, Sollima, Petroni eppure da apprezzare proprio per il fatto stesso di discostarsi da quei consolidati modelli, testimoni di un periodo in cui per un piccolo e poco conosciuto regista italiano era possibile anche ispirarsi ai classici di Gordon Douglas o John Sturges per regalare al pubblico un onesto, pulito prodotto d'intrattenimento.
Paolo d'Andrea
p.s.: e comunque Cerchio, zitto zitto, ci ha regalato uno dei primi - e più belli - esempi di noir/poliziesco italiano: Il bivio, 1951.
martedì 1 ottobre 2013
Addio, Ringo!
Notizia di qualche minuto fa: se n'è andato all'improvviso, in un terribile incidente automobilistico, uno degli attori-simbolo del western italiano, Giuliano Gemma.
Giuliano non era soltanto un buon attore, dotato di una presenza scenica e di un atletismo invidiabili: era soprattutto un uomo di cinema pulito e schietto, come se ne vedono sempre più di rado.
Noi lo ricordiamo così, con un nostro vecchio articolo sul suo personaggio più riuscito e fortunato.
Adiòs, Ringo!
mercoledì 29 maggio 2013
El juez de la soga / The hanging judge
1973 EL JUEZ DE LA SOGA / THE HANGING JUDGE
di Alberto Mariscal, con Hugo Stiglitz, Milton Rodriguez, Narciso Busquets, Cristina Moreno, Bruno Rey, Rafael Baledon, Norma Lazareno
Proseguiamo la nostra rassegna sul western messicano, o chili-western, con quest’altra pellicola del prolifico Alberto Mariscal, uno dei registi più rappresentativi del filone (tra gli altri specialisti ricordiamo René Cardona e Raul De Anda Jr), almeno per quanto riguarda gli anni sessanta e settanta, quando da genere sentimentale e melodrammatico si trasformò in qualcosa di surreale, nero e violento, ispirato parte agli spaghetti western nostrani, per le figure archetipiche di giustizieri taciturni e nerovestiti, e parte a Sam Peckinpah, per l’estetica sanguinaria e soluzioni di regia come i ralenti e il montaggio non lineare.
Il film a cui si ispira più direttamente questo El juez de la soga (letteralmente "il giudice della corda") è però L’uomo dai sette capestri di John Huston, dell’anno precedente, uscito nei paesi ispanici con il titolo El juez de la horca (cioè "il giudice della forca"), che narrava in chiave brillante e romanzata le gesta del giudice Roy Bean, passato (sembra erroneamente) alla storia come “la legge a ovest del Pecos” per le sue esecuzioni spicce e sommarie.
La versione di Mariscal è però decisamente più cupa e malata di quella di Huston, e il protagonista della pellicola non è giudice ma un pistolero solitario con un look da becchino autoproclamatosi giustiziere che punisce le malefatte compiute nel Far West impiccando senza processo i responsabili.
Il West di Mariscal è, al solito, una frontiera apocalittica e ultraviolenta e la scena con cui si apre il film ne è esemplificativa: tre fuorilegge assaltano una fattoria isolata, uccidono l'anziano capofamiglia, violentano la figlia e crivellano a colpi di pistola un bambino di cinque anni. Un pugno allo stomaco dello spettatore che chiarisce fin dall’inizio il tono del film.
A questo punto, consci di averla combinata grossa, i tre assassini si separano e se ne vanno ognuno in una direzione diversa: uno va a far festa in un bordello, l'altro diventa non si sa come sceriffo e l'ultimo diviene padrone di un grosso ranch dopo averne ammazzato il legittimo proprietario. Inutile dire che uno dopo l’altro i tre verranno però raggiunti e giustiziati senza pietà dall’implacabile “giudice della corda”.
Come si vede il soggetto del film è del tutto minimale. Quello che interessa al regista sono soprattutto le modalità di esecuzione delle condanne: particolarmente fantasiosa la seconda, con il malcapitato sepolto vivo fino alla testa e lasciato alla mercé di scorpioni velenosi.
Come negli altri western di Mariscal non manca nemmeno il sottotesto matriarcale, tramite dei continui flashback in cui il protagonista viene perseguitato della madre, che lo ammonisce sulle terribili conseguenze del farsi giustizia da sé.

Mariscal dimostra comunque anche in questa pellicola, forse meno eccessiva e delirante di altre, di possedere un suo quid personale e l’ultima immagine del film, che ovviamente non riveliamo, mette in discussione tutto quanto visto in precedenza ed eleva dalla banalità un soggetto forse eccessivamente esile.
Tra le cose migliori del film va annoverata senza dubbio la magnifica interpretazione del grande attore messicano Hugo Stiglitz, che ha lavorato anche negli Stati Uniti (ad esempio in Sotto il vulcano) e in Italia (soprattutto in film di genere come Tintorera e Incubo sulla città contaminata): se il suo nome vi ricorda qualcosa è perché Quentin Tarantino ha chiamato così uno dei personaggi del suo film Bastardi senza gloria in omaggio all’attore messicano.
venerdì 17 maggio 2013
Io sono Valdez

1971 IO SONO VALDEZ (VALDEZ IS COMING)
di Edwin Sherin, con Burt Lancaster, Susan Clark, Richard Jordan, Jon Cypher, Hector Elizondo, Frank Silvera
Bob Valdez, un vice-sceriffo messicano bonaccione e un po’ ottuso, si mette in testa di risarcire la vedova indiana di un ex-soldato di colore da lui ucciso per legittima difesa dietro errata segnalazione del Signor Tanner, un ricco trafficante della zona, che lo aveva indicato come assassino e disertore. Viene prima preso in giro, poi minacciato e infine crocifisso a una croce di legno e abbandonato nel deserto. Salvatosi per miracolo imbraccia le armi e ritorna da Tanner per chiedere i soldi, e per convincerlo a pagare rapisce la sua donna. Ha inizio quindi la caccia a un Valdez che nessuno conosceva, con un passato di scout e cacciatore di apaches tra i più pericolosi e sanguinari...
Elmore Leonard è uno scrittore che, a seconda delle opinioni, viene considerato alternativamente uno dei più grandi autori americani contemporanei oppure solo un mestierante abile nel dare al pubblico emozioni forti a buon mercato. Senza volerci addentrare nella questione ci limitiamo a constatare come buona parte dei suoi più di cinquanta romanzi sia stata adattata per il cinema, rendendolo di fatto uno dei romanzieri più saccheggiati di sempre dalla settima arte (in questa classifica Stephen King resta probabilmente inavvicinabile).
Il momento di maggior gloria cinematografica Leonard lo ha probabilmente vissuto all’inizio degli anni novanta, quando dopo la trasposizione da parte del (solito) Quentin Tarantino del suo romanzo Rum Punch nel film Jackie Brown c’è stato un rinnovato interesse per la sua narrativa da parte della nuova corrente cinematografica pulp-noir, che portò alla realizzazione di film come Out of Sight, Get Shorty e Be Cool. I thriller dell'autore erano comunque stati oggetto di riduzione cinematografica già fin dagli anni settanta (con titoli come Io sono perversa, I contrabbandieri degli anni ruggenti, A muso duro, Scherzare col fuoco, 52 gioca o muori, Oltre ogni rischio...).
Quello che non tutti sanno è che anche se è divenuto famoso come scrittore di crime novels Elmore Leonard nasce come autore western, genere a cui si è dedicato ininterrottamente dal suo primo romanzo degli anni cinquanta fino agli anni settanta, prima che il genere cominciasse a declinare anche nella narrativa. E anche in questa sua meno conosciuta veste gli adattamenti per il grande schermo si sprecano, e non certo in film di poco conto: I tre banditi, Quel treno per Yuma, Hombre, Joe Kidd...
Esemplificativo del successo di Leonard come narratore western e di quanto i suoi lavori venissero tenuti in considerazione dall’industria cinematografica è il romanzo Arriva Valdez del 1970 (pubblicato in Italia nella benemerita collana dei tascabili western della Longanesi), tratto da un suo precedente racconto (pubblicato da Einaudi nella raccolta Tutti i racconti western), che venne trasposto in pellicola già l’anno immediatamente successivo alla sua pubblicazione.

Calato in piena estetica crepuscolare il film Io sono Valdez (il titolo italiano perde tutto il significato minaccioso dell’originale) è uno dei numerosi western americani girati in Spagna negli anni settanta e segue molto fedelmente, replicandone scene e dialoghi spesso parola per parola, il racconto d’origine, permettendosi solo qualche minima variazione, come quella di eliminare la love story tra il protagonista e la donna da lui rapita – non a caso la parte più debole del romanzo – e modificando parzialmente il finale, che nella pellicola si chiude, con un anticlimax tipico del periodo, in un fermo-immagine che nega allo spettatore il duello conclusivo, commentato solo dalla voce-off del protagonista (da verificare però in lingua originale, perché negli anni settanta i finali di vari western vennero arbitrariamente modificati perché poco ortodossi, vedi Costretto ad uccidere o Lo straniero senza nome).

Si tratta di un western robusto e brutalmente efficace – del resto con un soggetto talmente convincente e strutturato era difficile realizzare un brutto film – anche se la regia del debuttante Edwin Sherin, pur diligente e onesta, non brilla per inventiva e il film non riesce ad elevarsi dallo status di dirty western di serie B, seguendo una traiettoria piuttosto semplice di causa-effetto basata sulla caccia all’uomo (cosa comune a molti altri western dei seventies) e sulla ribellione della persona mite e in apparenza inoffensiva (tematica allora in auge grazie a film come Cane di paglia), nonostante le velleità di partenza fossero probabilmente ben altre, visto che il regista inizialmente incaricato del progetto era addirittura Sidney Pollack.
Nel ruolo di Valdez, inoltre, era inizialmente previsto Marlon Brando mentre Burt Lancaster doveva limitarsi ad interpretare l’antagonista. Dopo il rinvio del film a causa delle riprese di Airport Lancaster, che era anche il coproduttore della pellicola, decise di riservare per sé il ruolo del protagonista e di chiamare, del tutto a sorpresa, come regista Sherin, un autore teatrale di Broadway famoso al tempo per aver portato al successo la pièce di Per salire più in basso (la cui versione cinematografica venne curiosamente diretta in Almeria nello stesso periodo da Martin Ritt) e che al cinema non farà poi più nulla.

Oltre che per la storia e i dialoghi asciutti ed efficaci Burt Lancaster in una delle ultime interpretazioni di una straordinaria carriera western è un’altra delle ragioni per vedere il film: con lo stesso look con i baffi di Nessuna pietà per Ulzana dell’anno successivo dà vita a un’interpretazione memorabile e, nonostante la statura e gli occhi azzurri lo rendano poco credibile come messicano, è convincente sia nell’iniziale incarnazione bonaria e remissiva di Valdez che in quella spietata e sanguinaria successiva, dimostrando di essere un magnifico attore western anche nei ruoli laconici ed essenziali della maturità come nelle sue esuberanti interpretazioni giovanili (basti ricordarlo in Vera Cruz).
Anche il resto del cast, pur non contando su grandi nomi, è decisamente all'altezza: i bravi caratteristi Jon Cypher e Richard Jordan, al loro primo film, Frank Silvera nella sua invece ultima interpretazione e la bella Susan Clark nel ruolo della donna rapita, che consente al regista di spingere un po’ sui tasti del lato exploitation del film, come sottolineato dalla stampa dell’epoca.
mercoledì 15 maggio 2013
i film - Lo voglio morto
1967 LO VOGLIO MORTO
di Paolo Bianchini. Con Craig Hill, Lea Massari, José Manuel Martin, Andrea Bosic, Licia Calderón, Rick Boyd, Frank Braña.
di Paolo Bianchini. Con Craig Hill, Lea Massari, José Manuel Martin, Andrea Bosic, Licia Calderón, Rick Boyd, Frank Braña.
Sud degli Stati Uniti: Clayton (C. Hill) è un cow-boy come tanti, deciso dopo parecchi anni di duro lavoro a comprarsi un terreno e una casa da condividere con la giovane sorella (C. Businari). Tutto sembrerebbe andare per il verso giusto, ma giunto in città scopre che a causa della guerra civile i dollari sudisti hanno subito una portentosa svalutazione; come non bastasse, durante una sua breve assenza, la sorella viene violentata e uccisa da una coppia di banditi. Senza piú nulla da perdere, Clayton si mette sulle tracce degli assassini - uno dei quali ha imprevidentemente dimenticato nella stanza un sacchetto di tabacco personalizzato -, in realtà membri di una grossa banda al servizio di un potente commerciante d'armi (A. Bosic) interessato a protrarre quanto piú possibile il conflitto in vista di ingenti guadagni personali. La faccenda si complica, ma dopo innumerevoli sofferenze e molto sangue sparso Clayton troverà anche il vero amore.
Paolo Bianchini (1931), tuttora molto attivo nell'ambito della fiction televisiva, è stato per anni uno dei registi pubblicitari piú prolifici d'Italia. Come molti suoi colleghi dell'epoca, si era fatto le ossa come assistente di gente importante come Monicelli, Comencini, Vittorio De Sica, Leone ed aveva poi esordito come autore in proprio a metà degli anni '60, nel campo del cinema di genere. Inevitabile quindi il suo incontro con il western: ne dirigerà quattro nel giro di tre anni, alcuni dei quali considerati dei veri e propri cult-movies grazie alle ormai proverbiali pronunciazioni dell'imprevedibile Tarantino. Lo voglio morto, nello specifico, è reputato una «gemma del genere» da noti esperti del settore come Tom Betts e Alex Cox. È, in effetti, un piccolo film girato con uno stile personale e consapevole. Forse proprio per la sua citata esperienza nel campo della pubblicità, Bianchini si diverte ad inserirci un'abbondanza di primi e primissimi piani, dettagli ingranditi, stacchi ad effetto; emblematica la sequenza inizale - pare fortemente voluta dai produttori, che lamentavano un numero di morti troppo esiguo -, tutta costruita tramite un montaggio frammentato e velocissimo, in cui vediamo Craig Hill sventare un agguato ai suoi danni grazie al riflesso di un'arma colto nella tazza del caffé.
L'intera pellicola, a dirla tutta, regge soltanto per il lavoro di Bianchini e del direttore della fotografia Ricardo Andreu. Oltre alla ricercatezza stilistica si coglie l'insistenza che il regista, all'epoca militante comunista, mette nel condannare la violenza perpetrata dai fuorilegge sulle donne - con le bellissime Lea Massari e Licia Calderón costrette a subire ogni tipo di sopraffazione -, cosí come il furore di alcune impennate pacifiste - la sequenza della fucilazione del soldato nordista - e anticapitaliste - l'ironia moralista del finale. Per il resto la sceneggiatura è un'accozzaglia di incongruenze e forzature e il cast, nonostante la presenza di ghigne note come José Martin e Frank Braña, è debole e poco carismatico. La faccia rigida di Craig Hill, perfetta per personaggi freddi e amorali come il Lanky Fellow di Per il gusto di uccidere, risulta invece inadeguata per un ruolo che dovrebbe teoricamente includere una certa dose di partecipazione e emotività; molto meglio Lea Massari, cui spetta la parte in qualche modo piú complessa e sfaccettata del copione. Curiosa infine la comparsata-lampo - giusto il tempo di morire - della neo-miss Italia dell'epoca Cristina Businari, peraltro clamorosamente inespressiva.
In definitiva, un piccolo western stilisticamente curato e originale, affossato da un plot insufficiente e da interpretazioni quasi mai all'altezza. Interessante, non indispensabile.
In definitiva, un piccolo western stilisticamente curato e originale, affossato da un plot insufficiente e da interpretazioni quasi mai all'altezza. Interessante, non indispensabile.
Paolo A. D'Andrea
martedì 14 maggio 2013
TV - Lonesome Dove

1989 LONESOME DOVE (miniserie in 4 episodi)
di Simon Wincer con Robert Duvall, Tommy Lee Jones, Danny Glover, Diane Lane, Robert Urich, Frederic Forrest, D.B. Sweeney, Ricky Schroder, Anjelica Huston, Chris Cooper, Timothy Scott, Glenne Headly, Barry Corbin, William Sanderson, Barry Tubb, Gavan O'Herlihy, Steve Buscem
Due ex ranger in pensione vivono alla giornata nella piccola paese di Lonesome Dove, in Texas. Allettatati dalle chiacchiere di un loro amico e collega decidono di tentare la fortuna andando a fare gli allevatori in Montana. Dopo aver rubato una mandria di cavalli in Messico partono per il lungo viaggio, attorniati da un folto gruppo di personaggi. Ne incontreranno altri ancora sul loro cammino. Si scontreranno con gli indiani, con un sadico mezzosangue, con la natura e il territorio, vedranno un amico diventare un fuorilegge e uno di loro tornerà a Lonesome Dove solo in una bara.
Fluviale miniserie TV in quattro episodi da un'ora e mezza l'uno trasmessi in America dal 5 al 8 febbraio del 1989, ottennendo un enorme successo sia a livello di audience che di critica, tanto che ancora oggi è al centro di un esteso e acceso culto. Un successo che ha dato il via ad una lunghissima serie di adattamenti televisivi delle opere del romanziere Larry McMurtry, che vedono il passaggio da una storia all'altra di alcuni personaggi ricorrenti. In Italia è relativamente noto solo il telefilm degli anni 90, arrivato da noi con il titolo "Colomba solitaria" (assurda traduzione letterale, trattandosi del nome di un paese), che racconta vicende successive a quelle di questa miniserie. Ma in generale è tutto l'universo delle miniserie western della TV americana ad essere un fenomeno quasi totalmente sconosciuto da noi. Eppure è grazie a queste se negli ultimi trent'anni il genere ha significato ancora qualcosa nel suo paese d'origine. Certo molto più che per merito del cinema.

Fama meritatissima quella di "Lonesome Dove" opera appassionante e di enorme fascino. A tutti gli effetti si tratta di un film di 6 ore, una monumentale ballata dove si compie il destino sempre malinconico, spesso tragico, di tutta una serie di personaggi i cui percorsi si incrociano e intrecciano in un West smisurato e spietato. Il suo fascino maggiore sta nell'essere allo stesso tempo una celebrazione dello spirito del pioniere americano e la negazione della retorica con cui convenzionalmente lo si celebra. Tutti i personaggi del film affrontano con stoico coraggio tutto ciò che il destino sembra riservargli e vanno dritti per la loro strada, giusta o sbagliata che sia, accettando di pagare qualsiasi prezzo per le loro scelte. Ma questa ammirata visione dello spirito americano sembra valere solo a livello individuale, perché tutto appare troppo governato dal caso o da un destino indecifrabile per poter diventare retorica storica. Significativo che a dare il titolo a tutta la vicenda sia un desolato villaggio destinato ad essere abbandonato e dimenticato. Quando nel finale il personaggio di Tommy Lee Jones vi fa ritorno, e si rende conto di aver assistito alla fine del suo mondo, ad un giornalista che tenta di intervistarlo cercando di attribuirgli una grande visione legata al progresso sociale risponde tristemente "Yes, a hell of vision", ripensando a tutti i morti e agli amici perduti.
Le vicende si intrecciano e divergono apparentemente senza seguire una vera trama. La casualità degli avvenimenti a livello spettacolare si traduce in un'efficace imprevedibilità narrativa, che nega qualsiasi catarsi e non fa mai montare gli eventi in modo convenzionale. Personaggi che sembrano dover avere un ruolo importante negli sviluppi della trama muoiono in maniera improvvisa e crudele. Il destino di altri resta in sospeso. Per quanto più annunciate, anche le morti dei protagonisti riescono a sembrare accidentali e "ingiuste". Se alla fine si stabilisce l'esistenza di una sorta di armonia, questa è ottenuta attraverso l'azzeramento della morte, che colpisce innocenti e malvagi con la medesima indifferenza.

Difficile rendere giustizia della folla di personaggi che popola e rende viva la saga senza diventare didascalici compilando un lungo e sterile elenco, dato che ci sono personaggi memorabili anche tra i caratteri minori. Come un cuoco saggio e ecologista che rifiuta di cavalcare per rispetto degli animali, un trapper ritardato innamorato senza speranze, una coppia di assassini più scalognati che letali, il padrone di un saloon suicida per amore, una vispa contadinotta che vuole scappare dal marito cariatide. E così via, in una parata all'insegna per lo più dei desideri incompiuti e dei destini spezzati.
Limitandoci ai protagonisti, non si può che cominciare citando un gigantesco Robert Duvall, che è Gus McCrae, un cowboy filosfo il cui fatalismo sorridente è un misto inestricabile di sensibilità e cinismo. È il vero protagonista e a lui vanno le parti più coinvolgenti e avventurose della storia. Indimenticabili i suoi duetti con l'amico caratterialmente suo esatto contrario, l'inflessibile e introverso Capitano Woodrow Call di Tommy Lee Jones, le cui decisioni sono il motore di tutta la vicenda, ma di cui in fondo resterà quasi più un testimone. A lui va però l'ultima mezz'ora della storia quando dovrà rispettare fino in fondo la più malinconica delle promesse.
Loro principali compagni di viaggio sono Danny "Arma letale" Glover nei panni di un sensibile e pacifico scout nero, Robert Urich che interpreta l'amico debosciato che trasformatosi in fuorilegge finirà impiccato proprio per mano dei suoi amici, Ricky Schroder, l'ex bambino della sitcom "Il mio amico Ricky", fa un cowboy che è il figlio non riconosciuto di Tommy Lee Jones (il personaggio interpretato da Scott Bairstow sarà poi il protagonista del telefilm del 1994), Chris Cooper nella sommessa parte di un povero sceriffo sulle tracce della moglie che lo ha abbandonato. Tra i personaggi negativi spicca l'inquietante mezzosangue Blue Duck, interpretato da Frederic Forrest, autentica forza della natura dedita solo al male altrui.
Straordinariamente complesso e ricco per un western anche il reparto femminile. Diane Lane, nel miglior ruolo della sua carriera, è una bellissima e dolce prostituta di cui praticamente tutti sono innamorati (e davvero non potrebbe essere altrimenti). Anjelica Huston è una ex fiamma di Robert Duvall che accudisce il marito morente, materno angelo del focolare il cui ranch pare essere l'unico luogo dove i personaggi posso trovare un po' di serenità. Infine Glenne Headly è la moglie in fuga dello sceriffo, anti-eroina dell'amour fou alla ricerca dell'amante che l'ha abbandonata e pronta a sacrificare tutto per lui, anche un figlio neonato e la sua stessa vita.

Se i quattro episodi formano un'unica storia, i singoli capitoli hanno comunque una certa autonomia stilistica e tematica. Il primo Leaving (Partenza) descrive la vita indolente a Lonesome Dove prima della partenza. Il distacco dal paese assume toni quasi biblici, con tanto di eventi enigmatici, come fulmini che elettrificano la mandria e grovigli di serpenti che uccidono un cowboy nel fiume. È la parte che più ricorda i due capolavori degli anni 60 tratti da due opere di Larry McMurtry, Hud il selvaggio di Martin Ritt e L'ultimo spettacolo di Peter Bogdanovich. Il secondo On the Trail (Sulla pista) è il capitolo più violento e drammatico, che si conclude con un autentico pugno nello stomaco per lo spettatore. Il terzo The Plains (Le pianure) è il capitolo più psicologico, dove sono più in evidenza i personaggi femminili e dove la maggior parte dei nodi narrativi giungono al pettine, sempre con conseguenze piuttosto amare. Il quarto Return (Ritorno) è il lungo epilogo crepuscolare per tutti i personaggi ancora in scena, con i momenti più toccanti e memorabili della saga. Impossibile non commuoversi a più riprese, anche se ogni tanto gli autori perdono un po' la misura e la ricerca della commozione è fin troppo smaccata.
Una sostanza tanto americana è diretta da un australiano, Simon Wincer, che in seguito tornerà più volte al western, con risultati quasi sempre interessanti. Qui amministra con mano solida una pregevole confezione televisiva, con nulla da invidiare al cinema, a parte qualche effetto speciale un po' alla buona. Molto bella anche la colonna sonora del grande Basil Poledouris.
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