Ci ha lasciati stamattina a 98 anni l’attore americano Eli Wallach. Nato il 7 Dicembre 1915 a Brooklyn si forma al celebre Actor’s Studio e dopo una lunga carriera teatrale debutta sul grande schermo a 41 anni nel film Baby Doll di Elia Kazan. Caratterista specializzato in parti da cattivo in western come La conquista del West e I magnifici sette viene notato da Sergio Leone che lo consegna all'immortalità cinematografica grazie al ruolo del ‘brutto’ ne Il Buono, il Brutto, il Cattivo, dove con una straordinaria mimica e gestualità e a battute diventate leggendarie fa entrare la commedia nel western all'italiana oscurando Clint Eastwood e Lee van Cleef. Successivamente è stato protagonista di altri western italiani (tra i quali ricordiamo soprattutto I quattro dell’Ave Maria di Giuseppe Colizzi) e di una lunga carriera americana, principalmente come caratterista ("da attore ho interpretato un intero campionario di banditi, ladri, signori della guerra e molestatori"), senza però trovare più un altro ruolo all'altezza di quello offertogli da Leone, durata senza interruzioni praticamente fino a oggi e ricevendo nel 2010 il Premio Oscar alla carriera. Nonostante più di 150 film interpretati in sessant'anni di militanza cinematografica per tutti gli appassionati di western rimarrà sempre il Tuco del capolavoro di Leone.
mercoledì 25 giugno 2014
Eli Wallach 1915-2014
Ci ha lasciati stamattina a 98 anni l’attore americano Eli Wallach. Nato il 7 Dicembre 1915 a Brooklyn si forma al celebre Actor’s Studio e dopo una lunga carriera teatrale debutta sul grande schermo a 41 anni nel film Baby Doll di Elia Kazan. Caratterista specializzato in parti da cattivo in western come La conquista del West e I magnifici sette viene notato da Sergio Leone che lo consegna all'immortalità cinematografica grazie al ruolo del ‘brutto’ ne Il Buono, il Brutto, il Cattivo, dove con una straordinaria mimica e gestualità e a battute diventate leggendarie fa entrare la commedia nel western all'italiana oscurando Clint Eastwood e Lee van Cleef. Successivamente è stato protagonista di altri western italiani (tra i quali ricordiamo soprattutto I quattro dell’Ave Maria di Giuseppe Colizzi) e di una lunga carriera americana, principalmente come caratterista ("da attore ho interpretato un intero campionario di banditi, ladri, signori della guerra e molestatori"), senza però trovare più un altro ruolo all'altezza di quello offertogli da Leone, durata senza interruzioni praticamente fino a oggi e ricevendo nel 2010 il Premio Oscar alla carriera. Nonostante più di 150 film interpretati in sessant'anni di militanza cinematografica per tutti gli appassionati di western rimarrà sempre il Tuco del capolavoro di Leone.
venerdì 16 maggio 2014
Prossimamente – The Dark Valley
Dopo Gold di Thomas Arslan nella scorsa edizione, anche quest’anno al Festival del Cinema di Berlino è stato presentato un nuovo film western in lingua tedesca (recuperando così in qualche maniera la gloriosa tradizione dei kraut-western): si tratta di Das finstere Tal (titolo internazionale The Dark Valley), il nuovo film del regista austriaco Andreas Prochaska, nome molto noto in patria, anche per i suoi lavori televisivi, ma che ha goduto anche di una breve ribalta internazionale grazie all’horror Sms - 3 giorni e 6 morto (2006), distribuito anche in Italia.
L’ambientazione invernale e innevata ovviamente non può che rimandare a celebri winter-western come Il cavaliere della valle solitaria e Il cavaliere pallido, ma a giudicare dal trailer il film a cui Prochaska sembra occhieggiare maggiormente ci pare essere capolavoro di Sergio Corbucci Il grande silenzio.
venerdì 9 maggio 2014
Prossimamente – The Salvation
Primo trailer per The Salvation, il western danese prodotto dalla Zentropa di Lars Von Trier, diretto da Kristian Levring e interpretato da Mads Mikkelsen e Eva Green di cui avevamo già dato notizia qualche mese fa.
La trama, ispirata ai classici del genere ma anche alle mitologie nordiche e vichinghe, è quella del più classico revenge-western, come da tradizione europea: Mads Mikkelsen interpreta John, un ex soldato immigrato dalla Scandinavia negli Stati Uniti del 1870 in cerca di una vita migliore per lui e la sua famiglia. Quando uccide gli assassini di sua moglie e di suo figlio scatena la furia del capo della banda di banditi Delarue, interpretato da Jeffrey Dean Morgan. Tradito dalla sua comunità, corrotta e codarda, il pacifico pioniere si trasforma in un vendicativo cacciatore di uomini, con unico scopo quello di uccidere i fuorilegge e purificare il cuore nero della città.
Il film verrà presentato fuori concorso al prossimo Festival di Cannes e a una prima occhiata possiamo quantomeno dire che Mikkelsen ci sembra avere il perfetto physique du rôle per il western.
giovedì 8 maggio 2014
Prossimamente – The Homesman
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Quello di Tommy Lee Jones è un nome a cui gli appassionati di cinema western sono particolarmente affezionati. Oltre che esserne un efficacissimo interprete, grazie anche al suo volto ruvido e scavato, è anche l’unica star di Hollywood, insieme a Kevin Costner, ad essersi sempre votato al nostro genere preferito anche nelle sue (purtroppo molto sporadiche) escursioni come regista. A differenza di Costner, che ha sempre privilegiato una spesso ingessata classicità, i western di Tommy Lee Jones brillano invece anche per il taglio sobrio e asciutto e la prospettiva insolita e obliqua, cose che ci piacciono moltissimo e che si possono riscontrare sia nell’interessante esordio televisivo The Good Old Boys del 1995, tratto dal romanzo di Elmer Kelton, che nel capolavoro sospeso tra Cormac McCarthy e Sam Peckinpah Le tre sepolture del 2005, passando per un altro film televisivo tratto da un dramma proprio di McCarthy, Sunset Limited (2011).
Non possiamo quindi che rallegrarci alla notizia che The Homesman, il nuovo film di Tommy Lee Jones, da lui anche scritto, interpretato e prodotto (insieme alla EuropaCorp di Luc Besson), sarà in concorso all’imminente festival di Cannes (cosa che per un western non succedeva, se la memoria non ci inganna, dai tempi de Il cavaliere pallido di Eastwood).
Adattamento cinematografico dell'omonimo romanzo scritto da Glendon Swarthout nel 1988, il film, girato tra la Georgia e il New mexico, si fregia di un cast eccellente che comprende, oltre al regista stesso, anche Hilary Swank, Miranda Otto, John Lithgow, James Spader, Hailee Steinfeld e Meryl Streep.
Tommy Lee Jones interpreta George Briggs, un uomo che viene salvato dall’impiccagione da una pioniera, Mary Bee Cuddy, interpretata da Hillary Swank. La donna vuole però una cosa in cambio: che l’uomo la aiuti a far fuggire tre donne malate di mente e a trasportarle dal Nebraska all’Iowa. Il cammino si trasformerà in una vera e propria odissea, tra banditi, indiani e altri pericoli che la coppia incontrerà lungo la strada.
E’ ancora prematuro dirlo ma la nostra impressione è che con questa nuova pellicola il cowboy Tommy Lee Jones abbia fatto di nuovo centro.
venerdì 21 febbraio 2014
3 pistole contro Cesare
1967 TRE PISTOLE CONTRO CESARE
di Enzo Peri, con Thomas Hunter, James Shigeta, Nadir Moretti, Enrico Maria Salerno, Delia Boccardo, Gianna Serra, Femi Benussi, Umberto D'Orsi, Vittorio Bonos, Ferrucio De Ceresa, Adriana Ambesi
Uno dei western più folli di tutti i tempi.
Girato in Algeria (e già questo...), vede tre fratelli figli dello stesso padre ma di madre diversa (“nel posto da cui proveniva nostro padre usano così – dice a un certo punto uno dei personaggi – “si chiama Napoli o qualcosa del genere...”) – e cioè un pistolero alla Clint Eastwood con delle pistole che sparano in quattro direzioni diverse e anche dal calcio oltre che dalla canna, un mezzosangue giapponese campione di kung fu e una specie di mago che ipnotizza i nemici come Mandrake – mettersi per questioni d’eredità (rappresentata da una miniera d’oro) contro il classico padrone della città, che in questo caso è un folle megalomane e maniaco sessuale che si fa chiamare Giulio Cesare, si crede un imperatore romano e vive in una specie di castello perennemente circondato da un harem di donne seminude e da lascivi leccapiedi (uno scenario da Roma precristiana o seconda repubblica italiana), interpretato dal grande Enrico Maria Salerno, al suo secondo western dopo Bandidos.
Difficile dare conto delle bizzarrie del film: il pistolero interpretato da Thomas Hunter, già visto in Un fiume di dollari e che qui pare il sosia sputato di George Hilton, a un certo punto entra in un saloon, fa fuori in un colpo solo sette avversari con la sua pistola assurda (bisogna vederla) e poi se ne esce tranquillo dopo aver pagato il conto, in un’altra scena vediamo un individuo viscido e vestito di bianco che mangia una banana e poi mette la buccia nella scollatura di una ragazza che gli sta lustrando le scarpe.

La cosa più incredibile è che nonostante stravaganze kitsch e deliri visivi, e forse anche grazie a queste, il film funziona piuttosto bene e ha anche un certo ritmo.
Del resto il budget a disposizione del regista, Enzo Peri, al suo primo e ultimo film, non era certo tra i peggiori e anche tecnicamente la pellicola è piuttosto curata, con una buona fotografia di Otello Martelli, delle coinvolgenti musiche di Marcello Giombini e delle belle scene di cavalcate (gli animali usati facevano parte della guardia presidenziale algerina e anche a un occhio non esperto appaiono ben diversi dai brocchi che si vedono in tanti sottoprodotti italiani).
Il film è l’unico western mai girato in Algeria (se non nell’intera Africa) ed è coprodotto tra Dino De Laurentiis e la locale Casbah Films (quella de La battaglia di Algeri).
Se i palmeti delle oasi sono del tutto anacronistici, i canyon e i paesaggi algerini sono invece piuttosto efficaci nel trasmettere l’atmosfera del West, un po’ meno le comparse locali vestite di nero con dei fazzoletti azzurri sul viso per far risaltare meno il colore della loro pelle.
Il film è in anticipo sui tempi sia per la contaminazione del western con altri generi (come il film di arti marziali e lo spionistico alla James Bond) e anche per la vena di sottile erotismo che lo percorre, con l’aggiunta di blandi momenti sadomaso (frustate, combattimenti tra donne...), il tutto comunque molto all’acqua di rose e non di cattivo gusto: tra le numerose attrici si vedono Delia Boccardo e Femi Benussi, giovanissime.
Totalmente assurdo, ma molto divertente.
venerdì 14 febbraio 2014
Blackthorn
2011 BLACKTHORN
di Mateo Gil, con Sam Shepard, Eduardo Noriega, Stephen Rea, Magaly Solier, Padraic Delaney, Fernando Gamarra, Maria Luque, Dominique McElligott, Cristian Mercado, Nikolaj Coster-Waldau
Bolivia, 1927: Butch Cassidy (che ora si fa chiamare James Blackthorn) parte per l'ultimo viaggio verso casa, in un'avventura che lo allinea con un giovane rapinatore e rende il duo l'obiettivo per bande di malviventi e uomini di legge.
Interessante, ma non del tutto riuscito, tentativo di western spagnolo aggiornato al nuovo millennio.
Niente a che vedere con i pauperistici chorizo-western degli anni sessanta-settanta, comunque, tant’è vero che il film è stato pluricandidato ai Premi Goya (aggiudicandosi quelli per fotografia, scenografia, produzione e costumi).
Il regista, Mateo Gil, sceneggiatore di quasi tutti i film di Alejandro Amenábar, dimostra di possedere senza dubbio delle buone capacità tecniche e uno stile visivo molto moderno, ma purtroppo il suo film difetta un po’ di anima, persa tra le carrellate della macchina da presa e i paesaggi mozzafiato, e finisce per essere scandito da un ritmo troppo piatto e televisivo.
Peccato, perché sulla carta il film era invece molto interessante, dato che racconta nientemeno che le vicende di Butch Cassidy, sopravvissuto – secondo tesi peraltro attualmente abbastanza accreditate – alla sparatoria di San Vicente e ritiratosi ad allevare cavalli, vent’anni anni dopo le avventure narrate nella celebre pellicola di George Roy Hill. Ormai vecchio e stanco Butch decide di ritornare negli Stati Uniti per trovare il proprio nipote, figlio di Sundance Kid ed Etta Place (ma forse in realtà figlio suo).
Il film va avanti così, a ritmo piuttosto indugiante e indolente e seguendo una linea narrativa divagante e poco precisa, tra il viaggio nella Bolivia del 1927 e i flashback nel vecchio West.
C’è da dire che lo stupendo paesaggio boliviano, con le sue spettacolari montagne e gli infiniti deserti di sale, funziona benissimo per dare l’idea del West, anche se l’insistenza con cui il regista lo riprende alla fine diventa stucchevole.
Sam Shepard è molto bravo nella parte del vecchio pistolero, ma essendo sempre stato un caratterista più che un primattore non riesce a tenere su il film tutto da solo, come avrebbero potuto fare Newman o Redford.
Gli attori che lo affiancano, a parte Stephen Rea, sono tutti abbastanza inadeguati, a partire da Eduardo Noriega (una specie di tremendo Scamarcio spagnolo).
Nonostante il rammarico per quel che avrebbero saputo fare autori più dotati con materiale simile merita comunque una visione, se non altro per la serietà e la professionalità con cui è condotta in porto l'operazione, tanto più ammirevoli visto che sono applicate a un genere oggi desueto e fuori moda e davvero invidiabili se paragonate alla sconfortante situazione della cinematografia italica.
giovedì 6 febbraio 2014
Tombstone

1993 TOMBSTONE
di George Pan Cosmatos. Con Kurt Russell, Val Kilmer, Sam Elliott, Bill Paxton, Powers Boothe, Michael Biehn, Charlton Heston, Jason Priestley, Jon Tenney, Stephen Lang, Thomas Haden Church, Dana Delany, Paula Malcomson, Lisa Collins, Joanna Pacula, Harry Carey Jr, Billy Bob Thornton, Billy Zane, Terry O'Quinn, Frank Stallone, Pedro Armendáriz Jr, Robert Mitchum (narratore)
Uno dei western con cui Hollywood pensò bene di affossare nuovamente il genere, dopo che per un po' era rinato a nuovo interesse grazie al successo di film come "Balla coi lupi", "Gli spietati", "L'ultimo dei Moichani" e "Geronimo" (quest'ultimo più apprezzato dalla critica che non dal pubblico). Nato per far concorrenza a "Wyatt Earp" con Kevin Costner e riuscendo nell'intento, visto che "Tombtone" fu un discreto successo in America, mentre "Wyatt Earp" un flop micidiale.
Ha quasi dell'incredibile l'imegno che gli autori sembrabo averci messo per confermare i peggiori luoghi comuni sul genere, girando un film lento, anacronistico, polveroso, retorico, pomposo. Regia e fotografia tentano di essere classicamente anonime, ma non azzeccano quasi mai le giuste atmosfere. Più che i classici anni 40 e 50 il modello vero sembrano i film tutto eroismo e epica del De Mille degli anni 30, ma senza possederne l'ingenua grazia e l'eleganza spettacolare. Ma l'elefantiaco Cosmatos ("Rambo 2 - La vendetta" e "Cobra" i gioielli non troppo preziosi della sua filmografia) non doveva avere le idee molto chiare su dove andare a parare stilisticamente, perché nel film c'è dentro di tutto: l'inizio è "spaghetti", la sfida all'OK Corrall realistica e crepuscolare, il disegno dei personaggi melodrammatico. E che dire del finale romantico? Una roba non solo per nulla western, ma che metterebbe in imbarazzo anche in una trasposizione di un romanzo di Nicholas Sparks.
Detto ciò, il tempo è il solito galantuomo, perché rivedendolo dopo tanti anni l'irritazione che il film poteva provocare all'epoca si può anche tramutare in spassoso compatimento. Diciamo che il filmastro di Cosmatos nella sua balordaggine è quasi divertente. E che, sia pure in modo sgangherato e grossolano, almeno trasmette un vero affetto per il genere. Probabilmente per questo gode di un ottimo culto in America.
Certo, poi mette tristezza vederlo a volte citato addirittura tra i migliori western di ogni tempo.
Altro probabile motivo per cui il film oltreoceano è un cult è l'infinita - al limite del surreale - parata di facce più o meno note del cast. Un cast ad altissimo tasso di carisma, bisogna ammettere.
Nonostante dei ridicoli baffoni appiccicati in faccia, se la cavano i due attori protagonisti. Kurt Russell come Wyatt Earp gioca facile nella parte del duro incorruttibile tutto digrignamento di denti e occhiatacce torve. Val Kilmer nella parte del tubercolotico Doc ha in mano il personaggio migliore del film e riconferma la sua predilezione per i ruoli da sfasciato. Il vero baffuto Sam Elliott e Bill Paxton come coprotagonisti gli reggono il gioco. Il reparto cattivi può contare sulla facce da duri di gente come Powers Boothe, Michael Biehn (l'eore maschile del primo "Terminator") e Stephen Lang (il marine cattivo di "Avatar"). E poi ci sono i camei di Charlton Heston (il ranchero), Harry Carey Jr. (il vecchio sceriffo), dei divetti Billy Zane e Jason Priestley (quello di "Beverly Hills", che qui interpreta un personaggio assurdo, che di fatto ad un certo punto viene dimenticato dalla sceneggiatura), della bella Joanna Pacula come volto più noto del reparto femminile. Non basta? Nel film ci sono pure il fratello di Sylvester Stallone (Frank), un figlio di Robert Mitchium (Christopher), il futuro pelatone di "Lost" Terry O'Quinn, un discendente del vero Earp (tal Wyatt Earp III) e un assolutamente irriconoscibile Billy Bob Thorton, con almeno trenta chili in più di come siamo abituati a conoscerlo. E per finire la voce narrante in originale era di Robert Mitchum, in Italia quella non meno rappresentativa di Ferruccio Amendola.
Più amabile del rivale "Wyatt Earp" con Costner, anche se in fin dei conti è il corrispettivo cinematogtrafico del Wild West di Buffalo Bill: una parata circense che glorifica un passato facendone l'involontaria parodia.
martedì 4 febbraio 2014
Cain's Cutthroats / Cain's Way / Justice Cain / The Blood Seekers
1971 Cain's Cutthroats / Cain's Way / Justice Cain / The Blood Seekers
di Ken Osborne. Con John Carradine, Scott Brady, Valda Hansen, Robert Dix, Don Epperson, Darwin Joston, Ttereza Thaw
Frugando nei sottoboschi delle cinematografie di mezzo mondo alla ricerca del gioiello misconosciuto, del titolo stramboide da esibire, dell'autore forse ingiustamente dimenticato, si finisce molto spesso a guardare un bel po' di spazzatura. La sensazione di star buttando via più o meno preziose ore di vita che ogni tanto ne consegue è uno dei motivi per cui, da parte di chi scrive, ogni tanto questo blog va in stand-by per mesi.
Quel rischio è maggiore quando ci si immerge negli abissi senza fondo della serie Z del cinema. Quella (ci si illude) tutta sesso e violenza, in cerca di visioni brutte e maleducate e quindi (ci si ri-illude) più libere e selvagge di quelle del cinema convenzionale.
La poco poetica realtà è che la stragrande maggioranza delle volte ci si trova davanti a film auto-censurati e goffi, dove gli unici brividi morbosi sono dovuti a qualche poster ammiccante e a titoli sensazionalisti (spesso più d'uno per film, come nel caso in questione). Altrettanto spesso ci si trova davanti a pellicole faticosamente costruite attorno a due o tre scene forti o presunte tali, ma dove nell'attesa di quelle singole sequenze si muore solo di noia. Ogni tanto si becca il film che tenta realmente la carta dell'estremo, ma in cui spesso si esagera al contrario, scadendo nel grottesco e nel ridicolo involontario a forza di accumulare effettacci e finendo comunque nella noia. E' invece davvero raro beccare il filmetto brutto, sporco e cattivo, ma che si lascia guardare e con una sua ragione di esistere. Uno di quei rari casi è questo Cain's Cutthroats / Cain's Way / Justice Cain / The Blood Seekers.
Diretto da tal Ken Osborne, regista di cinque dimenticatissime pellicole tra il 1965 e il 1974 (e neanche fosse Malick, un sesto titolo arriverà nel 2008). Una filmografia che sembra uscire dal sogno bagnato di un appassionato di cinema vintage americano: un dramma sudista, un film di motociclisti, un western di vendetta, un carcerario femminile e... un film su un tizio che cambia in meglio la sua vita scoprendo Gesù.

Sei reduci sudisti che sembrano usciti da un fagioli western italiano (nell'attesa prima di una rapina si grattano, sputano, si scaccolano, si prendono per i fondelli come bambinoni non troppo svegli) compiono una sanguinosa rapina ai danni di un carro militare. Poi si presentano a casa di un loro ex-capitano, che nel frattempo si è fatto una famiglia e una vita onesta. La rimpatriata va a finire malissimo con i sei mentecatti che stuprano e uccidono la moglie, accoppano il figlioletto e a buon conto danno fuoco anche alla casa. Nel resto del film ovviamente vedremo il furente capitano, il cui nome è - sottilissima metafora - Justice Cain, inseguire i sei debosciati trucidandoli uno ad uno.
Cain's Cutthroats è appunto un film sporco e cattivo, anche se non proprio brutto. O perlomeno non bruttissimo. Relativamente a questo tipo di prodotti è girato con un minimo di dignità, gli attori sono passabili e hanno le facce giuste, la narrazione è spiccia e coerente. A livello di trama non è niente di più che il solito, prevedibile e truce revenge movie che ci si può aspettare da questo tipo di cinematografia, uno di quei film dove a scena scontata segue scena ancor più scontata. Eppure a modo suo riesce ad essere anche un film dall'aria curiosa. Il tono generale è strano, stralunato e sottilmente ironico, in contrasto con la truculenza della storia. Le scene d'azione sono veloci e ben spruzzate di sangue, ma la violenza incredibilmente non è quasi mai totalmente gratuita, con un che di balordo e casuale che la rende inquietante. I personaggi parlano molto, quasi come in un film di Tarantino (pur non avendo certo a disposizioni dialoghi altrettanto brillanti) e ogni tanto svelano sfumature non banali. Anche l'anti-climax finale non è esattamente quello che ci si aspetta abitualmente in film di questo tipo.
Il pregio maggiore del film è che, in contrasto con la tradizione del genere, il sentiero della vendetta intrapreso dal protagonista non è solitario. A lui si affiancano due personaggi: un irresistibile prete-buonty killer, che gira il West con il suo carro e un barile dove tiene in salamoia le teste dei fuorilegge che ha ucciso e una simpatica prostituta. Personaggi ben delinati che donano un tocco di umanità alla tipica meccanicità narrativa dei revenge movie.

Praticamente sconosciuto da noi il protagonista Scott Brady era un attore western molto famoso in America. Qui è una specie di John Wayne dei poveri, ma con un'espressione malinconica che lo fa assomigliare ad un forzato della serie Z come Lon Chaney Jr.
Un altro forzato di quella filmografia era il grande John Carradine, qui nella parte del prete cacciatore di taglie. Ne ha girati a decine e decine di filmacci inguardabili in cui l'unica cosa da salvare era la sua faccia messa lì a fare la parte di un vecchio matto a caso. Stavolta invece ha tra le mani un personaggio ricco di umorismo nero, con cui diverte e ha l'aria di divertirsi.
Il più squiternato dei sei debosciati (per divertimento taglia la mano ad un poveraccio) è interpretato da Darwin Joston, che guadagnerà un suo posticino nella storia del cinema qualche anno dopo interpretando il Napoleon Wilson di Distretto 13 di Carpenter.
La simpatica e prosperosa Valda Hansen che interpreta la prostituta aveva iniziato la carriera nei film di Ed Wood. In confronto, un film del genere doveva esserle sembrato un kolossal.
venerdì 10 gennaio 2014
Sam Peckinpah 4 - La morte cavalca a Rio Bravo
"È stato Brian Keith, che aveva lavorato con me alla serie The Westerner, a offrirmi la prima possibilità di dirigere un film. L’avevano ingaggiato insieme a Maureen O’Hara per fare un film intitolato The Deadly Companions (La morte cavalca a Rio Bravo) e lui riuscì a convincere il produttore, che tra le altre cose era il fratello dell’attrice, a prendermi come regista. Non è stato il miglior affare della mia vita. Io volevo fare un film e lui voleva prendermi in giro. La sceneggiatura andava in gran parte riscritta, ma mi dissero di badare ai fatti miei e stare zitto. Brian sapeva che ci eravamo messi in un guaio, allora decidemmo, tra noi due, di rendere drammaticamente credibili almeno le sue scene. Col risultato che quelle di Keith funzionavano, quelle con Maureen O’Hara erano un disastro. E’ così che ho cominciato a capire qualcosa dei produttori."
1961 LA MORTE CAVALCA A RIO BRAVO (The Deadly Companions)
di Sam Peckinpah, con Maureen O'Hara, Brian Keith, Steve Cochran, Chill WillsDopo la cancellazione al termine della prima stagione, a causa dei bassi ascolti, del serial-capolavoro The Westerner, la prima serie televisiva americana western indirizzata espressamente a un pubblico adulto, il protagonista Brian Keith venne ingaggiato dal produttore Charles B. FitzSimons per il ruolo principale in un western indipendente da girarsi a basso costo. L’attore era rimasto talmente entusiasta della collaborazione con l’allora trentacinquenne Sam Peckinpah da riuscire ad imporre il suo nome come regista al produttore, dandogli quindi di fatto la possibilità di esordire al cinema.
Purtroppo l’occasione si trasformò anche nel primo tra i molti screzi, dissidi e battaglie di Peckinpah contro i produttori nel tentativo, spesso fallito, di preservare l’integrità artistica delle sue opere; una triste costante che lo accompagnerà lungo tutta la sua carriera.
FitzSimons, costantemente presente sul set, impedì a Peckinpah di apportare qualsiasi modifica alla sceneggiatura, di improvvisare qualunque soluzione personale e addirittura di parlare con la protagonista Maureen O’Hara (che era la sorella di FitzSimons). Il regista, inoltre, venne allontanato dal montaggio e il film venne stampato con una colorazione e una musica che il regista trovava orripilanti. Fu, tra le altre cose, manipolato arbitrariamente anche il finale originariamente girato da Peckinpah: nella versione del regista era il personaggio positivo Keith e non quello cattivo Wills che uccideva a sangue freddo Cochran sparandogli allo stomaco a bruciapelo, una soluzione di grande effetto che costituiva il momento cruciale del climax tragico della pellicola ma che ovviamente non poteva non spaventare il produttore per la sua clamorosa rottura di tutte le convenzioni del genere.
Il talento di Peckinpah era però già così limpido da riuscire ad emergere nonostante tutte queste ingerenze: anche se in genere viene liquidato come il trascurabile esordio del regista, un western di serie B come tanti, per noi è infatti poco meno di un capolavoro. Non all’altezza della sua opera seconda, quel folgorante Sfida nell’Alta Sierra da cui tutti in genere fanno partire la sua filmografia, ma davvero poco sotto. Nonostante lo stesso Peckinpah lo abbia sempre rinnegato a noi l’impronta del regista sembra chiara e visibile dalla prima all’ultima inquadratura. I tagli e le manomissioni ci sono stati ma non si notano. La potenza espressiva del Peckinpah touch è infatti tale da riuscire a trascendere il tessuto narrativo della pellicola: il film è compatissimo, non ci sono buchi nella storia e neanche nel disegno dei personaggi. Anzi resta un film aspro e anti-spettacolare, dove ad esempio per ben due volte è negata la centralità del protagonista nella resa dei conti.
Un grande Brian “zio Billy” Keith regala la sua faccia stanca al primo degli indimenticabili perdenti di Peckinpah, un reduce di guerra menomato da una ferita e traumatizzato dal ricordo di un tentativo di scotennamento, di cui porta l’orribile cicatrice sotto il cappello che non si toglie mai. Un giorno riconosce il suo scotennatore in un balordo che stanno impiccando in un saloon (un immenso Chill Wills, poi faccia tipica di Peckinpah, che impersona un personaggio tanto pazzo e repellente, quanto in fondo patetico e annientato dalla vita). Dopo averlo liberato, in attesa del momento buono per la vendetta, si mette in viaggio insieme ad un terzo compare (l’ottimo Steve Cochran, altro tipico personaggio alla Peckinpah: un mattacchione che uccide quasi per gioco). Durante una sosta in un paesino i tre sventano una rapina, ma durante la sparatoria Keith uccide per sbaglio un bambino, figlio della “ballerina” del paese (Maureen O’Hara: unico punto debole del film, bravissima e convinta, ma con un’aria troppo algida e troppo poco fragile per la parte). Decisa, anzi ossessionata, a seppellire il figlio nel paese in cui fu sepolto il marito, alla cui esistenza i bigotti del paese non credono, la donna intraprende un viaggio attraverso il territorio indiano. Distrutto dal senso di colpa Keith la segue, riuscendo a convincerla dopo molte ovvie resistenze a farsi accompagnare…
Già da questo accenno di trama sono evidenti già tutte le ossessioni e i tratti tipici del cinema di Peckinpah. Ci sono già il senso di una violenza che permea ogni personaggio ed ambiente, i personaggi crepuscolari e perdenti, i rapporti corrosi da mille tensioni, le pulsioni di autodistruzione, i paesaggi foschi e selvaggi che diventano un elemento centrale della trama. Anche le secche scene d’azione, pur ancora restando negli standard visivi del cinema hollywoodiano dell’epoca, hanno già quella sua tipica caoticità e imprevedibilità.
Si respirano echi fordiani nei temi dell’ossessiva sete di vendetta e del viaggio redentore in territori selvaggi (impressione rafforzata dalla presenza di Maureen O’Hara, una delle attrici feticcio di Ford), ma si avvertono già anche anticipazioni peckinpahiane: i bambini che osservano Keith e compagni arrivare nel pueblo e il predicatore invasato interpretato da Strother Martin ricordano l’inizio del Mucchio Selvaggio, mentre un certo tono lugubre e il viaggio in compagnia di un cadavere in decomposizione rimandano al successivo Voglio la testa di Garcia.
Ma poi chi se ne frega quanto è o non è inseribile nella filmografia del regista: è una bellissima storia, con personaggi magnifici, immersi in scenari splendidamente fotografati... cosa si vuole di più?
Tommaso Sega & Mauro Mihich
martedì 7 gennaio 2014
prossimamente - Se il mondo intorno crepa
Anche se da stampa e critica viene considerato come morto e sepolto il western è un genere che, come i nostri lettori ormai sapranno, dà ancora sussulti di vitalità sia nel suo paese di origine, gli Stati Uniti, che in varie altre cinematografie sparse in giro per il mondo. Se c’è un posto, però, dove questo genere è ufficialmente e definitivamente defunto questo è l’Italia, che pure negli anni sessanta e sessanta dello scorso secolo arrivò a giocarsela ad armi pari sullo stesso terreno degli americani. Nonostante ciò anche nel nostro culturalmente sempre più povero paese c’è chi con caparbietà e sorretto unicamente da un’enorme passione si ostina a portare avanti un proprio e personale percorso western. Si tratta di Stefano Jacurti, autore qualche anno fa assieme a Emiliano Ferrera del western-horror indipendente Inferno bianco, che ha fatto il giro di vari festival, e scrittore in proprio di diversi romanzi e racconti dedicati al genere e che ora, sempre in coppia con Ferrera, torna con un nuovo western autoprodotto, da lui anche sceneggiato: Se il mondo intorno crepa, sempre girato nei grandi spazi dell’Abruzzo (ma in parte, come si vede nel trailer, anche nei famosi villaggi western dell’Almeria) e attualmente in fase di post-produzione.
Un nero cavaliere si staglia all’orizzonte.
E’ Black Burt “il poeta”, così chiamato perché prima di uccidere declama sempre i suoi versi di morte.
Burt il Nero si è unito a Butcher Joe “il macellaio” per un sanguinoso cavalcarono insieme.
I due, finiti sui giornali e braccati da tempo per le violente imprese, convergono presso una ghost town, una città morta da dove proseguiranno in Messico per continuare a uccidere e rapinare.
Ma in un mondo dove una donna lotta contro l’emarginazione e il passato ritorna con la sua forza dirompente il destino ha riservato a Black Burt e Butcher Joe qualcosa di molto diverso...
Accantonate le atmosfere horror e ghiacciate di Inferno bianco con questo nuovo lavoro Jacurti pur tenendo presente la grande tradizione violenta del western italiano sembrerebbe aggiornarla con le più moderne e selvagge storie di frontiera dei racconti di Joe R. Lansdale e con un’estetica e delle musiche totalmente americane.
Ci torneremo.
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