martedì 22 novembre 2016

Forsaken / Il fuoco della giustizia



2016 Forsaken / Il fuoco della giustizia
di Jon Cassar con Kiefer Sutherland, Donald Sutherland, Demi Moore, Brian Cox, Michael Wincott

Modello figliol prodigo, pistolero ammazzasette torna a casina dal babbo predicatore, al quale promette di appendere la pistola al chiodo e di rinunciare per sempre alla violenza. Ma visto che il paese è sotto il tallone della solita banda di mascalzoni dovrà cambiare idea. Ma con tutta calma, che il film non può finire dopo mezz'ora.

Quante volte abbiamo visto messo in scena il canovaccio dell'eroe che per tutto il film non può reagire a qualche angheria, che subisce e sopporta, fino a quando nel finale esplode e fa fuori tutti?
Tante. E quasi sempre in infimi filmetti di serie C.
Proprio perché è un'idea infima e di terza categoria.
Il ricatto emotivo che dovrebbe innescare questo tipo di situazioni si scontra quasi sempre con la difficoltà di creare una motivazione sensata e non umiliante che giustifichi la prolungata passività del protagonista. Così finisce quasi sempre che i protagonisti di questi film, più che degli eroi con la pazienza di Giobbe, sembrino degli idioti masochisti. Esattamente quel succede anche in questo caso, con gli sceneggiatori che per allungare il brodino si dilungano in noiosi intrecci sentimentali e arzigogolate strategie dei cattivi, pur di rimandare l'inevitabile scontro decisivo alla fine del film.



Dopo anni di carriera in cui lo si ricordava generalmente solo come cattivo in due cult degli anni 80 come "Stand By Me" e "Ragazzi perduti", Kiefer Sutherland è diventato famoso e apprezzato nel nuovo millennio come protagonista della fortunata serie televisiva "24", nella parte del mastino federale Jack Bauer. Al di fuori fuori di quella serie, ci sembra però essere rimasto un attore normale, non molto carismatico, sicuramente poco portato per il western (genere che aveva per altro già frequentato), dato che sembra uno di quelli parecchio impacciati quando devono indossare un cappello e uno spolverino da cowboy.
Come se non bastasse qui si confronta con il leggendario padre Donald che, pur servito malissimo da una sceneggiatura che gli appioppa un personaggio monocorde e piuttosto stupido, sovrasta il figlio tanto a livello recitativio che fisico (quasi venti centimetri di dislivello tra padre e figlio).
Se Brian Cox nella parte del solito intrallazzatore cattivo è sprecato, l'unico personaggio potenzialmente interessante è quello affidato all'ottimo caratterista Michael Wincott, che qui incredibilmente non fa il solito personaggio laido a cui da anni è abbonato, ma un pistolero prezzolato con un suo codice d'onore. Peccato che non entri praticamente mai nella storia.



C'è davvero poco da aggiungere su un film che non si può dire brutto o particolarmente fatto male, ma irrimediabilmente mediocre, tedioso e totalmente insapore. Una robetta talmente innocua e banale che, c'è da scommettere, ci sarà sicuramente più di uno in giro che ne parlerà bene descrivendolo come un "buon vecchio classico western". Che può anche andare come definizione, se il termine di paragone per definire un "classico western", piuttosto che l'opera di un Anthony Mann, è La signora del west.

venerdì 18 novembre 2016

In a Valley of Violence



2016 In a Valley of Violence
di Ti West con Ethan Hawke, John Travolta, Taissa Farmiga, James Ransone, Karen Gillan, Burn Gorman, Toby Huss, Larry Fessenden

Che ci fa un giovane hipster nel vecchio far west? Nonostante il cognome non era facile immaginare un regista come Ti West alle prese con un genere come il western. Classe 1980, West è il più teorico, minimalista e se vogliamo furbo esponente della generazione di registi horror emersa dalla seconda metà dello scorso decennio. Il suo manifesto programmatico è "The HouseOf The Devil" del 2009, diventato meritatamente un piccolo cult di questi anni. Un film che per quasi tutta la sua durata mostra semplicemente una bella figliola che si aggira in una sinistra dimora, giocando così con divertita intelligenza sulle aspettative che un determinato genere di situazioni crea nello spettatore. Formula poi ripetuta praticamente identica anche nel successivo e narrativamente ancor più basico "The Innkeepers".

Alle prese con la polvere e il sole del western West resta fedele al suo stile narrativo ridotto all'osso, ma cambia registro, adottando un passo più classico e adulto. Se si diverte anche in questo caso ad aprire e mostrare gli ingranaggi del giocattolo lo fa in modo più sottile e meno apertamente sarcastico. Un approccio chiamiamolo più maturo comunque inevitabile, trattandosi del suo primo film di un certo rilievo produttivo, con attori non solo noti ma decisamente famosi come John Travolta e Ethan Hawke.



Il film ha le sembianze di un povero ma dignitoso b-movie di altri tempi, con pochi attori in scena e quattro case e un paio di anfratti come scenografie. La storia, semplicissima e lineare, sarebbe piaciuta ad un Budd Boetticher o a Elmore Leonard: un uomo arriva in una classica cittadina sperduta nel nulla, subisce un terribile sopruso e si vendica. Quasi tutto qui. Ma l'aderenza a un meccanismo narrativo basato su uno dei più semplici ed efficaci meccanismi di azione e reazione è solo apparente.

All'inizio pare infatti di trovarsi davanti ad una versione moderna di una di quelle commedie western anni 60 e 70 in cui era specializzato (ahinoi e ahilui) l'altrimenti talentuoso Burt Kennedy, con tanto di protagonista che si porta appresso una cagnetta intelligente e umanamente interattiva che sembra presa di peso da un qualche antico telefilm per ragazzi alla Rin Tin Tin. West lavora però sotto la superficie del mostrato, facendo intuire fin dalle prime scene la presenza di una violenza sotterranea che attende solo di esplodere. Quando poi ciò accade, e tutto sembra incanalarsi negli schemi prefissati di un truce e sanguinario revenge movie, West spiazza ulteriormente lo spettatore disattendendo quasi tutte le aspettative e frustrando ogni possibile catarsi.

Il risultato è un film non del tutto risolto, a tratti vistosamente difettoso, ma felicemente obliquo e ambiguo. Ambiguità riscontrabile già a livello visivo, visto che è un film dai temi e dall'anima molto americani, ma anche un chiaro omaggio ad una certi colori e suoni dei western all'italiana. I titoli di testa sono corredati da disegni pop come nei primi anni degli spaghetti western, c'è una bella colonna sonora fischiata (in cui si intromettono moderati accenni elettronici carpenteriani) e la fotografia ha toni spenti e cieli verdognoli come si trattasse di una pellicola degli anni 60 ingiallita dal tempo. Un filtro finto-vintage applicato con abbastanza buon gusto da non diventare quella patina monotona e posticcia di tanti prodotti nati sulla scia di "Grindhouse" di Tarantino e Rodriguez. A livello di storia e personaggi il film di West ha però poco o nulla da spartire con i prodotti nostrani, ricordando piuttosto certi dirty western americani degli anni 70.



Interessante il lavoro che West compie sui personaggi. Molti di loro nel corso del film si rivelano diversi da quello che appaiono in un primo momento, svelando spesso lati e motivazioni inaspettate. Lo sceriffo di John Travolta, che all'inizio sembra replicare per l'ennesima volta la figura del violento finto-sonnacchioso in cui si è specializzato dall'epoca di "Pulp Fiction", pur nella sua ambiguità si rivelerà il personaggio più umano della situazione. Invece il protagonista, a cui inizialmente va tutta la simpatia dello spettatore, farà emergere lati sempre più meschini e sgradevoli.

Ma soprattutto, esattamente come nei film del già citato Tarantino, quasi tutti i personaggi quando aprono la bocca si prodigano in dialoghi e monologhi estenuanti e torrenziali, che dilatano i tempi delle sequenze e ridefiniscono il ritmo dell'azione. L'unico privo di eloquio è proprio il taciturno protagonista. Tanto è vero che il torto maggiore di cui sembra volersi vendicare è quello di essere stato privato della sua unica opportunità di comunicare col mondo.



Se come stile West si riconferma regista di impeccabile sobrietà, pecca ogni tanto di mancanza della stessa nella scrittura. L'ambizione gli prende a volte la mano, alcune scene di introspezione scivolano nel melodramma e nel finale c'è qualche scena madre di troppo. Anche il livello politico della storia è reso in modo eccessivamente didascalico in alcuni dialoghi. Non c'era bisogno di sottolineare esplicitamente in un dialogo quanto il personaggio di Hawke sia il risultato della cattiva coscienza della Storia degli USA. Bastavano da sole le sue azioni o la bella sequenza onirica, un incubo che è l'unica scena a richiamare l'estetica dei film precedenti di West, per capire che ci troviamo davanti alla tipica "macchina da guerra" inceppata, il reduce alla Rambo o alla Travis Bickle che una volta privato di una guerra ne scatena una sua privata.

Nota conclusiva con avvertenza di SPOILER, se così vi piace (anche se bisogna essere spettatori ben ingenui per non immaginare fin dal trailer e dalle premesse iniziali cosa accadrà a metà film per scatenare la violenza del protagonista): "In a Valley of Violence" si aggiunge alla lista di storie degli ultimi anni che mettono in scena una storia di vendetta scatenata dalla morte violenta di un cane.

giovedì 3 novembre 2016

The Duel / By Way of Helena



2016 The Duel o By Way of Helena
di Kieran Darcy-Smith con Liam Hemsworth, Emory Cohen, Woody Harrelson, Alice Braga, William Sadler, Christopher Berry, Raphael Sbarge, José Zúñiga

C'è un Cuore di Tenebra nel Texas ai confini col Messico. Dal Rio Grande affiorano cadaveri di peones messicani che qualcuno ha ucciso e scalpato. I giustificati sospetti cadono sulla piccola e blindata comunità religiosa fondata dal luciferino Abraham (Harrelson). Quando sparisce anche la nipote di un generale messicano viene mandato ad indagare sotto copertura il giovane ranger David Kingston (Hemsworth), che ha la pessima idea di portarsi dietro la bella moglie messicana (Braga).

Ambientato in un West superstizioso e pentecostale, The Duel o By Way of Helena è un film narrativamente sfilacciato, ma interessante e affascinante, che ha il suo punto di forza in un'atmosfera da horror - thriller esoterico degli anni 70, pur per fortuna restando a tutti gli effetti un western e mantenendo gli eventi sempre su un piano realistico, anche se spesso ambiguo.

Un dtv con alcuni limiti di budget e visivi del mercato direct-to-video, ma con dentro più cinema di tanti film che arrivano in sala. 


I due titoli con cui circola il film si riferiscono alla medesima cosa. Il duello alla maniera di Helena (intesa come città) è la cruenta usanza di legare insieme due duellanti che si devono uccidere a vicenda con un coltello a lama corta. Così all'inizio del film il protagonista ancora bambino vede morire il padre, proprio per mano dell'uomo su cui da adulto dovrà indagare.
A dispetto di quel che suggeriscono gli strilli di locandina, il protagonista non è però mosso dallo scontato desiderio di vendicare il padre, ma piuttosto sembra voler conoscere meglio l'uomo che lo ha ucciso, andando forse anche in cerca di una figura paterna. Altri personaggi del film, a cominciare da quello della moglie, sono più o meno consciamente in cerca di qualcosa, ma la comunità guidata dal diabolico personaggio di Harrelson si rivelerà per tutti il contesto peggiore in cui risolvere un qualsiasi dubbio esistenziale o soddisfare un qualche inconfessabile desiderio.

Se per le atmosfere profondamente nordiche di Blackway si è sottolineato il fatto che il regista fosse svedese, qui si può notare come il regista Kieran Darcy-Smith sia australiano. Origine geografica a cui non si può fare a meno di ricollegare il senso di disagio e inquietudine che il film riesce a trasmettere, mettendo in scena un West dove il Diavolo e il Male sembrano essere di casa, standoci pure belli comodi. In qualche modo "australiana" pare anche la scelta di filmare una storia piuttosto cupa con una fotografia spoglia e luminosa, che dona al tutto una solarità malata.


La storia da una parte nutre ambizioni quasi da gotico americano, mettendo in scena personaggi dai nomi biblici, con relazioni e dialoghi di conseguenza, dall'altra accumulando idee e situazioni un po' da western spaghetti squinternato (come ad esempio la soluzione del mistero sulle morti dei messicani).
La regia di Darcy-Smith, pur tentata qui e là da qualche lirismo malickiano (come nel bel duello iniziale, esageratamente commentato con della musica sacra), è solida e con i piedi per terra come si conviene ad un film di genere. Usa la lentezza e un certo sguardo anti-hollywoodiano per creare un clima di incertezza e soprattutto di grande tensione, che esplode in efficaci momenti di violenza. Su tutti, l'inaspettata e originale modalità con cui si svolge la cruenta resa dei conti finale.

Harrelson, ottimo come quasi sempre, costruisce un personaggio che è una specie di ragno umano, allo stesso tempo repulsivo e magnetico. Gran parte della riuscita del film è giocata sulla capacità ammaliatrici del suo personaggio (e quindi dell'attore), la cui capacità di sedurre e condizionare gli altri potrebbe dipendere tanto da un qualche reale potere esoterico, quanto dalla capacità psicologica di scrutare nell'animo altrui. La pelata e l'eloquio richiamano nientemeno che il Marlon Brando di "Apocalypse Now!", mentre il lato più sadico e spiritato del personaggio sarebbe piaciuto a un Klaus Kinski.
Contro di lui il fisicamente imponente, ma fondamentalmente ingenuo, personaggio di Liam Hemsworth (fratello del più celebre Chris), praticamente l'unico bianco che si vede nel film che non sia un sadico o un fanatico imbevuto di razzismo e religiosità apocalittica. Con la barba lunga sembra una specie di Jim Morrison nel West.
A chiudere il triangolo attoriale e narrativo c'è Alice Braga, intensa e bellissima come sempre, alle prese con il personaggio più tormentato, ma alla fine forse anche quello non del tutto risolto.


A margine da notare come il film di Darcy-Smith unisca due tematiche molto sentite nel cinema americano di questi anni: quella dello scottante e mai risolto rapporto tra gli americani e gli scomodi vicini messicani, e quella delle sette religiose o comunque di una religiosità vissuta in maniera chiusa e fanatica. Tematica quest'ultima molto presente nel recente cinema horror di questi anni, ma affiorata qui e là anche in alcuni western recenti come Sweetwater, The Mountie, Meek's Cutoff e l'austriaco The Dark Valley.

giovedì 27 ottobre 2016

Blackway | Go With Me



2015 Blackway o Go With Me 
di Daniel Alfredson con Anthony Hopkins, Julia Stiles, Alexander Ludwig, Ray Liotta, Hal Holbrook

Come si fa a spiegare lo strano entusiasmo che può suscitare un film come Blackway?
Non assomiglia neanche lontanamente a un capolavoro, perché non lo è. Anzi, ha tutte le sembianze di un film americano qualunque, dove una certa ricercatezza di regia cede il passo in alcuni punti a stereotipi visivi e sonori abusati. Ad esempio nelle scene d'azione, per altro pochissime, dove la convenzionalità della confezione stride con il carattere volutamente dimesso e casuale che gli autori volevano dare alle azioni. Non è difficile quindi incappare in internet in stroncature impietose, con alcuni che parlano di un thriller totalmente fallito, altri di un'americanata impersonale, altri ancora di un patetico tentativo di noir alla "Fargo" affogato in un'estetica da dtv.

E allora? E allora il "segreto" per apprezzare il film è evidente fin dal fatto che se ne parla in questo blog: Blackway è un western. Un bel film western. E non solo: è anche uno dei pochi veri western visti al cinema quest'anno. Blackway non è un western solo perché c'è gente coi fucili (meno comunque di quanti ne impugnino i personaggi in uno dei poster) o perché c'è un viaggio di ricerca tra splendidi paesaggi selvaggi. Queste sì sono cose assolutamente generiche che si trovano anche in tanti polizieschi, noir, action che affollano una qualsiasi videoteca.
Quel che rende Blackway un vero western è il tono piano del racconto, una narrazione soffice e calma come una nevicata. È la tranquillità hawksiana con cui i personaggi accettano i loro ruoli, i loro laconici scambi di battute la trasparenza delle loro azioni. È la descrizione affettuosa di un'America sì lugubre, violenta e desolata, ma vista anche come un meraviglioso contenitore di storie umane, senza il cipiglio da fustigatore delle contraddizioni della patria del capitalismo.
Anche l'ironia sotterranea che attraversa tutto il film, il livello forse più incompreso dai detrattori, non è mai un sarcasmo demolitore, è piuttosto l'ironia di chi racconta una storia in modo intelligente, sentendosi complice dei personaggi e degli spettatori, ma lontanissimo da qualsiasi strizzata d'occhio post-moderna.



Un film tanto e così palesemente americano è stato girato da un regista svedese.
Daniel Alfredson, solido regista di pellicole di genere, conosciuto fino ad ora per aver diretto in patria gran parte della serie Millenium, la trasposizione in film dei celebri romanzi Stieg Larsson. Si avverte per tutto il film uno sguardo molto europeo e soprattutto molto nordico, ma non ne risulta il classico distacco dell'Autore del vecchio mondo che dice la sua su qualche aspetto della realtà americana. Alfredson lavora da artigiano sapiente, usando la sua sensibilità tutta svedese per mostraci con occhi nuovi cose viste e straviste. Si noti come riesce a dare un senso e ad usare in modo persino poetico l'onnipresente filtro blu della fotografia, ormai da anni uno logoro luogo comune estetico dei film che vogliono raccontare di un'America fredda e marginale.

Blackway è il nome di un vicescriffo corrotto, maniaco sessuale, ricattatore, spacciatore, magnaccia e assassino, che i tre protagonisti devono cercare e affrontare. Fin dalla decisione di dedicare alla nemesi dei personaggi il titolo del film siamo quindi di fronte ad una specie di Moby Dick da paesello, una piccola ricerca del Male tra motel, segherie, povere case per arrivare alle incombenti montagne, descritte come luoghi arcani e misteriosi. Ognuno dei tre lo cerca per ragioni personali che vengono mostrate in flashback che si incastrano alla narrazione in modo curioso, con uno stile forse debitore dei film da regista di Tommy Lee Jones. La tensione semplice e implacabile su cui si basa il fascino del film è innescata dal mostrare tre antieroi, umanissimi e fallibili, che si avvicinano gradualmente ad un personaggio che diventa sempre più inquietante man mano che, attraverso i flashback o le testimonianze di altri personaggi, si compone il suo sinistro ritratto.



Un film di questo tipo è fatto in grandissima parte dalle facce degli attori.
Julia Stiles sembra invecchiata tutta di un colpo, ma anche per questo funziona perfettamente, nelle parti di una cameriera dall'aria dimessa e un po' sconfitta, ma ancora abbastanza avvenente da mettere in moto certi avvenimenti. Hopkins azzecca un ruolo e un film dopo non so quanti anni (forse da recuperare "Il caso Freddy Heineken", coevo a questo e sempre diretto da Alfredson). Alexander Ludwig se la cava bene nel potenzialmente scivoloso ruolo del marcantonio balbuziente, poco sveglio ma dal cuore d'oro. Si fa notare anche il grande caratterista Hal Holbrook, novantenne, nella parte del vecchio proprietario della segheria. Infine un luciferino Ray Liotta, come Blackway, divora le poche scene in cui appare.

Uno di quei piccoli grandi film che si fanno voler bene più di tanti capolavori.


Un grazie ai "colleghi" dei 400 Calci per aver segnalato un film che ha dato lo spunto a chi scrive di tornare a scrivere sul blog. 

giovedì 7 luglio 2016

Anthony Mann 6 - Terra lontana

1955 TERRA LONTANA (The Far Country) di Anthony Mann. Con James Stewart, Ruth Roman, Corinne Calvet, Walter Brennan, John McIntire.


 «Quasi mezzo secolo dopo aver diretto il suo primo B-movie a Hollywood - "Dr. Broadway", del 1942 - e ventitré anni dopo la sua morte prematura sul set europeo di Sull'orlo della paura, Anthony Mann (1906-1967) rimane il piú trascurato tra i principali registi americani del sonoro.» (Richard T. Jameson)

Il vantaggio di essere trascurati

Nell'àmbito della filologia e della critica del testo antico si suole attribuire particolare importanza ai manoscritti conservati in centri periferici, isolati. Questo poiché, proprio in quanto dimenticate o trascurate, quelle versioni dei testi risultano spesso scevre da modifiche, interpolazioni, correzioni arbitrarie. Sono insomma caratterizzate da una purezza superiore, da una pulizia primordiale che le differisce profondamente dai corrispettivi "cittadini", molto consultati e conseguentemente molto soggetti ad interventi postumi.

Forse, tramite un parallelismo sin troppo audace, si potrebbe applicare questa stessa considerazione al cinema di Anthony Mann. Un cinema vittima di una strana contraddizione: da un lato ormai unanimemente considerato "classico", dall'altro a tutt'oggi - se si escludono poche ma considerevolissime eccezioni - poco approfondito, quasi negletto dalla nuova generazione di critici. Un destino che non rende il giusto tributo ad un autore immenso e straordinariamente influente, ma che al contempo permette a quello stesso autore di stazionare in una dimensione primigenia ed inviolata. La stessa di quei vecchi e scordati codici. Perché vedere un film di Mann significa recuperare l'innocenza del cinema puro. Significa fare i conti, prendendo in prestito le parole del grande André Bazin, con una «franchezza commovente».


Borden Chase, il moralista ambiguo

 «Sono veramente un illetterato.» (Anthony Mann)

Terra lontana è il sesto western di Anthony Mann. Il quarto con protagonista James Stewart. Il terzo ed ultimo scritto da Borden Chase. Chase è il piú grande sceneggiatore del western americano e, assieme all'altrettanto talentuoso Philip Yordan, il preferito di Mann. I suoi script, sintesi di accurato realismo ed eterogenee influenze culturali, forniscono ai western di Mann la dimensione mitica e quella allegorica. Il continuo ricorso alla simbologia cristiana, gli insistiti rimandi alla tragedia greca e, conseguentemente, alla sua reinterpretazione in chiave psicanalitica trasformano le sue storie di Frontiera in specie di moniti ancestrali, di drammi esemplari e senza tempo. Contemporaneamente, grazie al suo amore per l'ignoto e per l'avventura pura - spesso nei suoi copioni sono centrali le tematiche del viaggio pericoloso e della "conquista" di territori selvaggi ed inesplorati - consente a Mann di esprimere pienamente il suo talento per l'azione e il suo squisito gusto paesaggistico.

Chase è anche e soprattutto un grande scrittore moralista. Sovente nelle sue trame la cupidigia è il motore che innesca i conflitti fra i personaggi: l'oro trasforma uomini onesti in individui violenti e senza scrupoli, tramuta città pacifiche in covi di immoralità e perdizione ("Là dove scende il fiume", "Terra lontana"); il relativismo è ripetutamente condannato in nome di una ribadita "necessità dell'ideale" (lo stesso "Terra lontana", ma anche "Vera Cruz" di Aldrich). Eppure, a margine di cotanto afflato etico - peraltro pienamente condiviso dallo stesso Mann -, emerge costantantemente un'ambiguità di fondo, un pessimismo sotterraneo. Gli eroi che portano alla conquista della stabilità comunitaria e al ripristinarsi della dirittura morale sono quasi sempre uomini che a quella stabilità sono completamente estranei, e da quella dirittura morale li distingue un passato tremendo e un presente «affilato sino all'estrema punta di sé stesso» (P. Demonsablon).

Lo stesso modo in cui Chase reinterpreta gli exempla biblico-tragici è significativo di questo atteggiamento: in "Winchester '73" (1950), primo grande risultato della coppia Mann-Stewart, il conflitto tra fratelli - ovviamente memore del mito veterotestamentario di Caino e Abele - viene risolto con un capovolgimento che vede il "buono" prendere dolorosa coscienza della necessità di eliminare il "cattivo". In "Terra lontana", d'altra parte, l'accettazione da parte del protagonista del precetto evangelico "ama il tuo prossimo come te stesso" avviene non per una precisa volontà personale, piuttosto per un succedersi di eventi che, ponendolo di fronte al pericolo di una solitudine spaventosa, lo costringono a fare quella scelta. Valutare l'apporto di questo strano, ambiguo moralista è indispensabile per capire il cinema di Mann.


La campan(ell)a ha suonato

"Terra lontana" è il risultato piú alto del sodalizio Mann-Chase, nonché la summa delle tematiche cardine del loro cinema. Fondamentalmente, è la storia della nascita di una comunità e di una presa di coscienza sociale.

Ambientato simbolicamente - come bene nota Matteo Pollone nell'ottimo Il western di Anthony Mann - The Man in the Wild, the Wild in the Man, la prima monografia in tema pubblicata in Italia - presso due confini, uno territoriale - l'Alaska e il Canada, propaggini ultime della Frontiera - e uno temporale - il film è ambientato nel 1896, dunque in un'epoca considerata tradizionalmente estranea alla narrazione western classica -, mette al centro un eroe cinico ed individualista fino all'autodistruzione che a quel mito di fondazione partecipa quasi involontariamente, diremmo fatalmente.

Jeff Webster, dei protagonisti del cinema di Mann e Chase, è il piú enigmatico e tragico. Il suo egoismo ottuso non deriva da esperienze precedenti, da torti subìti in passato: pare innato. Proprio per questo la decisione finale di dare il proprio contributo al bene comune sembra ben piú una resa che una conquista: Jeff, uomo in via d'estinzione, deve adattarsi al nuovo mondo se vuole sopravvivere. E, paradossalmente, quell'adattamento passa attraverso la perdita della sua perfetta controparte femminile - la coraggiosa, intraprendente Ronda Castle di Ruth Roman - e l'eliminazione fisica dell'uomo che piú sentiva vicino al suo modo d'essere, l'atipico antagonista di John McIntire. Se Gannon è un morto, Webster è insomma poco piú che un sopravvissuto.  Il germe del western crepuscolare comincia qui a corrodere dall'interno il tessuto della classicità.

Tormentato, come spessissimo accade in Mann, dalla condizione perenne del viaggio, dall'incapacità di concepire una dimensione stanziale, l'eroe di Stewart trascina con sé il simbolo della propria dissolvenza: quella campanella apposta sulla sella che, gli ricorda piú volte il pard Ben Tatum - vera e propria coscienza costruttiva del protagonista -, un giorno dovrà apporre all'uscio della propria casa, segno di una temuta e al contempo agognata pace.


L'incombere delle cose sugli uomini

«Anthony Mann mi piace: le sue inquadrature sono firmate.» (Vincente Minnelli)

Nel caso di Anthony Mann contenuto e forma sono piú che mai inscindibili. Il bisogno violento di movimento dei protagonisti di "Terra lontana" trova il suo corrispettivo nell'ampiezza delle panoramiche, nella fluidità delle carrellate, nella concezione attiva della cinepresa, che sembra anch'essa nervosamente vivere, «vivere di vita propria» (M. Pollone), in aperto contrasto con la grammatica classica che prevede la subordinazione dei movimenti di macchina a quelli dei personaggi. Allo stesso modo la claustrofobia, la difficoltà degli eroi manniani a stare fra quattro mura è straordinariamente resa attraverso riprese in interni «leggermente inclinate, che accentuano l'incombere delle cose sugli uomini» (P. Mereghetti).

Il largo uso di primi piani, contrariamente a quanto si potrebbe pensare per nulla comuni nel cinema di genere dell'epoca, accentua invece la dimensione psicologica della vicenda: il volto di James Stewart, rigato da un'angoscia «assai mal nascosta dalle lunghe braccia penzoloni e dalla testa un po' reclinata» (Lourcelles), i suoi moti di odio e di gentilezza, sono ripresi con piglio naturalistico. La simbiosi dei personaggi con la natura è infine ribadita da immagini altamente simboliche: al momento del primo scontro armato fra Jeff e Gannon presso il confine, vediamo per un attimo la figura intera di Stewart a cavallo posta in controluce su un ammasso di vegetazione del quale il nostro sembra quasi un prolungamento. Prima dello scontro finale, allo stesso modo, un piano americano dal basso di Jeff stagliato contro il cielo rischiarato dalla luna piena segna il momento della presa di coscienza, la comprensione - pure, come abbiamo detto, mai del tutto limpida - del proprio ruolo nel mondo.


Il dramma del visibile e dell'invisibile


«Il western [...] è un dramma del visibile e dell'invisibile, tanto quanto un'epopea d'azione: l'eroe agisce solo perché vede per primo, e trionfa solo perché impone all'azione l'intervallo o quel secondo di ritardo che gli permettono di vedere tutto.» (Gilles Deleuze)

Applicando l'osservazione di Deleuze a "Terra lontana", si potrebbe dire che se Jeff Webster effettivamente  «vede per primo», di certo fatica ad imparare da ciò che vede. Il fatto di prevedere la valanga durante il tragitto per Dawson non lo spinge ad aiutare coloro che, al puntale verificarsi di quanto predetto, da quella stessa valanga vengono travolti. Soltanto l'intervento dell'amico Ben lo convince a ritornare sui suoi passi. Alla stessa maniera, pur abile con la pistola, non riesce ad evitare di essere ripetutamente ferito; il duello finale, lungi dall'essere pulito e alla luce del sole, si svolge di notte e trova il suo epilogo nella posizione più inusuale per i protagonisti di un western classico: Gannon viene colpito a morte mentre striscia a terra, sotto gli assi che fungono da passerella di fronte all'entrata del saloon. L'intervallo che Webster impone all'azione, ancora parafrasando le parole di Deleuze, è sempre ritardato poiché l'indecisione, la lacerazione interna al suo animo - quell'essere, in tutti i sensi, un "uomo sul confine" - non gli consentono mai una lucidità piena, immacolata.

Il western di Mann è questo dramma della scelta, questo stare in bilico, questo riuscire ad essere eroi nonostante sé stessi, nonostante tutto, nonostante troppo.

«Tra ordine e disordine, tra voglia di pacificazione e aspirazione alla marginalità, tra individualismo e valori della comunità, si dipana di film in film l'itinerario schizofrenico di un personaggio che incarna in modo meraviglioso il senso di precarietà e di sacrificio veicolati dall'inevitabile movimento verso l'Ovest, la colonizzazione dei territori vergini, la fine della Frontiera.» (Alberto Morsiani)  


  Paolo A. d'Andrea
(recensione precedentemente pubblicata su Ondacinema)

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Puntate precedenti:

Le Furie (1950)

Prossimo appuntamento: L'uomo di Laramie (1955).

venerdì 25 marzo 2016

The Hateful Eight


2015 THE HATEFUL EIGHT
di Quentin Tarantino, con Samuel L. Jackson, Kurt Russell, Jennifer Jason Leigh, Walton Goggins, Demián Bichir, Tim Roth, Michael Madsen e Bruce Dern

Ogni nuovo film di Quentin Tarantino è sempre un evento. E da quando il cineasta americano ha deciso di dedicarsi al nostro genere preferito, coltivando l’ambizione di essere ricordato come un regista western e di vedere i suoi film «in uno scaffale insieme a quelli di Peckinpah, Leone, Corbucci e Boetticher», per noi appassionati l’evento diventa ancora più grande. Tanto più che nello sconsolante panorama cinematografico odierno, caratterizzato da prodotti puerili e para-adolescenziali studiati a tavolino e costruiti in serie dai manager delle grandi case di produzione per venire indirizzati a spettatori sempre più passivi e anestetizzati, il fatto di riuscire ancora a lavorare con budget da decine di milioni di dollari e allo stesso tempo a girare unicamente i progetti che “sente” e desidera, seguendo caparbiamente le sue ossessioni e la sua visione e mantenendo il controllo totale sul final cut e su tutte le fasi della lavorazione (distribuzione compresa), è più unico che raro e, oltre a rendercelo ancora più prezioso (e simpatico), ce lo fa avvicinare a grandi registi-demiurghi come Stanley Kubrick e Sergio Leone, ai quali nemmeno troppo velatamente Tarantino sembra ora volersi ispirare.

A indicare la grandeur di Tarantino basterebbe la scelta del tutto anacronistica, oltre che molto costosa, di girare questo suo ultimo film non solo su pellicola, in piena era digitale ormai completamente abbandonata, ma anche in 70 millimetri e addirittura in un formato panoramico non più usato da 50 anni (l’Ultra Panavision 70) e alla decisione di affiancare alla normale distribuzione una pre-release analogica replicante fedelmente le modalità di proiezione dei kolossal degli anni ’50 e ’60 che prevedevano un’ouverture musicale e un intervallo di 15 minuti (la versione del film distribuita, purtroppo in poche sale, in questo formato raggiunge la durata-monstre – anche per Tarantino – di ben 187 minuti). La cosa non ci sembra un semplice vezzo cinefilo ma anzi perfettamente esemplificativa del modo di Tarantino di intendere la settima arte, la maniera migliore per affermare perentoriamente a tutti che lui sta facendo (grande) cinema.


Il regista pulp e citazionistico delle prime opere ha infatti ormai lasciato posto a un Autore a tutto tondo, padrone di una cifra stilista inconfondibile e personale e il giochino di trovare i riferimenti più o meno nascosti nelle sue pellicole lascia sempre più il tempo che trova. L’impressione, insomma, è che Tarantino, pur tenendo sempre ben presente la lezione dei grandi maestri che lo hanno preceduto, abbia ormai pagato i suoi debiti di ispirazione e sciolto i legami col passato intraprendendo una nuova strada del tutto autonoma, unica e innovativa.

Il riferimento cinematografico più immediatamente contiguo per The Hateful Eight è infatti un altro film tarantiniano, Le iene, di cui ripropone la struttura narrativa e le caratteristiche di messa in scena, di impianto molto teatrale, con le medesime unità di tempo, luogo e azione e un gruppo di motherfuckers chiusi forzatamente in una stanza a scannarsi tra di loro. Tarantino stesso poi indicherebbe anche una derivazione dalle serie televisive western degli anni sessanta (da cui dipende certamente anche la scelta di chiamare il personaggio interpretato da Samuel L. Jackson con il nome del produttore di Bonanza e Rawhide Charles Marquis Warren) in cui in un episodio a stagione capitava che i personaggi principali venissero presi in ostaggio da un gruppo di fuorilegge con un passato oscuro da rivelare e il pubblico doveva scoprire chi fossero buoni e chi i cattivi. L’idea iniziale di Tarantino era appunto quella di fare un film unicamente su queste tipologie di caratteri, dando loro delle armi e rinchiudendoli in una stanza a discutere delle loro storie, senza però un personaggio positivo a fare da punto di riferimento morale.


Beffardo fin dal titolo – ché gli “odiosi” protagonisti del film non sono solo gli otto che compaiono nella locandina e, a ben guardare, questo non è nemmeno l’ottavo film di Tarantino (difficile infatti non considerare Kill Bill come un’unica pellicola ) – The Hateful Eight non è, come del resto era facile aspettarsi, un film western nell’accezione canonica che si da al termine, ma molto d’altro e molto di più.
Diviso simmetricamente in due parti uguali e contrapposte – la prima eminentemente di attesa poggiata solo sui dialoghi fluviali tra i personaggi e la seconda con l’incandescente deflagrazione dei conflitti tra gli stessi tra picchi di sadismo e fiumi di sangue - The Hateful Eight è un filmone enorme, ingombrante, esaltante e repellente. Da digerire, rivedere, rimuginare.

Un western misantropo da teatro delle crudeltà, ma anche un giallo che non rispetta nessuna regola del giallo, e un dramma da camera che si trasforma in un horror senza il sollievo del soprannaturale. Lentissimo, parlatissimo, nerissimo, grottesco: com’era facile aspettarsi dalle premesse è il film di Tarantino più anti-commerciale e ostico. Tarantino non cerca mai il coinvolgimento dello spettatore. L'ironia è biliosa, non c’è nessuna gag di alleggerimento, nessun dialogo mirabolante, nessun twist che lascia a bocca aperta. L'unica sequenza vagamente cool e killbilliana, col giochino temporale che ci si può aspettare dall'autore, è il capitolo "I quattro passeggeri", che però è un lento e sadico gioco ai danni dello stomaco degli spettatori - che ormai già hanno capito cosa è accaduto e quindi sta per accadere. Un gioco che nessuno vuole davvero veder portare avanti.

Il consueto apparato citazionista tarantiniano è ridotto ai minimi termini, con riferinenti presi alla lontana, smontati, masticati e assimilati nella storia in modo fluido e poco eclatante. Un processo opposto rispetto al caleidoscopico affastellarsi di schegge dell'immaginario (più o meno) collettivo di Django Unchained.
Significativo, ad esempio, come rimangano sotterranei i molteplici e fecondi riferimenti a "La cosa" di Carpenter, di cui addirittura per la colonna sonora sono stati ripresi alcuni brani inediti dello score morriconiano del '82, quando ad un primo, superficiale livello di lettura saltano agli occhi forse solo la presenza di Kurt Russel e l'ambientazione nevosa.

Il clima di sulfurea attesa dell'interminabile prologo sembra uscire da un film di Jim Jarmusch e soprende trovare in un western l'influenza massiccia di un autore molto poco western come Polanski. Meno soprendenti ma altrettanto gradite le influenze di un paio dei più corrosivi cantori della fine del mito del west cinematografico come Cimino e Altman. Nonostante la celebrata presenza di Morricone (usato in modo anti-leoniano, il motivo principale è una di quelle sue marcette stralunate alla Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto) e gli omaggi a Corbucci, c'è invece pochissimo degli spaghetti western.
The Hateful Eight è un film americanissimo, nella forma e nella sostanza. Dove non solo Tarantino continua il suo filone di film politici, ma rilancia, abbandonando temi genericamente umanitari dei due film precedenti e affondando il bisturi in uno dei fondamenti della società americana, fino ad arrivare ad un finale paradossale degno - appunto - dell'Altman più virulento.

A livello visivo è allo stesso tempo il suo film più classico e rigoroso, ma anche il più complesso e affascinante. Un tripudio di fiocchi di neve, lanterne, focolai, luccichii, riflessi, luci, penombre. La scelta di girare in 70 mm un film quasi interamente ambientato in un interno dilata gli spazi, ingigantisce e impegna la visione come da anni non siamo più abituati, almeno nel cinema americano.


Il cast è di quelli che con Tarantino andrebbe in stato di grazia anche col pilota automatico.
I poli estremi sono Tim Roth con le sue giravolte istrioniche e il torpore fatiscente di Madsen. Ma è Jennifer Jason Leigh quella che impressiona e inquieta. Eppure non era stata nemmeno la prima scelta per il personaggio di Daisy, per cui inizialmente era stata prevista un'attrice più giovane e "glamour". Visto il film impossibile immaginare chiunque altra. La sua ultima ultima scena, grottesca e allucinata, è uno delle sequenze horror più potenti degli ultimi anni, un'immagine iconica quasi come la Carrie di Sissy Spacek e la Regan di Linda Blair. Goggins, il mefistofelico coprotagonista della serie televisiva "Justified", al suo primo ruolo di rilievo non televisivo tiene testa alla grande ai cinematografici faccioni mitologici che gli stanno attorno. L'unico che ci è sembrato fuori luogo è stato Channing Tatum, l’opzione inizialmente prevista di James Remar era probabilmente più calzante.

Dopo questo dittico-capolavoro Tarantino pare intenzionato a continuare a dare il suo contributo al western con almeno un altro film, che dovrebbe chiudere un’ideale trilogia (anche perché secondo lui «devi fare tre western per poterti definire un regista western») e che dovrebbe continuare a parlare del tema razziale (la supremazia dei bianchi e il razzismo istituzionalizzato degli Stati Uniti com’è noto sono argomenti molto sentiti dal regista), che è l’unico apporto innovativo e originale che ha affermato di poter aggiungere al genere. Noi possiamo solo sperare che l’attesa non sia troppo lunga.

giovedì 25 febbraio 2016

Bone Tomahawk



2015 BONE TOMAHAWK
di Craig S. Zahler, con Kurt Russell, Richard Jenkins, Patrick Wilson, Matthew Fox, Lili Simmons

Nell’attesa della recensione di The Hateful Eight, film-evento irrinunciabile per ogni appassionato di cinema (non solo) western, un sostanzioso antipasto (e anche un’occasione per rilanciare il nostro blog) può essere costituito da Bone Tomahawk, pellicola uscita lo scorso autunno negli Stati Uniti (ma reperibile attraverso le solite piattaforme online anche in Italia: una distribuzione nelle sale cinematografiche non pare per il momento prevista), se non altro per la particolarità di essere interpretata dallo stesso protagonista del film di Quentin Tarantino, un magnifico Kurt Russell, che sfoggia peraltro il medesimo look ottocentesco con barba e baffoni.
Bone Tomahawk è stato infatti girato immediatamente prima di The Hateful Eight, quindi nel 2015 c’è stata l’occasione di vedere Russell (che aveva frequentato il genere solamente una ventina d’anni addietro con il Tombstone di Pan Cosmatos) in ben due western, che speriamo costituiscano un’occasione di rilancio per questo bravo attore ultimamente poco utilizzato dal cinema americano.

Bone Tomahawk è scritto e diretto da quel Craig S. Zahler di cui abbiamo dato notizia sul nostro blog a proposito dell’annunciato progetto Brigands of Rattleborge, uno script particolarmente violento finito in cima alla Black List (la lista delle migliori sceneggiature non prodotte pubblicata annualmente dagli Studios americani) che dopo essere stato acquistato dalla Warner Bros era stato affidato nientemeno che al coreano Park Chan-wook (progetto che pare però purtroppo essersi arenato).
Quella di Brigands of Rattleborge è solo una delle venti sceneggiature finora vendute al cinema dal poliedrico Zahler, che è anche apprezzato romanziere (i diritti del suo ultimo romanzo, Mean Business on North Ganson Street, sono stati opzionati da Leonardo DiCaprio, che dovrebbe trarne un film a breve) e anche musicista (genere di riferimento l’heavy metal). Siccome l’unico suo copione ad essere finora diventato film è però quello di The Incident, un horror diretto nel 2011 dal francese Alexandre Courtes, Zahler, frustrato dai tanti progetti non andati in porto, ha deciso di compiere il grande passo e passare in prima persona dietro la macchina da presa.


Tra le varie declinazioni del Weird Western, genere negli ultimi anni quanto mai (mal) frequentato, mancava forse ancora quella ‘cannibal’, un sottofilone tra i meno rispettabili dell’horror, di matrice prettamente italiana, tornato di recente in auge grazie al film di Eli Roth The Green Inferno. Le similitudini, però, si fermano qui: se Roth sceglie per la sua pellicola come suo solito un approccio quanto mai ludico e superficiale Zahler sembra invece ben intenzionato a fare le cose sul serio e a maneggiare la materia con reverenza, scrupolo e competenza.

Il risultato è un oggetto quanto mai curioso e indecifrabile, che potremmo definire come una sorta di impossibile mix tra Sentieri selvaggi e La montagna del Dio cannibale.
Dopo un breve e fulminante prologo in cui vediamo Sid Haig tagliare (letteralmente) la gola a un gruppo di pionieri per poi venire a sua volta fatto a pezzi il film assume i ritmi piani e distesi di un autentico e classico western, nei quali l’autore si prende tutto il tempo, utilizzando come tema portante il tradizionale archetipo del viaggio, per mettere in scena e sbozzare i personaggi e per descrivere le dinamiche che intercorrono tra di loro, nelle quali si può apprezzare la sua capacità di delineare efficacemente caratteri e psicologie e l'ottimo senso per i dialoghi, arricchiti da un uso non banale di vocaboli desueti e vernacolari.
Paradossalmente questo rallentamento e rarefazione della pellicola, in cui di fatto poco o niente succede, contribuisce ad accrescerne esponenzialmente il livello di tensione.
Nell’ultima mezz’ora, con l’incontro con il clan di indiani cannibali, il film opera però uno scarto deciso e prende completamente le distanze dagli stilemi del western per abbracciare quelli di un horror graficamente molto violento, e si chiude con un finale teso e cattivo, di quelli che restano impressi.


Come detto l’autentico valore aggiunto del film è costituito da Kurt Russell, protagonista di un’interpretazione degna dei grandi del passato: la laconicità, l’essenzialità dei gesti,il portamento elegante e virile rimandano ai grandi divi del western classico, come il fatto di riuscire a riempire lo schermo con la sola presenza scenica o anche la semplice voce.
Anche il resto del cast funziona benissimo, a partire da Richard Jenkis che fornisce un’ironica e inedita interpretazione del classico “vecchietto” alla Walter Brennan, fino a due giovani promesse di formazione televisiva come Patrick Wilson e Matthew Fox. Soprattutto quest’ultimo è assai convincente nel ruolo di un compassato gentiluomo d’armi.
Merita sicuramente una menzione, infine, anche la deliziosa Lili Simmons.


Il film, va detto, non è esente da difetti e in alcuni punti palesa la poca esperienza di Zahler dietro la macchina da presa, che si limita a una regia corretta ma abbastanza anodina, forse non all’altezza della sceneggiatura e carente soprattutto di immaginazione visiva (la poca mobilità delle inquadrature e l’ampio uso di campi medi d’altro canto evoca echi carpenteriani, come pure la raffigurazione metafisica del male e l’utilizzo dello spazio in funzione della creazione della suspense); in alcuni momenti anche i dialoghi, in particolar modo quelli di Richard Jenkins, pur efficaci nella loro straniante ironia (che segue consapevolmente la lezione di Tarantino) a volte spezzano eccessivamente la tensione finendo per risultare un po’ ridondanti, e forse l’intera pellicola avrebbe giovato di una minor durata.

Bisogna però dare atto al regista di avere girato con il budget minuscolo di un piccolo film indipendente (gli esterni sono stati girati interamente in California, non potendosi permettere il New Mexico) un western con un mood molto affascinante e non privo di preziosismi ed eleganza e lo aspettiamo fiduciosi alla sua seconda prova.