1971 PER UNA BARA PIENA DI DOLLARI di Demofilo Fidani. Con Jeff Cameron, Hunt Powers, Gordon Mitchell, Klaus Kinski, Simone Blondell.

Demofilo Fidani: un nome che evoca sciagure. Nascosto dietro svariati, improbabilissimi pseudonimi - Miles Deem, Dick Spitfire, Demos Philos, Nedo De Fida, Lucky Dickinson, Slim Alone per citarne solo alcuni -, è l'uomo che è riuscito a far pronunciare l'aggettivo "brutto" anche ai più scafati cultori del trash nostrano. Non che gli manchino sparuti, indefessi fans, appartenenti alla sfortunata categoria degli autolesionisti. Passato di moda il cilicio, infatti, pare si annullino con reiterate proiezioni di "Ed ora... raccomanda l'anima a Dio!", "Quel maledetto giorno d'inverno... Django e Sartana all'ultimo sangue", "Il suo nome era Pot... ma... lo chiamavano Allegria", "Era Sam Wallash... lo chiamavano 'E così sia'!". Contenti loro...
"Per una bara piena di dollari" credo sia uno dei suoi western più decenti, almeno stando a quanto si dice degli altri. Perlomeno ha una buona fotografia di Aristide Massaccesi, per chi si accontenta. Rimane comunque qualcosa di assolutamente delirante: la sceneggiatura è un'accozzaglia di luoghi comuni e spunti malamente rubati ai classici del genere, gli attori sono improponibili, la regia è di un dilettantismo che ha dell'incredibile, le musiche - del micidiale Lallo Gori - ricordano quelle che accompagnavano il roteare delle giostre a cavalli nei luna-park degli anni '60. Il bello è che il tutto è pure confezionato con un certo assurdo ma definito stile: sparatorie infinite girate con totale sprezzo di geometrie e verosimiglianza, con avversari che spuntano dal nulla e muoiono producendosi in versi belluini e strabilianti contorsioni, magari accompagnate da esageratissimi ralenti; un uso assolutamente folle del sonoro, con pistole che producono deflagrazioni degne di una bombarda del XV secolo e cavalli che, non si sa come, diffondono un assordante scalpiccio di zoccoli anche quando si muovono sulla morbida sabbia del deserto - deserto per modo di dire, visto che siamo in Ciociaria. L'utilizzo insistito della macchina a mano, invece, più che una scelta stilistica sembra una necessità, vista la povertà estrema della produzione. L'operatore, peraltro, in alcune scene pare muoversi in modo del tutto inconsulto, al punto da ostacolare i movimenti degli attori, costretti a fare i salti mortali per non sbattere contro l'obiettivo della cinepresa.
Il cast, come detto, fa semplicemente ridere. Di tutti i totem inespressivi visti negli spaghetti, Jeff Cameron - l'italianissimo Nino Scarciofolo (sic) - è probabilmente il più inespressivo e il meno totemico. Si aggira per la pellicola con il fare di un turista spaesato: quando si lancia ad affrontare i nemici ha la stessa aria tesa di un ottantenne che si reca alle poste ad incassare la pensione. Il non plus ultra però è rappresentato da un inenarrabile Gordon Mitchell, capace di dare nuova linfa al concetto di "cagneria": alterna movimenti e pose scultoree da teatro elisabettiano a repentini cambi d'umore ed espressione da clown del Circo Togni, producendo effetti comici difficilmente eguagliabili. Kinski al solito si salva, ma d'altronde a lui basta la faccia. E basta, eccome, anche alla bellissima Simonetta Vitelli, figlia del regista, nonostante un trucco orrendo che la fa sembrare una emo dei nostri giorni. Impossibile non citare, infine, l'apparizione cult di Renzo Arbore nei panni di uno sceriffo, con tanto di enorme stellone di cartapesta attaccato al giaccone.
Del tutto inutile riportare incongruenze e buchi logici della trama: il film intero sembra un unico grande errore. Se preso con lo spirito giusto può in fin dei conti anche divertire, ma trovarci altri valori è sinceramente impossibile. Fa giusto tenerezza se si pensa allo spirito incrollabile di Fidani e Massaccesi, che giravano nonostante tutto, inventandosi soluzioni artigianali alla mancanza dei più basilari mezzi di produzione, costretti come non bastasse a sopportare le scenate di un Kinski all'apice della strafottenza. Tanto, esauriti tutti gli espedienti possibili, si faceva sempre in tempo ad inserire un'interminabile cavalcata nelle praterie laziali. Altri tempi, anche per il trash.
"Per una bara piena di dollari" credo sia uno dei suoi western più decenti, almeno stando a quanto si dice degli altri. Perlomeno ha una buona fotografia di Aristide Massaccesi, per chi si accontenta. Rimane comunque qualcosa di assolutamente delirante: la sceneggiatura è un'accozzaglia di luoghi comuni e spunti malamente rubati ai classici del genere, gli attori sono improponibili, la regia è di un dilettantismo che ha dell'incredibile, le musiche - del micidiale Lallo Gori - ricordano quelle che accompagnavano il roteare delle giostre a cavalli nei luna-park degli anni '60. Il bello è che il tutto è pure confezionato con un certo assurdo ma definito stile: sparatorie infinite girate con totale sprezzo di geometrie e verosimiglianza, con avversari che spuntano dal nulla e muoiono producendosi in versi belluini e strabilianti contorsioni, magari accompagnate da esageratissimi ralenti; un uso assolutamente folle del sonoro, con pistole che producono deflagrazioni degne di una bombarda del XV secolo e cavalli che, non si sa come, diffondono un assordante scalpiccio di zoccoli anche quando si muovono sulla morbida sabbia del deserto - deserto per modo di dire, visto che siamo in Ciociaria. L'utilizzo insistito della macchina a mano, invece, più che una scelta stilistica sembra una necessità, vista la povertà estrema della produzione. L'operatore, peraltro, in alcune scene pare muoversi in modo del tutto inconsulto, al punto da ostacolare i movimenti degli attori, costretti a fare i salti mortali per non sbattere contro l'obiettivo della cinepresa.
Il cast, come detto, fa semplicemente ridere. Di tutti i totem inespressivi visti negli spaghetti, Jeff Cameron - l'italianissimo Nino Scarciofolo (sic) - è probabilmente il più inespressivo e il meno totemico. Si aggira per la pellicola con il fare di un turista spaesato: quando si lancia ad affrontare i nemici ha la stessa aria tesa di un ottantenne che si reca alle poste ad incassare la pensione. Il non plus ultra però è rappresentato da un inenarrabile Gordon Mitchell, capace di dare nuova linfa al concetto di "cagneria": alterna movimenti e pose scultoree da teatro elisabettiano a repentini cambi d'umore ed espressione da clown del Circo Togni, producendo effetti comici difficilmente eguagliabili. Kinski al solito si salva, ma d'altronde a lui basta la faccia. E basta, eccome, anche alla bellissima Simonetta Vitelli, figlia del regista, nonostante un trucco orrendo che la fa sembrare una emo dei nostri giorni. Impossibile non citare, infine, l'apparizione cult di Renzo Arbore nei panni di uno sceriffo, con tanto di enorme stellone di cartapesta attaccato al giaccone.
Del tutto inutile riportare incongruenze e buchi logici della trama: il film intero sembra un unico grande errore. Se preso con lo spirito giusto può in fin dei conti anche divertire, ma trovarci altri valori è sinceramente impossibile. Fa giusto tenerezza se si pensa allo spirito incrollabile di Fidani e Massaccesi, che giravano nonostante tutto, inventandosi soluzioni artigianali alla mancanza dei più basilari mezzi di produzione, costretti come non bastasse a sopportare le scenate di un Kinski all'apice della strafottenza. Tanto, esauriti tutti gli espedienti possibili, si faceva sempre in tempo ad inserire un'interminabile cavalcata nelle praterie laziali. Altri tempi, anche per il trash.
Paolo D'Andrea