domenica 11 marzo 2012

i registi 10 - Mario Bava

MARIO BAVA
Il minuscolo west di un gigante



Quella di Mario Bava è stata una figura praticamente unica nella storia del cinema. Qualcosa di più di un artigiano che più o meno consapevolmente trovava l'arte facendo al meglio il suo mestiere, qualcosa di diverso di un autore che lavorando all'interno del cinema di genere ne sovvertiva deliberatamente le regole. Era entrambe le cose, e in genere è in queste due vesti che gli appassionati lo celebrano, ma era anche qualcosa di più complesso e sfuggente. In Bava si mescolavano, senza possibilità di distinzione, menefreghismo professionale e talento visionario, sciatteria mercenaria e imprevedibile ispirazione artistica. Con le qualità che spesso si esprimevano in una furia autodistruttiva verso i suoi stessi film e verso le aspettative del pubblico - che ripagava la scarsa considerazione disertando in massa le sale in cui venivano proiettati i suoi film. Ma il tutto senza le volontà dichiarata dell'artista che gioca a smontare il cinema di genere, visto che le prime vittime dei suoi umori caustici erano i suoi stessi film ed egli stesso. I budget ridicoli se non proprio inesistenti, le stringenti necessità produttive, il basso target a cui si indirizzavano i suoi film (sale di provincia, cinema parrocchiali... un mondo scomparso) erano allo stesso tempo dei limiti insormontabili e delle paradossali occasioni di libertà assoluta. Tanto è vero che una delle cose che rendono affascinante e sconcertante la filmografia di Bava è constatare che, nonostante la chiara riconoscibilità dello stile, nessuno dei suoi film assomiglia ad un altro, né tra i capolavori né tra le pellicole più brutte ed alimentari. Caratteristica che in genere si può attribuire solo agli autori più lucidi.

Come è noto il cinema di Bava ha dato il meglio di sé nelle atmosfere fantastiche degli horror, dei thriller irrazionali e della fantascienza. Il western, oltre probabilmente ad interessargli molto poco, era un genere troppo rigido e lineare per permettergli di sbizzarrirsi nei suoi scarti surreali. Infatti nonostante fosse in piena attività nel periodo di massimo fulgore del genere in Italia, sfiorò soltanto il western, dirigendo due pellicole ai margini opposti di quella stagione: il primo un proto-spaghetti western precedente a “Per un pugno di dollari”, il secondo un anticipo della triste decadenza comica del genere. Il suo miglior tributo al genere è non a caso il molto più obliquo e bizzarro I coltelli del vendicatore, una specie di cupo e violento remake in chiave vichinga de “Il cavaliere della valle solitaria”, con i coltelli al posto delle colt.

Per chi vuole saperne di più su Mario Bava resta fondamentale la preziosa monografia a lui dedicata da Castoro Cinema nel 1995, scritta da Alberto Pezzotta (in cui per altro l'autore, in quell'epoca preistorica per internet e diffusione dei dvd, poteva scrivere solo per sentito dire di due dei tre film che stiamo per andare a trattare). Per un'infarinatura più generale sulla sua filmografia rimandiamo a questa scheda monografica del sito Ondacinema.


1964 LA STRADA PER FORT ALAMO di Mario Bava
con Ken Clark, Jany Clair, Michel Lemoine, Alberto Cevenini, Antonio Gradoli

Film considerato perduto fino a pochi anni fa, con la fama di essere uno delle opere più squallide e alimentari di Bava. Giudizio probabilmente causato anche dall'improponibile versione televisiva con cui il film circolava (raramente) su qualche canale locale negli anni 80. Se invece si visiona il film in una versione nel giusto formato e con i colori intatti, l'opinione può cambiare.

Infatti è un amabile piccolo western dell'epoca pre-leoniana, dal ritmo secco e veloce, tutto a base di giacche blu, banditi e indiani. Niente a che vedere con i futuri "spaghetti", anzi Bava va esattamente nella direzione opposta rispetto al realismo polveroso dei nostri western. Riempendo le inquadrature di cactus palesemente finti, montagne dipinte, rocce di cartapesta, il regista sembra infatti fare di tutto per accentuare un'aria da film girato in studio, come erano girati i classici hollywoodiani dei decenni precedenti. Il che è il più classico dei paradossi baviani se si considera che il film è stato girato probabilmente tutto in esterni. Inoltre non solo non nasconde, ma in certi momenti sembra voler sottolineare l'aria povera da cinema di provincia, tra costumi di simpatica ingenuità e attori di quarta scelta, per altro tutti ben diretti e in parte. Bava dirige quindi con mestiere ed eleganza un falsissimo western americano classico, finto quanto un vaso antico con stampato “made in China”, ma che autodenuncia la propria falsità quasi in ogni inquadratura.

In linea con i futuri spaghetti western c'è giusto l'ambigua figura del protagonista, un reduce della guerra che si traveste da soldato per rapinare una banca, ma tradito dalla banda con cui si era alleato, viene soccorso da dei soldati veri. Gli tocca così recitare la parte e comportarsi eroicamente durante un attacco indiano.


Un film evidentemente girato da un Bava poco o per nulla coinvolto, anche se probabilmente molto divertito. Di personale il regista ci mette i suoi tipici tocchi di classe a livello visivo: il blu delle divise di uno squadrone di soldati uccisi che si intona con dei fiori viola e rossi, falò giallissimi contro cieli saturi di un blu elettrico, caverne rossastre in paesaggi grigiastri, improbabili e coloratissime coreografie indiane, rami contorti che incorniciano le inquadrature, orizzonti spagnoli arricchiti da maestose catene montuose dipinte su un vetro davanti all'obbiettivo. Per non dire dell'assurda coerenza con cui dirige sequenze in cui può essere notte su una riva di un fiume e allo stesso tempo giorno sull'altra. Purtroppo non manca nemmeno qualche fastidiosa scenetta comica. Tipo un bandito che piange come un bambino perché gli stanno tagliando i capelli per farne dei baffi da usare per un travestimento o il manico di una pistola che si scalda “per caso” sulla fiamma di una candela. Trovate puerili che stonano con il tono tutto sommato drammatico della narrazione.

Se Bava si fosse preso solo un po' più sul serio poteva forse uscirne un piccolo gioiello naïf, così com'è resta un piacevole filmetto esteticamente gradevole da guardare.

(Un facile indizio per riconoscere e stare alla larga dalla versione televisiva del film, amputata e praticamente inguardabile che ancora si trova in giro: inizia con la battaglia finale(!) mostrata durante i titoli di testa, mente è tagliato tutto il vero inizio, con il protagonista che trova un portaordini ucciso dagli indiani: scena del resto alla base di tutta la storia.)


1964 RINGO DEL NEBRASKA di Antonio Roman (e di Mario e Lamberto Bava)
con Ken Clark, Yvonne Bastien, Piero Lulli, Renato Rossini, Alfonso Rojas, Livio Lorenzon

Nato come “Nebraska il pistolero” e girato a ridosso de “La strada per Fort Alamo”, con lo stesso protagonista, il marmoreo e biondo Ken Clark, attore non privo di un certo carisma hollywoodiano vecchio stile. Quindi un altro western italo-spagnolo girato prima dell’uscita di “Per un pugno di dollari” (e si vede), anche se verrà distribuito solo nel 1966 con il truffaldino riferimento a Ringo nel titolo. Furbata che per altro ai tempi funzionava alla grande se si pensa che questo film incasserà più di ogni altro film di Bava come regista.

Anche se è sempre difficile capire chi ha fatto cosa in questo genere di piccolissime produzioni, Bava e il figlio Lamberto dovrebbero essere intervenuti nel film affiancando come seconda unità lo spagnolo Antonio Roman, regista qui al penultimo film di una lunghissima carriera e quindi considerato troppo “anziano” per il genere nascente, anche se in fondo aveva solo tre anni più di Bava Senior. A naso, interamente dei Bava potrebbero essere le poche sequenze girate lontane dal piccolo ranch in cui è ambientato praticamente tutto il film, che hanno un tono diverso, più moderno e veloce, con inquadrature strane come un orecchio fatto saltare in primissimo piano da una pallottola.


Come “La strada per Fort Alamo”, anche questo è uno spaghetti degli inizi che gode in genere di pessima fama. Ma anche questo è invece un piccolo, godibile filmetto con la sua simpatica aria da western hollywoodiano taroccato. Quasi tutto ambientato in un ranch e nei suoi dintorni, propone infatti una trama tutta intrighi, false accuse, agguati, passioni e inseguimenti da horse opera con protagonista il cavaliere solitario Nebraska “detto Ringo” (sic!). Rispetto ai colori da fumetto del film di Bava, questo imita i classici anche a livello visivo, con una notevole fotografia dai colori naturali. Di “spaghetti” c’è praticamente solo la trovata del protagonista che si sostituisce ad una salma sul letto di morte per fregare i cattivi alla fine. Molto curioso anche il personaggio femminile, decisamente lontano dalla morale dei film americani: sposata, ma tutt’altro che un angelo del focolare, gira tutto il film scollatissima, la vediamo praticamente andare in calore per il protagonista fin dalla prima volta che lo vede, arrivando a smaniare per lui anche davanti al marito sul letto di morte.


1969 ROY COLT E WINCHESTER JACK di Mario Bava
con Brett Halsey, Charles Southwood, Marilù Tolo, Isa Miranda, Rick Boyd, Teodoro Corrà

Roy Colt e Winchester Jack sono la versione scema e litigiosa di Butch Cassidy e Sundance Kid. Si menano tra loro già nei titoli di testa, si rimeneranno, meneranno e saranno menati da altri per tutto il film, che vede una galleria di macchiette alla caccia di un tesoro nascosto.

Sembra impossibile che tra i due freschi e ingenui filmetti precedenti e questo decadente filmaccio siano passati solo cinque anni. Sembrano pellicole appartenenti a due epoche lontanissime, sia a livello iconografico che a livello di approccio al genere. Se nei due film del '64, pur nella loro frivolezza, si avvertiva un sincero affetto per i “film di cowboy”, in questo il genere sembra già una materia in avanzato stato di putrefazione, che Bava tratta con totale distacco e forse anche un po' di disprezzo. Dall'ironia bonaria si passa al dileggio dei luoghi comuni, da un'atmosfera di sgangherata simpatia si passa ad un'aria di svogliato squallore.

Se in “La strada per Fort Alamo” Bava aveva giocato con l'iconografia dei classici americani, qui porta il western nel suo territorio, mettendo in scena un west irreale e nebbioso, dalle atmosfere quasi barbariche. Anche perché al solito deve fare di necessità virtù: tutte le scene avvolte nella nebbia creata con i fumogeni servono soprattutto per nascondere l'aria inconfondibilmente mediterranea dei paesaggi e dei boschi in cui si aggirano i personaggi. Quello scenografico è l'unico elemento positivo del film, ma anche in questo si nota la malavoglia e la scarsa cura del regista, che sembra ricorrere sporadicamente ai suoi tipici giochi cromatici più per abitudine che per dare un senso a quello che sta girando.

Il film ha il molto dubbio merito di anticipare la svolta comicarola del genere, che esploderà da lì a poco con il fenomeno di Trinità. Abbiamo quindi una gran abbondanza di cazzotti, personaggi che si comportano in modo infantile, un più insistito ricorso alle parolacce e alcune tra le prime gag scatologiche viste nel genere. (Tutto sommato resterà invece poco sfruttato nel filone l'elemento sexy, qui blandamente accennato con la presenza di un'indiana un po' strega e un po' puttana e una sequenza in un bordello.) Ovviamente non si ride praticamente mai, tanto tutto è talmente puerile, banale e insensato. La trama gira a vuoto, ruotando attorno alla solita mappa del tesoro che passa di mano in mano, elemento narrativo immancabile nei western di più infima produzione. Un film francamente difficile da vedere per intero. Anche se poi in molti “fagioli western” dei 70 si riuscirà incredibilmente a fare di peggio.

Tommaso Sega

venerdì 9 marzo 2012

nuovi western - 2004

Western del 2004

Dopo il buon bottino del 2003 il genere torna quasi in letargo. Tre titoli soltanto da segnalare e nessuno di loro è un western vero e proprio.


ALAMO - GLI ULTIMI EROI (THE ALAMO) di John Lee Hancock
Con Patrick Wilson, Jason Patric, Billy Bob Thornton, Emilio Echevarria, Dennis Quaid

C'era bisogno nel 2004 di veder narrata ancora una volta la storia dell'assedio di Alamo? A giudicare dal totale disinteresse con cui questo film è stato accolto, anche constatando il notevole dispiegamento di mezzi e l'impegno con cui è stato realizzato, si direbbe che quel bisogno lo sentissero davvero in pochi. O forse non è così che la solita storia andava ancora una volta raccontata. Questo film esemplifica bene un fraintendimento in cui cade spesso molto cinema odierno, quando decide di riaffrontare una vicenda che è già stata messa in scena più volte, il che accade spessissimo in quest'epoca di remake, sequel, prequel e ogni genere di aria fritta. L'equivoco sta nel credere che la forza intrinseca dell'episodio già noto basti a se stessa e che per rinfrescarne l'interesse basti ricamarci attorno qualcosa.

Nel caso di Alamo il fascino della vicenda sta tutto nell'epica dello scontro impari, che vide pochi assediati americani scontrarsi con le forze soverchianti degli assedianti messicani. Quel che conta quindi sono l'assedio e la battaglia disperata, non quello che ci stava attorno. Invece “Alamo - Gli ultimi eroi” si perde in tutta un'infinità di notazioni marginali che si rivelano assolutamente fine a se stesse e che spezzano continuamente il ritmo degli eventi. Ad esempio può essere interessante sapere che la tragedia scaturì anche dall'arrogante e miope politica dei texani, e che gli eroi di Alamo erano una specie di armata Brancaleone litigiosa e poco consapevole a cosa andava incontro, ma a livello cinematografico queste annotazioni non riescono mai a trasformarsi in racconto. Anche le notazioni più acute, come il rilevare che i “buoni” americani erano schiavisti al contrario dei “cattivi” messicani, rimangono dettagli che restano sempre ai margini del narrazione.

I noti personaggi della vicenda subiscono un identico trattamento. Interessa sapere che Sam Huston era un cinico ubriacone? Che il colonnello William Travis, a capo degli assediati, aveva piantato la moglie? Che Jim Bowie aveva il tifo e rimpiangeva la moglie messicana defunta? Che Davy Crockett era un bonaccione malinconico e che la sua leggenda era dovuta alle fanfaronate di un attore che lo impersonava sui palchi dei teatri dell'est? Questa tendenza a rifugiarsi nell'aneddoto storico fine a se stesso si riflette anche nell'iconografia, che non ha nulla dell'agilità western o del film d'avventura (a cui si erano più furbamente attenuti il kolossal di John Wayne “La battaglia di Alamo” del 1960 e ancora prima il dimenticato b-movie “Alamo” di Frank Lloyd del 1954), ma ha piuttosto la pesantezza museale del film storico, con personaggi costretti in costumi rigidi e inamidati, probabilmente storicamente attendibili, ma senza fascino.

D'altra parte il film più che un western è un film storico di ambientazione ottocentesca. E in questo senso funziona pure. Il senso di realismo o di verosimiglianza con cui è messo in scena l'assedio in alcuni punti è potente e suggestivo. Il senso di smarrimento, angoscia e attesa degli assediati è ben reso. La fatidica battaglia è messa in scena con il giusto equilibrio di spettacolarità e realismo, quasi una ventina di minuti di massacro, con una tensione e un senso di confusione che ricorda più il caos dei migliori Vietnam-movie che non i western incentrati sugli assedi. Il film non rinuncia ai santini eroici americani e qualche facile macchietta, ma è abbastanza onesto nel riconoscere torti e ragioni, eccessi e crudeltà di entrambe le parti. Anche in un'ottica da film storico, ridondante e francamente noiosissimo invece l'ultimo quarto d'ora, che ci mostra la cruenta reazione degli americani guidati da Sam Huston (Dennis Quaid).

Un discreto film in definitiva, illuminato da un buon cast, a cominciare dal Davy Crockett di un intenso Billy Bob Thornton e dal Jim Bowie del carismatico, ma sempre poco e male utilizzato, Jason Patric. Resta il triste pensiero che tutti i soldi che si spendono per questi film sontuosamente illustrativi e sostanzialmente inutili potrebbero essere meglio utilizzati per raccontare storie nuove. O almeno storie meno consunte dall'uso.

Dicono di lui...

"Questa è la storia di una guerra civile. Non quella che ci è più nota, ma una che si è verificata un quarto di secolo prima. In questa guerra civile c'è sempre la secessione tra Nord e Sud, ma poiché i secessionisti hanno vinto non la si chiama guerra civile, ma rivoluzione: la rivoluzione del Texas. [...] Nel prendere un tema tanto mitizzato, il film rischia grosso. I drammi sugli eventi storici sono spesso rigidi e distaccati, nel migliore e nel peggiore dei casi sono leziosi. Questo film riesce a convincere a dispetto di questi pericoli. Lo fa romanticizzando gli eventi associati ad Alamo, ma sforzandosi di avere precisione storica e riuscendo a umanizzare le figure storiche sulle quali si concentra. [...] Thornton/Crockett è un piacere particolare. Controllando il lato serio del suo personaggio, Thornton finisce per rubare la scena a tutti. Si accattiva regolarmente il pubblico ed è protagonista delle migliori sequenze del film, fino alla fine. Come funziona il film a livello di ricostruzione storica? Bene. La maggior parte di questi film sono popolati da attori dolorosamente rigidi che lottano per ritrarre i personaggi storici che gli sono stati assegnati, ma questo riesce a trasmettere l'umanità dei suoi protagonisti. Uno dei motivi è anche l'ambiguità che circonda quello che è realmente accaduto ad Alamo. Nel folklore texano, Travis, Bowie e Crockett sono stati descritti come santi che lottano e sfidano il nemici fino al loro ultimo respiro. Più recentemente gli storici hanno iniziato a considerare le prove che ritraggono i tre in una luce molto più umana. Secondo i nuovi ritratti, uno di loro (Bowie) potrebbe essere stato troppo male durante la battaglia per uscire dal suo letto e un altro (Crockett) potrebbe essere sopravvissuto alla battaglia, anche se brevemente. Anche se queste idee sono controverse, il film finisce per rappresentarle in modo da umanizzare i personaggi principali, senza privarli del loro eroismo. Il film racconta anche la complessità della situazione storica, esplorando le prospettive di individui e gruppi diversi. Sia Travis che Bowie erano schiavisti, e il film esplora le diverse reazioni dei loro schiavi alla situazione in cui sono finiti. [...] Nonostante i suoi difetti, il film funziona molto meglio di quanto in genere funzionino la maggior parte delle ricostruzioni d'epoca, in particolare nel modo per come umanizza i personaggi storici al centro della storia.”
(Jimmy Akin, "Decent films Guide" 2004)

“La vita di un soldato è notoriamente caratterizzata da ore di noie punteggiate da momenti di vero terrore. Beh, "The Alamo" riesce a rendere solo metà di questa cosa. "The Alamo" non è un film patriottico e gonfio di retorica epica. Si tratta di un'ottusa, sporca, triste e terribilmente lunga pellicola che purtroppo riduce uomini di importanza storica in straccioni in lotta per un po' di fango. Eh già. 100 milioni di dollari che avrebbero potuto salvare il sistema scolastico del Texas. [...] Il regista John Lee Hancock (nome fantastico), si è diplomato nel suddetto sistema scolastico texano, per cui caratterizza il suo villain - il generale Antonio Lopez de Santa Ana (Emilio Echevarría) - con tutta la sottigliezza di un supercriminale alla James Bond. Lungi dall'essere una gran mente militare, Santa Ana fa falciare i prigionieri stile genocida , svergina le vergini e sorseggia il caffè in tazzine di fine porcellana. E' un mostro ad una dimensione, che dice ai suoi luogotenenti di sacrificare i propri soldati come fossero "tanti polli". Nel frattempo gli eroi di Hancock, neanche così male, a malapena ispirano simpatia. Per lo più i protagonisti sono ubriachi e scontrosi, le comparse sono miliziani anonimi, scontrosi e ubriachi. Bowie, che soffre di qualcosa che assomiglia alla tubercolosi, peggiora in salute con il progredire dell'assedio, e Jason Patric che che lo interpreta passa tutto il secondo tempo a rifare la sua scena di disintossicazione di "Effetto allucinante", ma senza Jennifer Jason Leigh a pulire la sua sudata, legnosa testona. Che sarebbe stato l'unico motivo valido per stare a vederlo morire a letto per un'ora."
(Eric Meyerson, "On dvd" 9/4/2004)


BLUEBERRY (BLUEBERRY: L'EXPÉRIENCE SECRÈTE) di Jan Kounen
con Vincent Cassel, Juliette Lewis, Michael Madsen, Temuera Morrison, Ernest Borgnine, Geoffrey Lewis, Djimon Hounsou, Nichole Hiltz, Tchéky Karyo

Irragionevole trasposizione del celebre personaggio di Charlier & Giraud. Anche se va detto che in realtà del fumetto non è rimasto praticamente nulla, tanto è vero che nel film il protagonista viene chiamato solo per nome, Mike, e mai viene citato il soprannome che fa da titolo alla serie. Il personaggio di Cassel non ha assolutamente nulla del simpatico antieroe Blueberry, ma è una specie di Jim Morrison nel far west, barcollante e delirante per buona parte del film. E infatti, più che la classica iconografia western, visto il suo corollario di spiritualità indiana, paesaggi desertici e visioni allucinogene il film ricorda in più di un momento “The Doors” di Oliver Stone. È invece ripresa dal cine-fumetto di questi ultimi anni l'irritante tendenza a voler raccontare la nascita psicologica dell'eroe, con il solito nodo iniziale che si scioglierà solo nel finale. Il film vorrebbe essere una lunga e allucinata cavalcata psichedelica e registica (i titoli di coda iniziano con la scritta “A Jan Kounen Session”), che anche nelle scene più normali vorrebbe ubriacare lo spettatore a furia di distorsioni delle immagini, dei suoni, del montaggio.

Con questi presupposti poteva uscirne un film sbagliato ma affascinante, un'opera inclassificabile, folle e maledetta. Invece alla fine è solo un film balordo e incredibilmente noioso, girato con rara inettitudine e ancor più rara supponenza. Kounen è il tipico regista che non avendo idea di dove mettere la cinepresa la mette ovunque, continuando a muoverla come un forsennato, ma non riuscendo praticamente mai ad azzeccare il tono e lo stile giusto. Persino le poche scene d'azione sono pasticciate e senza stile. Sintomatica della totale mancanza di un'idea di cinema del regista è la sovrabbondanza di riprese con un elicottero, che immortalano magnifici paesaggi da spot pubblicitario.

Non funziona praticamente nulla. Le parti visionarie sono mal dosate, di cattivo gusto e, a causa della fotografia plumbea, spesso confuse. Ma soprattutto nemmeno per un momento si riesce a dimenticare che tutte le visioni sono immagini create al computer, problema non da poco considerato che vorrebbero essere la rappresentazione di una spiritualità atavica e vorrebbero veicolare una morale umanitaria di pace e perdono. La sensazione è spesso di vedere dei tentativi malriusciti di qualcuno che sta imparando ad usare un programma di morphing. In sovrapprezzo, falsissimo anche tutto il contesto spirituale, con la descrizione degli Apache come dei proto-hippie dediti a culti ancestrali e tutta una serie di simboli e ammennicoli che puzzano più di bancarella new-age che non di tradizione indiana. Peggio ancora la parte più western, priva di atmosfera e di interesse prossimo allo zero, come praticamente sempre nel genere quando ci sono di mezzo mappe del tesoro. Il percorso iniziatico del protagonista si basa su un pretesto troppo esile per reggere un intero film e si risolve con una rivelazione troppo meccanica e prevedibile. I personaggi sono sagome prive di personalità (protagonista compreso), che entrano ed escono di scena senza ragione, interpretati da attori smarriti o costantemente sopra le righe.

Trentacinque anni prima “Matalo” di Cesare Canevari era costato cento volte meno, risultando dieci volte più riuscito, mille volte più divertente e infinitamente più genuinamente folle e psichedelico.

Dicono di lui...

“Follia totale del regista franco-olandese di successo Jan Kounen, che avendo a disposizione un budget ENORME per portare sullo schermo le avventure dell’eroe western più famoso dei fumetti francesi (in pratica l’equivalente del nostro Tex) non trova di meglio che realizzare un allucinante pippone mistico e sciamanico, che con il Blueberry di Charlier & Giraud non ha assolutamente nulla a che fare. Secondo il Giusti dovrebbe essere addirittura basato sul dittico La miniera del tedesco-Il fantasma dai proiettili d’oro, una delle più belle storie della saga e in assoluto una delle mie a fumetti preferite, ma confesso che durante la visione non mi ha mai nemmeno sfiorato il dubbio che lo fosse!
Il delirio più totale si tocca nel finale, con venti minuti di immagini lisergiche e psicotrope, al cui confronto il finale di 2001: Odissea nello spazio di Kubrick è un esempio di linearità e compostezza.
Pare che il regista, durante i sopralluoghi del film in Messico e in Perù, sia stato folgorato dallo sciamanesimo, tanto da fondare una propria scuola spirituale al riguardo, e effettivamente si vede chiaramente che è questo che gli interessa, mentre del fumetto e del western non gliene può fregar di meno, e probabilmente dal suo punto di vista il film è anche riuscito come lo voleva lui. A noi invece rimane il rimpianto che se si fosse fatto qualche scorpacciata di peyote in meno magari avremmo avuto un buon western in più.
Detto degli innumerevoli difetti, il film tutto sommato comunque ha anche qualche pregio e, sarà che ne ho sempre sentito parlare malissimo, confesso che l’ho trovato migliore di quanto mi aspettassi: alcune immagini sono indubbiamente affascinanti, qualche momento western è abbastanza riuscito e se non altro almeno la confezione è di prima classe, nonostante l’impressione generale da kolossal francese alla Luc Besson curatissimo ma con poca anima (ma comunque, non per fare sempre l’imbarazzante confronto con la nostra desolante cinematografia, se penso che in Italia l'idea di kolossal sono i film di Martinelli...). Anche il cast degli attori tutto sommato non è male: Cassel è bravo (nonostante sia doppiato malissimo dalla stessa voce di Nicholas Cage) e ha anche la faccia “giusta” (anche se il perfetto Blueberry ovviamente sarebbe stato Belmondo), Michael Madsen è parecchio appesantito ma gli basta qualcuno dei suoi sguardi in tralice, Juliette Lewis è bellissima come sempre e ci sono pure un paio di vecchie grinte western come il novantenne (!) Ernest Borgnine e l’eastwoodiano Geoffrey Lewis (padre di Juliette, sia nella realtà che nel film). [...]
Il finale, oltre a essere un delirio mistico-visionario, è assolutamente “di rottura” nei confronti del genere, visto che il tradizionale confronto finale tra eroe e cattivo, preannunciato peraltro per tutto il film, clamorosamente non ha luogo, a favore di un’incredibile conclusione new age e pacifista. Si scopre, per di più, che il cattivo non lo è poi come sembrava e che la stessa vendetta del protagonista era basata su presupposti sbagliati. Il regista, insomma, sembra fare tutto un discorso, senza dubbio sballato, ma forse poi non così banale come sembra a prima vista, sulla necessità dell’allargamento della visione (magari con l’aiuto del peyote).”
(Mauro Mihich)

“Non è un film di Jan Kounen. Non è nemmeno una messa in scena di Jan Kounen. Come ci tengono a render noto i titoli di coda si tratta di una “session” di Jan Kounen. E, perbacco, lo sembra proprio. Una session di due ore in compagnia di un regista con un'ossessione per l'occulto e l'incapacità di capire quando il troppo è troppo. [...] Il superbo Sergio Leone aveva già accennato - e con molta più sottigliezza - al soprannaturale nei suo spaghetti-western, con la figura impenetrabile e misteriosa del Uomo Senza Nome di Clint Eastwood. Anche qui si aspira a fondere un che di spiritistico con l'epica western, ma la cosa non riesce, in gran parte perché la parte tradizionale della storia con i cowboy è un totale pasticcio. Il direttore della fotografia Tetsuo Nagata ha catturato alcune magnifiche e desolate immagini del deserto, ma le incursioni visionarie e sciamaniche sono un incrocio tra uno screensaver inquietante e gli esperimenti di un moccioso con il suo primo cerchiometro. [..] È un film grosso... ma non un film intelligente.”
(Tim Evans, “Sky Movies” 2004)

Scusi, dov'è il west?


Il sentiero per Hope Rose (The Trail to Hope Rose) di David S. Cass sr.
con Lou Diamond Phillips, Ernest Borgnine, Lee Majors

Non fate caso al torvo Lou Diamond Phillips con due pistole in locandina, è un monotono e abulico finto-western dall'aria inconfondibilmente televisiva, probabilmente prodotto per un pubblico di ispirazione cristiana. Di western c'è praticamente solo quella che dovrebbe essere la resa dei conti finale, ma che è una sequenza inverosimile e titubante come tutto il resto del film. In realtà è un melodramma sentimentale di ambientazione ottocentesca, girato con i colori stinti e avviliti del dramma sociale. Peccato, perché per un western sarebbe stata piuttosto originale l'ambientazione proletaria, con la messa in scena del lavoro in una miniera e i sorveglianti degli operai come cattivi. Ma il film si concentra unicamente sull'apatica tematica sentimentale. A parte un linciaggio prima dei titoli di testa e poi minacciare a vuoto per tutto il resto del film, anche i cattivi non è che facciano un granché. Come tutti i personaggi del film d'altra parte. Le troppe facce invecchiate di attori un tempo più o meno noti contribuiscono ulteriormente alla mestizia generale.

Tommaso Sega

giovedì 8 marzo 2012

i film 18 - Furia selvaggia

1958 FURIA SELVAGGIA (The Left-Handed Gun) di Arthur Penn, con Paul Newman, Lita Milan, John Dehner, Hurd Hatfield, James Congdon, James Best, Colin Keith-Johnston



Dopo quella del 1973 la migliore trasposizione cinematografica delle imprese criminali di Billy The Kid, a cui peraltro Sam Peckinpah – che del film era grandissimo ammiratore – si ispirò moltissimo, citando letteralmente, quasi sequenza per sequenza, le scene della cattura di Billy e della sua sanguinosa evasione dal carcere di Lincoln, e omaggiando la pellicola in mille altri particolari (dalla città in stile messicano Madero/Fort Sumner alla famiglia di messicani incontrata nella fuga verso il Messico, dal successivo ritorno in paese all’uccisione/suicidio da parte di Pat Garrett).
Al di là degli aspetti psicoanalitici, per i quali è famoso, probabilmente provenienti dal lavoro radiofonico del grande scrittore Gore Vidal da cui è tratto, che forse hanno il limite di rendere il protagonista troppo vicino ai rebels without a cause degli anni cinquanta alla James Dean (a cui la pellicola era inizialmente destinata), è interessante analizzare il film sotto il profilo strettamente western: Arthur Penn, qui al suo fenomenale esordio, sembra muoversi – come anche nei suoi due western successivi, Piccolo Grande Uomo e Missouri – completamente al di fuori dalle regole del genere, che invece utilizza per parlare di tutt’altro e per fare quel cinema di contestazione (contro la sacra trimurti Dio, Patria e Famiglia) che poi svilupperà appieno negli anni successivi.



Comunque la si guardi si tratta di una pellicola avanti anni luce rispetto ai western del periodo, sia a livello contenutistico, per la messa in scena assolutamente realistica e antiretorica (fulminante l’inizio del film, con il pacifico allevatore ucciso dal rispettabile sceriffo), che stilistico (con una rappresentazione già molto accentuata della violenza, che successivamente con Gansgster Story Penn spingerà ben oltre quella allora mostrabile al cinema).
Newman, immenso, arricchisce il personaggio di personali sfumature e sfaccettature, dando corpo a un Billy The Kid fragile e tormentato, tenero e sanguinario, ossessionato da pulsioni autodistruttive e forse sotterraneamente omosessuali.

Mauro Mihich

martedì 6 marzo 2012

i film 17 - Dust

2001 DUST (Прашина) di Milčo Mančevski, con Joseph Fiennes, David Wenham, Adrian Lester, Anne Brochet, Nikolina Kujaca, Rosemary Murphy, Eric Colvin, Carlton Jarvis



L’unico western macedone, opera seconda di un regista che con il suo film d’esordio, il bellissimo Prima della pioggia, conquistò tutti vincendo trionfalmente il Leone d’oro al Festival del Cinema di Venezia: questo invece fu un fiasco clamoroso che di fatto gli stroncò la carriera.
Premettiamo subito che il film è molto migliore della pessima fama che lo perseguita, anche se le ambizioni autoriali del regista finiscono per schiacciare quasi totalmente l’idea di western balcanico che sulla carta era senza dubbio la più interessante del progetto.
L’idea di aprire una nuova frontiera cinematografica ad Est (un “Far East” contrapposto al “Far West” degli americani) utilizzando i desertici e bellissimi scenari macedoni e la sanguinosa rivoluzione contro i turchi dell’inizio del secolo scorso era infatti davvero intrigante e unita alle dichiarazioni d’amore di Manchevski per gli Spaghetti Western prometteva ben altri risultati.



Il regista, invece, inserisce una seconda storyline ambientata nella New York contemporanea e come in Prima della pioggia sovverte la scansione temporale del racconto realizzando un contorto puzzle di passato e presente, storia e immaginazione, realtà e sogno dando al suo film una struttura narrativa frammentaria e quasi sperimentale che in più di un momento gli procura degli inopinati scivoloni nel ridicolo.
Probabilmente il problema di fondo è che le due storie del film hanno un tono tra loro troppo diverso e se quella contemporanea e americana non funziona proprio per niente la parte macedone in flashback invece è diretta benissimo (anche se Manchevski sembra avere il gusto per le belle immagini statiche e manca parecchio di senso del ritmo cinematografico) e soprattutto piena di sparatorie e scene di violenza estremamente realistiche.
L’apocalittico finale, dichiarato omaggio a quello del Il mucchio selvaggio, vale da solo tutto il film.



Tra le tante follie a un certo punto compare anche il personaggio dei fumetti Corto Maltese (forse come citazione della storia La casa dorata di Samarcanda), che viene fatto fuori immantinente dal protagonista che gli chiede “E tu che ci fai qui?” (se lo chiede anche lo spettatore).
Punto debolissimo dell’operazione i due attori protagonisti: se David Wenham è ancora passabile, Joseph Fiennes è semplicemente improponibile.
Ottime la fotografia e la colonna sonora.

Mauro Mihich

sabato 3 marzo 2012

i film 16 - Une aventure de Billy le Kid

1970 UNE AVENTURE DE BILLY LE KID
di Luc Moullet con Jean-Pierre Léaud, Rachel Kesterber, Jean Valmont


Sulla scia di post dedicati ai western francesi, merita una citazione questo curioso e strambissimo "western" (con tutte le virgolette del caso) diretto da Luc Moullet, esponte dalla Nouvelle Vague più teorica, intellettuale e underground. E infatti questa sua pellicola è un affascinante, sconcertante e tipico reperto archeologico della controcultura degli anni 60, che oggi appare più lontano e misterioso di un film del cinema muto. Cinema sperimentale quindi, ma bisogna anche dire abbastanza spigliato e auto-ironico da attenuare l'acidume criptico spesso connaturato a questo tipo di operazioni.

La trama è un pressappoco questa: dopo aver rapinato e ucciso dei coloni, il fuorilegge Billy le Kid salva per caso una bella figliola, che si trascina dietro come prigioniera nel suo vagabondare. I due fuggono per le montagne inseguiti da uno sceriffo e altri tizi. Ogni tanto spuntano fuori degli indiani. Tra vendette e tentativi d'omicidio tra i due nascerà una delirante storia d'amore.

Praticamente lo scheletro di un western, un film che secondo qualcuno "assomiglia alle recensioni francesi dei western americani". Nonostante il tono farsesco, si citano "Duello al sole", "Gli amanti della città sepolta", "La magnifica preda", "Il vento", insomma i classici western più folli e melodrammatici, quelli più amati della critica francese dell'epoca. E infatti più che un film, sembra l'ingegnoso soggetto di un classico di Hollywood perduto o mai finito, di cui sono rimasti solo i disadorni provini degli attori. Tutto è girato e recitato in modo volutamente trasandato e in rigorosa presa diretta, con gli attori che improvvisano in ogni sequenza, anche inciampando e scivolando mentre si inerpicano per dirupi e torrenti. Il risultato non è un titolo logicamente per tutti i palati, ma che possiede quel tono laconico, spiccio e divertente che solo certi film francesi riescono ad avere.


Se Jean-Pierre Léaud, ai tempi famosissimo, non pretese troppi soldi per interpretare il suo Billy scervellato, è probabile che ci troviamo di fronte al western meno costoso della storia del cinema. A parte lui gli altri pochi attori non sono professionisti, si intravedono due cavalli contati e un mulo in qualche scena, i costumi sono ridotti al minimo o sono proprio inesistenti - la protagonista inizialmente è vestita e truccata come una qualsiasi giovane francese del 1970 - le armi non sparano neanche a salve (si sentono solo gli spari) e il tutto è ambientato in esterni senza nessun tipo di scenografia. Comunque notevole l'uso dei bellissimi paesaggi delle Alpi francesi, a tratti sorprendentemente western.

Tommaso Sega

venerdì 2 marzo 2012

i film 15 - Il sole nella polvere

1973 IL SOLE NELLA POLVERE (Dans la poussière du soleil) di Richard Balducci, con Maria Schell, Bob Cunningham, Daniel Beretta, Karin Meier, José Calvo, Perla Cristal, Lorenzo Robledo, Fernando Bilbao, Angel del Pozo, Manuel Otero



Raro esempio di western di produzione interamente francese (cinematografia che si è dedicata pochissimo al genere, ma che può vantare di aver dato alla causa dell’Eurowestern il capolavoro Cimitero senza croci).
L’ambizioso regista Richard Balducci mette in scena un’originale trasposizione dell’Amleto di Shakespeare in chiave western, con gli intrighi familiari, i drammi passionali e l’ecatombe finale d’ordinanza, spingendo però notevolmente di più sul pedale del sesso che non su quello della violenza. Il film, infatti, è costellato di stupri e scene erotiche, come andava di moda nel cinema francese del tempo, ma in quanto a sparatorie, tolte la strage conclusiva e l’ammazzamento del solito Lorenzo Robledo a metà film, latita pericolosamente.



Purtroppo la pellicola soffre anche del difetto congenito di molto cinema francese, quello di essere eccessivamente divagante tanto da risultare alla fine un po’ noiosa: anche affrontando un mero prodotto di genere come un western i cineasti d’oltralpe non sembrano resistere alla tentazione di voler realizzare per forza qualcosa di artistico, finendo per depotenziare la forza del materiale di partenza e dando l’impressione di guardarsi l’ombelico.
Bellissime, ad ogni modo, la fotografia di Tadasu Suzuki, che acquerella in maniera inedita i suggestivi scenari dell’Almeria, e la musica di Francis Lai (vincitore del premio Oscar per la migliore colonna sonora nel 1970 con Love Story).



Daniel Beretta, noto cantante-attore francese sullo stile di Johnny Halliday, a cui peraltro fisicamente assomiglia moltissimo, è l’Amleto della situazione e ha una faccia assolutamente perfetta per il genere, e visto che deve pronunciare un’unica battuta in tutto il film gli basta e avanza quella.
Maria Schell nel ruolo della madre con cui intrattiene un rapporto neppure troppo velatamente incestuoso è l’unico nome di una certa fama della pellicola e si merita il primo posto sui titoli di testa, mentre a interpretare l’Ofelia del caso è la biondissima, e spesso nudissima, Karin Meier, che da sola vale la visione del film.
La pellicola è introvabile in lingua italiana, e non escludiamo che la copia francese da noi visionata sia più integrale di quella uscita a suo tempo nelle nostre sale.

Mauro Mihich

giovedì 1 marzo 2012

Lucio Dalla (4/3/1943 - 1/3/2012)

SO LONG, LUCIO!

«Cosa sarà che fa morire a vent'anni anche se vivi fino a cento?.. 
Cosa sarà che ti fa morire ridendo di notte all'ombra di un desiderio?..»

(Lucio Dalla, Cosa sarà)


Oggi se n'è andato uno degli ultimi "classici" viventi della musica d'autore italiana. Se n'è andato d'improvviso, inaspettatamente, un po' come quell'indimenticato pilota brasiliano di cui cantò le gesta in Ayrton. Anche noi di Se sei vivo spara, a modo nostro, vogliamo ricordarlo. E lo facciamo parlando come sempre di cinema. Già, perché Lucio non è stato solo un grande musicista ma anche un attore e un compositore di colonne sonore. In particolare nella seconda metà degli anni '60, quando il western era il genere principe del nostro cinema, Dalla partecipò in qualità di caratterista-cantante a due frizzanti "musicarelli" ambientati nel lontano Ovest: il primo è Per un pugno di canzoni (1966) di José Luis Merino, il secondo il leggermente piú noto Little Rita nel West (1967) del bravo Ferdinando Baldi, nel cui cast compare fra gli altri anche un giovanissimo Terence Hill al suo primo spaghetti. Due film assolutamente obsoleti - se mai c'è stato un genere del tutto superato, è proprio quello del "musicarello" all'italiana - ma che ai tempi facevano incassi di tutto rispetto, funzionando oltretutto come rampa di lancio per giovani emergenti e come espediente di riciclo per vecchie glorie. Tutto qua, niente di speciale, solo un modo di dire addio riportando alla memoria una parentesi del tutto rimossa della sua carriera, evitando la retorica che con ogni probabilità ci sommergerà nelle inevitabili - e meritorie, per carità - celebrazioni dei prossimi giorni. Soprattutto, adesso che sappiamo che anche nella sua vita c'è stato un pizzico di West, lo sentiremo ancor piú vicino e lo ricorderemo, se possibile, con ancor piú affetto.

mercoledì 29 febbraio 2012

i film 14 - Dove si spara di piú

1967 DOVE SI SPARA DI PIÚ di Gianni Puccini. Con Peter Lee Lawrence, Cristina Galbó, Andrés Mejuto, Piero Lulli, Pietro Martellanza.



L'unico, folle western di Gianni Puccini, come Lizzani, Vancini e Questi regista con velleità autoriali trovatosi per i casi della vita a dirigere uno spaghetti. Il film è nient'altro che una rivisitazione di Romeo e Giulietta in chiave western ma, paradossalmente, i momenti migliori sono proprio quelli in cui il copione si discosta dal capolavoro shakespeariano; l'intera prima parte, divertentissima, va di diritto tra le cose piú bizzarre che abbia visto all'interno del genere, con un vero e proprio campionario di frasi fatte, personaggi ultra-caricaturali, sequenze deliranti. Il debito nei confronti del fumetto è qui forse ancor piú evidente che nel successivo Yankee di Tinto Brass - e nel 1967 uscì anche Se sei vivo spara, altro film che con le nuvole parlanti ha piú di qualche conto in sospeso.
Riuscito in particolare il personaggio di Left Gun, interpretato dall'ottimo Andrés Mejuto, una specie di incrocio tra Eli Wallach e Jason Robards, attore spagnolo che aveva già lavorato con Puccini in Io uccido, tu uccidi (1965) e che nella sua carriera interpreterà soltanto un altro western, l'interessante Quei disperati che puzzano di sudore e di morte (1969) di Julio Buchs.
La seconda parte purtroppo si prende troppo sul serio e la vicenda diviene stucchevole, scontata; rimane memorabile, in ogni caso, il massacro finale, con la Morte in persona (con tanto di Colt e spolverino nero!) che scende a sancire la «pace nera» tra le due famiglie. Notevolissimi i titoli di testa animati.
Da ricordare anche perché è uno degli otto spaghetti scritti da Maria del Carmen Martínez Román, una delle pochissime donne sceneggiatrici del nostro western.  

Paolo D'Andrea

martedì 28 febbraio 2012

i film 13 - Limonata Joe (Limonadovy Joe)

1964 LIMONATA JOE (Limonadovy Joe Aneb Konska Opera)
di Oldrich Lipský con Karel Fiala, Olga Schoberová, Kveta Fialová, Rudolf Deyl, Milos Kopecký



L'astemio, canterino e un po' scemo Limonata Joe capita nel paesino di Stetson City, dove sono tutti perennemente ubriachi e impegnati in un'interminabile rissa. Grazie al piombo delle sue pistole e ad una bevanda analcolica (la Cola Loca) per un po' ripristinerà la morale, ma dovrà vedersela con un perfido cattivo dai mille trucchi.

Geniale western comico cecoslovacco, ancora molto famoso da quelle parti. Contemporaneo e per molti versi simile a West And Soda, c'è persino un'idea identica: il protagonista vestito di bianco per tutto il film che per il duello finale si veste di nero. La comicità e i personaggi sono da cinema muto, e infatti il film è facilmente seguibile anche in lingua originale (visto che ritrovare la copia italiana è dura). Il susseguirsi di gag è vertiginoso, con trovate degne di Chaplin e Buster Keaton, ma anche vicino allo spirito dei Monty Python. Il tutto è girato in uno stile talmente libero e fuori dagli schemi da sembrare oggi sperimentale. Ogni sequenza ha la sua idea e il suo stile, il montaggio è a tratti caleidoscopico, le inquadrature sono spesso folli e i cambi di tono imprevedibili, tra western, comico, musical, animazione e trovate surreali. Un' ulteriore geniale follia è la scelta di girare il film in bianco e nero, ma virando ogni scena in tonalità violentissime (giallo, rosso, viola, blu, verde), ottendo l'effetto paradossale di farlo sembrare un film coloratissimo.



Sarà stato anche un film per ragazzi, ma l'ironia è spesso perfida e graffiante. Si scherza sul moralismo puritano, su alcolismo e proibizionismo. In una scena il protagonista fredda con assoluta indifferenza quattro banditi che stanno scappando sparandogli alle spalle. In un'altra il cattivo conquista l'ammirazione della brava gente della comunità per la destrezza dimostrata uccidendo a sangue freddo lo sceriffo. Il finale mortifero si risolve con una straniante trovata pubblicitaria, che stravolge ogni aspettativa di un tipico finale western, sia pure in versione comica.

Notevolissimi anche i vaghi ammiccamenti erotici. Anche perché, giusto per smentire un luogo comune sull'Europa dell'est, le due donne del film che si contendono il cuore del protagonista sono di una bellezza spaventosa: la biondina che fa la puritana (Olga Schoberová) e la mora che fa la "ballerina" del saloon (Kveta Fialová).



Tommaso Sega

lunedì 27 febbraio 2012

nuovi western - 2003

Western del 2003

Annata parecchio interessante, che dopo secoli rivede in scena finalmente una banda di ferocissimi indiani, due pellicole dedicate alla dura ma romantica vita dei cowboys, un solido western di serie B con due vecchie glorie e una curiosa rievocazione della rivoluzione messicana.


THE MISSING di Ron Howard
con Tommy Lee Jones, Cate Blanchett, Evan Rachel Wood, Jenna Boyd, Aaron Eckhart, Val Kilmer

Miracolo nel vecchio West. Un film che snocciola alcuni dei più insopportabili e ossessivi tic narrativi del cinema hollywoodiano degli ultimi decenni, diretto da un regista noto per la sua alta professionalità messa quasi sempre al servizio della più avvilente banalità, che però incredibilmente funziona. Non mancherebbe nulla per detestarlo. C'è lo scontro generazionale tra genitori e figli adolescenti, che secondo gli sceneggiatori hollywoodiani sarebbe una dinamica famigliare irriducibile anche di fronte alle peggiori sciagure, e risolvibile solo ritrovando la reciproca fiducia dopo sovrumane prove fisiche. C'è anche, come in tre quarti buoni dei film con ambizioni psicologiche degli ultimi vent'anni, il logoro metaforone sulla società senza padri, servito dal conflitto tra i due protagonisti. C'è il solito realismo fasullo della ricostruzione storica, ci sono le sequenze ridondanti, le forzature spettacolari, le strizzate d'occhio ad uno spiritualismo d'accatto. Eppure funziona.

Funziona perché Ron Howard e Thomas Eidson - autore del romanzo da cui il film è tratto, “The Last Ride” del 1995 - danno vita ad un West dal fascino funereo, dove anche i più abusati espedienti narrativi finiscono per essere proposti in una luce diversa dal solito, più sinistra, meno accomodante. Raramente si è visto infatti un West tanto claustrofobico e inospitale, con i personaggi positivi che si aggirano smarriti in uno scenario irreale e apocalittico, dove sembra non esistere rifugio e dove la morte si può manifestare ad ogni passo. Si arriva anche a sfiorare il confine del cinema horror con l'inserimento di destabilizzanti tematiche magiche estranee al genere. Dal punto di vista iconografico ad una delle più crudeli bande di indiani viste in un western (soprattutto nel cinema politicamente corretto degli ultimi anni) fa da contraltare un non meno inquietante squadrone di giacche blu, assolutamente marcio e cencioso. È insomma un West visto attraverso uno specchio deformato, capovolto fin dalla fotografia, che propone un West dalle cupe e livide tinte grigio-blu in contrasto con i toni caldi tipici del genere.

L'aggressività di alcune sequenze è davvero notevole, soprattutto considerando la natura comunque hollywoodiana e commerciale del film. I pugni allo stomaco dello spettatore non sono pochi: dal ritrovamento di quello che inizialmente sembrava potesse essere il protagonista maschile del film orribilmente torturato, all'agonia di una ragazza e il suo neonato, passando per un considerevole numero di ammazzamenti di vario tipo. Tutto ciò sarebbe però solo superficiale sensazionalismo, se il film non agisse anche ad un livello più sofisticato, con continui slittamenti di senso delle situazioni che confondono le idee e le aspettative dello spettatore. Magistrale in questo senso la sequenza in cui la ragazzina rapita provoca senza volerlo l'uccisione di uno dei suoi salvatori, fraintendendone le intenzioni: dalla lineare suspense riguardante il salvataggio si passa all'inquietante situazione in cui gli innocenti diventano involontari complici dei loro carnefici. In rete per altro si trovano stroncature del film dove scene come queste vengono definite sbagliate e irritanti.

Tra i tanti successi che costellano la sua carriera è uno dei pochi film di Ron Howard ad essere passato quasi sotto silenzio, ignorato dal pubblico e poco considerato anche dalla critica. Probabilmente non è il tipo di western che ci si poteva aspettare da un regista come lui. Un motivo in più per considerarlo un'opera riuscita.

Dicono di lui...

“Buon western diretto da Ron Howard, che dai tempi del Richie Cunningham di Happy Days è imprevedibilmente diventato un regista di un certo successo (addirittura premiato con l’Oscar), anche se di non eccelse capacità. Il suo approccio al genere è piuttosto ondivago: il film comincia, infatti, come una roba ultrarealistica, ma del tutto priva di estetica western, stile Ritorno a Cold Mountain, prosegue come un classicissimo western avventuroso, con l’inseguimento alla Sentieri selvaggi delle fanciulle rapite (e tanto per non farsi mancare niente anche con l’inserimento, abbastanza fuori luogo, della magia indiana), e si conclude con l’immancabile finalone hollywoodiano roboante e tirato per le lunghissime (i bei finali asciutti come si usava nei western di una volta purtroppo ormai sono irrimediabilmente fuori moda). Comunque molto buona la parte centrale – quella più prettamente western – tutta a base di inseguimenti, cavalcate, sparatorie, deserti assolati e serpenti a sonagli. Il brujo indiano, però, che più che un apache sembra un aborigeno australiano dei film di Peter Weir, è uno dei più ridicoli cattivoni mai visti in un western e ovviamente, in ossequio alla nuova regola lombrosiana sui villains hollywoodiani, oltre che cattivissimo è anche bruttissimo (magari avevano paura che altrimenti il pubblico non capisse che era lui il cattivo…).
Tanto insopportabile è Cate Blanchett, per me l’attrice più sovrastimata e detestabile sulla scena mondiale (semplicemente da denuncia la sua interpretazione dylaniana di I’m not there), quanto immenso Tommy Lee Jones, grande attore western fuori tempo massimo. La fanciulla rapita è l'ancora giovanissima, ma già carinissima, Evan Rachel Wood di The Wrestler.”
(Mauro Mihich)

“C'è un ruolo che Cate Blanchett non può interpretare in maniera convincente? Qui è la colonna che regge l'impalcatura di tutto questo interminabile thriller storico di Ron Howard […] Se solo Howard e lo sceneggiatore Ken Kaufman avessero tirato fuori una storia degna degli sforzi di Cate. Kaufman ha scritto su di un caso di rapimento che si sviluppa lungo un percorso sorprendentemente lineare. Ogni volta che tentata di delineare una sottotrama - esplorando l'inefficacia dell'autorità nel selvaggio West, o mettendo in scena una delle tante drammatiche sequenze di fuga - lo fa senza fiducia. “The Missing” a volte ci illude di star per imboccare una rilevante deviazione dalla trama, ma poi torna rapidamente sui suoi passi e torniamo a seguire lo svolgimento della storia centrale, una narrazione troppo esile per tener desto il nostro interesse per tutti 147 minuti di durata del film. [...] “The Missing” è una sfida cinematografica che non mette in discussione lo spettatore. Il risultato è il meno interessante dei film di Howard di questi anni. Il film elimina le zone d'ombra che nascondono il dramma umano, dividendo nettamente gli eroi dai cattivi. [...] Sarà ricordato tutt'al più come uno sguardo sul lato più oscuro di Howard.”
(Sean O'Connell, “Filmcritic.com” 24/11/2003)


TERRA DI CONFINE (OPEN RANGE) di Kevin Costner
con Robert Duvall, Kevin Costner, Annette Bening, Michael Gambon, Michael Jeter

Secondo western anche come regista di Kevin Costner, a tredici anni dal trionfo di “Balla coi Lupi” (a tutt'oggi in America il film western di maggior successo di ogni tempo) e a dieci anni dall'assoluto fallimento di “Wyatt Earp” che gli ha parzialmente stroncato la carriera.

Come in “Balla coi Lupi” Costner mescola con abilità e furbizia classicismo e rivisitazione. “Terra di confine” si presenta apparentemente come una pellicola iperclassica nello sviluppo della trama, nel disegno dei personaggi, nei dialoghi puliti e virili. L'unica ma assolutamente sostanziale differenza con un western degli anni 40 o 50 è che dura un'ora di più. E Costner utilizza questo abbondante minutaggio in più per inserire nelle scene classiche tutta una serie di dettagli, particolari e rifiniture che approfondiscono, amplificano e trasformano il senso delle sequenze, i significati dei gesti, ridefinendo i caratteri dei personaggi. Tra gli esempi più lampanti, l'ironico dialogo tra i due protagonisti durante la lunga attesa della sparatoria finale con annotazioni sociali che arricchiscono in modo imprevisto la situazione, la classica confessione di un passato di sangue da parte di un personaggio a cui fa da contrappunto un bellissimo cielo stellato, il banale attraversamento di una strada cittadina resa un fiume di fango dalla pioggia che diventa un’impresa goffamente epica. Il tempo atmosferico è quasi un altro protagonista all'interno del film. Anche se a rischio di effetto pastello, parecchio originale anche la visione di un West fiorito e primaverile, apparentemente "gentile".

Come già aveva dimostrato in "Balla coi lupi", ma in parte anche nel disastroso apocalittico "L'uomo del giorno dopo", Costner è un regista tutt'altro che banale. Il suo pregio maggiore è la capacità di smontare e poi rimontare i luoghi comuni, riproponendoli come se fossero cose nuove. In questo senso notevolissimo il caotico massacro finale, dove riesce a restare in equilibrio tra eccitazione spettacolare e realismo destabilizzante, con ad esempio il classico risveglio morale degli onesti cittadini che è messo in scena senza nasconderne la natura meschina e tardiva. Altro gran pezzo di regia è quello in cui il suo personaggio ha un'allucinazione in casa del dottore, pochi secondi in cui Costner riesce a confondere le idee agli spettatori quanto quelle del suo personaggio. Senz’altro meno originale il lavoro sugli attori, comunque generalmente buoni, con i veterani Robert Duvall e Michael Gambon, il caratterista irlandese che fa il cattivo, che prevedibilmente surclassano tutti di parecchie spanne.

Non tutto funziona a dovere. Ad esempio il rallenty con cui si conclude la resa dei conti è fastidioso e incongruo con lo stile del resto del film. Ma soprattutto fastidiosi tutti gli sdilinquimenti finali tra Costner e Annette Bening, che, a parte far emergere una banalità sentimentale fino ad allora tenuta a freno, stonerebbero per eccessi zuccherosi in una commedia, figuriamoci in un western. Disguido sintomatico di quel sempre malcelato narcisismo con cui il Costner attore ha forse frenato la carriera e il talento del Costner regista.

Dicono di lui...

“A parte la scena della sparatoria, il film mi è sembrato uno spreco di celluloide. Robert Duvall, Kevin Costner, Annette Bening avrebbero potuto recitare quei ruoli dormendo. I dialoghi sono quasi intollerabili (e ce ne sono un sacco - nessuno sta seduto e zitto in questo film), la trama è tutta un ventaglio di opzioni come se non avessero saputo decidere quali temi stipare nella storia, non c'è alcuna sottigliezza. [...] L'importanza dei singoli eventi è diluita da tutte le "profonde e significative" conversazioni che dominano la maggior parte del film. Questi tipi hanno lavorato insieme per dieci anni e stanno parlando proprio adesso di quella roba? L'unica volta che non c'è molto dialogo è durante la sparatoria - che è il probabile motivo per cui mi è piaciuta."
(Ceyanna, "IMDb" 24/9/2005)

“A volte, lento è meglio. “Open range” è uno dei migliori film del 2003 e la prova innegabile che Kevin Costner è ancora un talento come lo era più di dieci anni fa, ai tempi di “Balla coi lupi”. [...] Ha ritrovato la giusta strada con “Open Range” tirando fuori un solido, vecchio stile da western. L'intero film procede come una mandria procede lenta e costante. […] In poche parole: in un momento in cui il cinema è governato da film muscolosi, veloci e prodotti col computer c'è ancora un posto per la classe di un film al servizio di una storia. Spero sarà sempre così. ”
(Coventry, “IMDb” 1/4/2004)


MONTE WALSH di Simon Wincer
con Tom Selleck, Isabella Rossellini, Keith Carradine

Più che un remake di "Monty Walsh un uomo duro a morire", con Lee Marvin del 1970, è un nuovo adattamento dell'omonimo romanzo di Jack Schaefer, coerente con la vena “letteraria” degli altri western interpretati da Tom Selleck. È un bel film televisivo sulla dura vita del cowboy Monte Walsh, ennesimo esempio come un certo cinema di genere dal respiro ampio e meditativo ormai trovi più facilmente asilo sul piccolo schermo che non al cinema. La confezione d'altra parte non ha nulla di televisivo nel senso negativo del termine, ma anzi sembra un film pensato per il grande formato, con campi lunghi e vasti paesaggi.

Un film in cui sono evidenti l'amore e la competenza che la coppia Selleck e Wincer nutrono e mettono nel western. È anche il più curato e ambizioso dei loro film dedicati al genere. Se gli altri film con protagonista Selleck si rifacevano al western classico, questo si rifà decisamente al western crepuscolare. E questo è forse l'unico vero problema del film. Perché mentre la formula del western classico nella sua atemporalità risulta sempre felicemente riproponibile, il western crepuscolare è invece un filone legato ad una precisa stagione del cinema americano. In sostanza quella dozzina di pellicole realizzate tra gli anni 60 e 70 che avevano svelato lo squallore e l'abbrutimento della vita dei cowboys avevano probabilmente già abbondantemente sviscerato ed esaurito l'argomento. Infatti se nel 1970 del film con Lee Marvin la demistificazione del mito del cowboy aveva ancora un senso ed era ancora una novità, nel 2003 riproporre quasi lo stesso punto di vista rischia di apparire una scelta ovvia e tardiva.

Detto questo il film è comunque notevole e regge bene il confronto con il film del '70. La casualità degli avvenimenti che portano al drammatico finale è ben resa, come anche la durezza della vita dei cowboys e la precarietà di ogni loro scelta di vita. L'amaro esito della storia sentimentale tra il protagonista e una dolce prostituta (Isabella Rossellini) è gestito senza nessuna concessione al sentimentalismo. La prosciugata regia di Wincer è ammirabile nella sua secchezza e laconicità, anche nelle poche ma efficacissime scene d'azione. Nonostante la profonda malinconia dell'insieme in controluce si intravede l'elegia nostalgia di un mondo comunque più semplice e virile, dove il protagonista accetta le crudeli casualità della vita con rassegnata dignità.

Dicono di lui...

"Deludente remake di un classico. La delusione maggiore deriva dall'aver visto l'originale "Monty Walsh" del 1970 con Lee Marvin, e dal conseguente confronto. Il film originale era davvero triste, ti dava la sensazione di un modo di vivere che stava scomparendo e che le cose non sarebbe davvero più state le stessa. Lee Marvin faceva percepire la delusione e l'angoscia del doversi lasciare la sua vita e i suoi amici alle spalle. Alla fine si percepiva anche un senso di sollievo e ottimismo, con la scena finale in cui sembrava dimenticare quel che ormai era alle spalle e guardava al futuro. Al contrario, l'attuale versione di "Monte Walsh" pur seguendo la stessa trama di base, citando e parafrasando il film originale, non sembra riuscire a trasmettere le emozioni delle situazioni, ma è più che altro l'esposizione di una storia di tempi grami. Le relazioni tra Monte e i suoi amici e la sua donna erano più sentite e genuine nell'originale che non nell'interpretazione di Tom Selleck. Il finale sembra voler essere più una fuga dal passato che uno sguardo sul futuro, senza riuscire a trasmettere la sensazione che la vita va comunque avanti.”
(Barrie Hiern, “IMDb” 18/1/2003)

“Meglio conosciuto per il romanzo "Il cavaliere della valle solitaria (Shane)", Jack Schaefer ha anche scritto il romanzo "Monte Walsh", una rappresentazione della vita del mandriano itinerante. Non c'è molta trama, ma una fetta estremamente dettagliata e meravigliosamente descritta di vita, dura, tenera e comica. Il primo film di Monte Walsh era un grande piccolo ritratto, con un ruolo insolito per un buon Jack Palance come Chet, l'amico di Monte. Ma questo remake TV potrebbe persino essere un film migliore. Tom Selleck è semplicemente grandioso come Monte - giusto solo un po' vecchio per fare il cowboy da rodeo, ma ancora parecchio in gamba. Keith Carradine si esalta come Chet, il cowboy che dà via tutto per sposare la vedova del ferramenta. [...] il film mi ha lasciato la sensazione che mi piacerebbe davvero trascorrere alcuni mesi con un gruppo di mandriani. La trama è realistica, per nulla artificiosa e sempre in movimento. "Monte Walsh" si guadagna davvero i suoi speroni, mostrando al pubblico del ventunesimo secolo come poteva essere la vita meravigliosa ed orribile del diciannovesimo secolo.”
(JimB-4, "IMDb" 3/2/2003)



Hard Ground - La vendetta di McKay (Hard Ground)
di Frank Q. Dobbs, con Burt Reynolds, Bruce Dern, Martin Kove, Amy Jo Johnson, Seth Peterson

Un feroce bandito compie una serie di rapine per finanziarsi un piccolo esercito e mettere così a ferro e fuoco il confine tra Stati Uniti e Messico. Visto che sulle tracce della spietata banda c'è solo un giovane vicesceriffo inesperto, l' anziano sceriffo, suo zio (Bruce Dern), chiede aiuto ad un vecchio pistolero (Burt Reynolds) che sta scontando vent’anni di carcere, e che è il padre del ragazzo. Alla caccia si unirà una ragazza, unica sopravvissuta ad una strage della banda e venduta come prostituta.

Tipico western televisivo, dai molti stereotipi e dal ritmo indugiante, ma con uno suo fascino demodé. Questo tipo di tv-movie sembrano fatti per mettere comodi gli spettatori. Quindi, nonostante un’insolita dose di violenza per un prodotto di questo tipo, è un film che bada bene di restare in superficie delle cose che racconta. Il viaggio dei protagonisti verso la resa dei conti con la banda non ha nulla di catartico e non ci sono particolari complicazioni psicologiche. Quel che conta sono i dialoghi attorno al fuoco, le cavalcate contro cieli ben fotografati, i rimbrotti e gli attestati di stima reciproci. Tutto è costruito per mettere in mostra l’esperienza di vita e la concretezza dei due protagonisti anziani, cui fa contrappunto l'inesperienza dei due personaggi giovani. I due vegliardi sono ovviamente l’incarnazione di un'America violenta, ma dagli incrollabili principi di lealtà e di rispetto dei ruoli sociali. È lo sceriffo ad aver arrestato il pistolero, nonostante fosse il marito della sorella, ma il pistolero non serba alcun rancore verso il cognato. Al contrario gli avversari sono un concentrato di pura malvagità (uccidono anche una bambina), sempre pronti al tradimento reciproco. Il capobanda in particolare sembra agire più per piacere di scatenare il caos e compiere azioni crudeli che per un reale tornaconto. Per tutto il film gira persino con il cappello di un soldato che ha ucciso, con tanto di foro di proiettile insanguinato in corrispondenza della fronte.

Film tanto lineari e schematici funzionano se funzionano gli attori. E in questo caso Burt Reynolds e Bruce Dern fanno la differenza rispetto a molti prodotti analoghi votati alla fiacchezza senile. Va da sé che non stiamo parlando di un film che sprizza freschezza giovanile, ma almeno non c'è il triste effetto di vedere vecchi attori hollywoodiani spompati costretti a fingere di essere ancora in gamba per ragione di copione, magari traditi da facce gonfie e doppi menti. Nonostante qualche traccia di lifting, una brutta parrucca e un pizzico di narcisismo, il sessantasettenne Reynolds è in buona forma e ha ancora un grande carisma, peccato che dopo i grandi successi degli anni 70 sia stato così poco e male utilizzato. Anche se sembra più vecchio di vent’anni Bruce Dern è suo coetaneo, ma è il classico immenso caratterista americano che saprebbe interpretare con classe anche un palo del telefono. Sono loro che danno fascino, carisma e burbera simpatia a personaggi che con altre facce sarebbero stati solo due vecchi tromboni. Efficaci anche i lombrosiani cattivi. Al solito invece inefficace il reparto giovanile, con le solite due belle facce in libera uscita da qualche telefilm adolescenziale, ma purtroppo questo è ormai un problema cronico per il western alle prese con le nuove generazioni di attori.

Una confezione povera ma di classe e una buona colonna sonora nobilitano una regia anonima, per quanto non priva di mestiere. È per altro l'unica regia western di Frank Q. Dobbs (morto nel 2006), che nella sua carriera ha però lavorato tantissimo nel western televisivo, come produttore, sceneggiatore (suo il pilot del telefilm anni 90 tratto da “I magnifici sette”), operatore, attrezzista, aiuto regista.

Dicono di lui…

“Il film sembra essere un'altra, ennesima, produzione di Robert Halmi Jr, sulla falsariga del suo lavoro per la leggendaria serie "Lonesome Dove", e, di fatto, questo film ha molti punti di contatto con quel celebre telefilm. [...] Anche se non direttamente collegato alle finalità della storia, il film mostra come gli individui di  quel periodo della storia americana, uomini simili a McKay e allo sceriffo Hutchinson, scoprirono solo da anziani che i loro sentimenti per l'ovest americano erano diventatati ironicamente simili a quelli dei nativi americani che contribuirono a scacciare. Quando il paesaggio libero e selvaggio cominciò a scomparire dalla Storia, iniziarono a provare rabbia e frustrazione. Gli spettatori che hanno eventualmente deciso di non seguire gli ultimi minuti di questo film (dopo che lo scontro a fuoco è finito) hanno, purtroppo per loro, perso le parole conclusive di McKay su questo argomento. Parole in cui potrebbero riconoscersi molti americani anziani che si sentono allo stesso modo, cento anni di vita più tardi, all'inizio di un altro secolo...”
(Glades, “IMDb” 16/11/ 2007)

“Se si ha familiarità con i film che produce e distribuisce la Hallmark Entertainment, già si intuisce che questo film non può che essere un bersaglio mancato. Ad essere onesti, non tutto il film è brutto. È sempre un piacere vedere Burt Reynolds o Bruce Dern, e in questo film ci sono entrambi. Danno al film un certo fascino e funzionano bene insieme. Ma non c'è molto altro in quest’opera. L'atmosfera non è quella giusta, dalla poco verosimiglianza della ricostruzione storica alle scenografie naturali troppo generiche. I cattivi sono sorprendentemente noiosi, non fanno molto di più che sparare alla gente sghignazzando. Il più grande difetto del film è che è molto quieto, procede a un ritmo lentissimo. Ci si sente come davanti ad un episodio western di mezzora allungato a 88 minuti.”
(Wizard, “IMDb” 7/11/2010)


PANCHO VILLA, LA LEGGENDA (AND STARRING PANCHO VILLA AS HIMSELF) di Bruce Beresford
con Antonio Banderas, Eion Bailey, Alan Arkin, Michael McKean, Jim Broadbent

Incaricato di girare un film dal vero su Pancho Villa (il realmente esistito e perduto “The Life of General Villa”, che davvero mescolava riprese di studio con riprese da documentario), un giovane cineasta americano finisce nel bel mezzo della rivoluzione messicana (1910 - 1917). Sperimenterà il fascino e le contraddizioni della rivoluzione, di un personaggio come Villa e di un mezzo illusorio come il cinema.

Film-tv anche troppo ambizioso, ma di egregia fattura. Tutta la parte riguardante il cinema nel cinema è troppo insistita e va a spezzare continuamente la parte rivoluzionaria e picaresca, che invece funziona piuttosto bene; è l'ennesima replica del celebre ma un po' logoro assunto fordiano della leggenda che vince sulla realtà. Più interessante il contrasto tra un Messico colorato e chiassoso, dove la gente vive la realtà sulla propria pelle combattendo e morendo in prima persona, e un'America fredda e grigia, dove la realtà è continuamente filtrata dai mezzi di informazione e le esperienze di vita sono solo quelle virtuali e manipolatorie del cinema. In questo senso notevole una delle prime sequenze del film, ambientata sulle sponde del Rio Grande che fa da confine tra le due nazioni: da una parte si vedono i messicani impegnati in una battaglia, mentre sull'altra sponda si vedono gli americani che assistono comodi e divertiti al combattimento come fosse uno spettacolo. La visione della rivoluzione è romanticamente positiva, nonostante se ne mostri anche il lato più truce, benché ovviamente gli ideali che la muovevano siano ridotto ad un'ottica genericamente umanitaria con ben poco di politico. Bizzarro il cupo pessimismo con cui viene dipinto invece il mezzo cinematografico, descritto come un'arte incapace di catturare la vita, ma capace solo di spacciare ad un pubblico affamato di rassicuranti banalità solo altra banalità. (Ci sarebbe da notare che tutto questo venga mostrato in un film che a sua volta romanza e semplifica fatti storici realmente accaduti.)

Sempre piacevole la rievocazione folcloristica di un Messico dove la rivoluzione è una specie di festa sanguinaria. Belle ed epiche le scene di battaglia, girate con tante comparse come si faceva una volta e gli effetti digitali ridotti al minimo. Una bella sorpresa considerato lo stile leccato e calligrafico per cui è conosciuto il regista Beresford (“A spasso con Daisy”), ben riconoscibile d'altra parte nelle parti americane del film.
Banderas si riconferma un attore monocorde e portato alla macchietta latina, ma in questo caso non privo di un certo carisma, anche se è forse più merito del fascino del personaggio storico che dell'interprete. Anonimi ma efficaci gli altri attori, tra cui spicca solo un canagliesco Alan Arkin nella parte di un avventuriero, ebreo e di Brooklin, esperto di mitragliatrici (spassosa la sequenza in cui lo ritroviamo alle prese con la vecchia madre). L'amico del protagonista è il reporter John Reed, protagonista nel 1981 del film biografico “Reds” diretto e interpretato da Warren Beatty. Tra i molti personaggi realmente esistiti c'è anche il futuro maestro (anche) del western Raoul Walsh, che interpretò davvero Pancho Villa in “The Life of General Villa”.

Dicono di lui...

“Non è un tipico film TV su un dramma storico fatto di sagome di cartone. Che il cinema sia un modo perfetto per fare propaganda non è una novità. I tedeschi lo hanno utilizzato molto durante la seconda guerra mondiale e anche in tempi più recenti è stato utilizzato per fare pubblicità all'esercito (ricordate il boom di giovani che volevano arruolarsi nell'aeronautica, dopo aver visto "Top Gun"?). Ma che Pancho Villa lo avesse già utilizzato nel corso della sua rivoluzione, tra il 1912-1916, è qualcosa di inedito. E non pensate che sia l'idea di qualche furbo tizio di Hollywood, bravo ad immaginare una bella storia che potrebbe diventare un buon modo per fare un sacco di soldi. No, è tutto realmente accaduto. Se non mi credete è sufficiente digitare “Pancho Villa” nella ricerca di IMDb e controllare la sua filmografia. Vedrete che ci sono stati diversi film realizzati con lui come attore protagonista. Peccato siano tutti andati persi. Ma nessun problema, abbiamo l'HBO, una canale televisivo noto per i suoi lavori di buona qualità riguardanti i soggetti (si pensi all'esempio di "Band of Brothers"). [...] Non spaventatevi dall'etichetta “TV” che si trova dopo il titolo. Non è il tipico drammone televisivo, ma un dramma dignitoso e robustamente storico.”
(Philip Van der Veken, “IMDb” 19/5/2005)

“Soggetto troppo duro e complesso per lo sceneggiatore medio Hollywood. Il grosso problema è che la storia è incentrata sull'esperienza durata un paio di settimane di una troupe cinematografica al seguito di Pancho Villa, ma il film non si limita a parlare semplicemente di Villa o solo della Rivoluzione. È una storia troppo imponente, con troppi personaggi, molti inganni e molti intrighi. Si doveva farne una serie o un film molto più approfondito per renderla più interessante. L'interpretazione di Banderas è simpatica ma stereotipata, e resta avvilente l'atteggiamento tradizionale di Hollywood nei confronti dei messicani delle epoche passate. Villa nel film è per lo più mal vestito, con la barba lunga, generalmente sporco e unto, si esprime come una persona greve ed ignorante. Si poetva evitare, il film ne avrebbe guadagnato.”
(A. Steve, "IMDb" 2/3/2007)


GANG OF ROSES (inedito in Italia) di Jean-Claude La Marre
con Monica Calhoun, Lil' Kim, Stacey, Marie Matiko, Lisa Raye, Bobby Brown, Mario Van Peebles

Le ex componenti di una banda di fuorilegge tutta al femminile e all-black (più un'asiatica), si rimettono insieme per vendicare l'omicidio della sorella di una di loro, assassinata da una donna appartenente ad un'altra gang, sempre di colore.

Connubio in odor di vecchia blaxploitation tra due non certo memorabili western degli anni 90: “Bad Girls”, per l'idea della banda tutta al femminile di ex prostitute, e “Posse”, omaggiato con un cameo del protagonista Jessie Lee interpretato sempre da Mario Van Peebles. “Gang Of Roses” è un western intriso di cultura hip hop, dove tutti gli anacronismi sono voluti e sfrontatamente ricercati. I personaggi di colore parlano e si atteggiano come dei gangster urbani, la colonna sonora ha i ritmi sintetici della black music odierna, gli assurdi costumi delle cowgirls sembrano usciti da un video di MTV di pessimo gusto.

L'insieme è un tale delirio che poteva anche essere divertente, se il risultato fosse stato all'altezza di un materiale tanto folle. Invece il film non è per nulla folle o delirante, neanche sotto il profilo della violenza e del sesso, ma è solo un bolso e inerte filmaccio senza stile. Difficile stabilire se l'haitiano La Marre è peggio come regista o come sceneggiatore. Nel primo ruolo si rivela totalmente inetto, probabilmente convinto che per dare un'aria “pulp” ad un film basti abbondare di primi piani di facce e pistole deformati dall'obiettivo. E dirige malissimo le scene d'azione, che per un western è un difetto madornale. Come sceneggiatore non ha una sola idea decente, sformando la solita trama anodina e cervellotica, tipica dei prodotti di serie Z che devono allungare il brodo. A cominciare da una sotto-trama di mappe del tesoro tatuate di interesse nullo. Particolarmente insensate le derive melodrammatiche del finale, con personaggi che muoiono in modo illogico e patetico, in netto contrasto con la patina cinica che il film aveva ostentato fino ad allora.

Dicono di lui...

“Penso che un gran numero di spettatori non abbia semplicemente capito che si tratta di una evidente parodia dei film western. Non è un brutto film, è un'intelligente versione di western con dentro delle belle figliole. Non credo che questo film si prenda mai sul serio, neanche per un momento. Ciò che rende questo film unico è il fatto di essere incentrato su quattro toste e belle donne, due delle quali di colore, un'asiatica e un'ispano/messicana. Non sono le solite donnette dei western, sono delle dure, che estraggono veloci e sparano dritto. La trama è quella tipica dei film western, del tipo "Hai sparato a mio fratello? Vengo a prenderti!" Solo che in questo western è il turno della sorella di una donna ed è lei è che parte per la vendetta con la sua banda. […]. È un film ben fatto, che non è riuscito a trovare un pubblico che lo riconoscesse per quello che è. La mia unica delusione è che la sola lesbica del film debba per forza essere una cattiva - delle "eroine", a parte una, non vengono invece mai resi noti gli orientamenti sessuali.”
(Starfire, “IMDb” 2/2/2007)

“Un mucchio fumante di sterco di vacca. Non mi raccapezzo nel tentativo di capire il perché questo film è stato fatto. Hip-Hop e vecchio western non sono fatti per mescolarsi. Che target di riferimento avevano in mente le persone che hanno avuto la bella pensata di progettare questa catastrofe? [...] Preferisco guardare la TV spenta che rivedere questa pellicola.”
(Lilmac, “IMDb” 1/12/2009)

“Questo film è la peggiore rappresentazione della popolazione nera che io abbia mai visto!”
(ActionScene “IMDb” 15/3/2007)

Scusi, dov'è il West?


Gods and Generals (inedito in Italia) di Ronald F. Maxwell
con Jeff Daniels, Stephen Lang, Robert Duvall, Mira Sorvino, Kevin Conway

Colossale produzione televisiva sulla Guerra di Secessione. Dieci anni prima lo stesso regista aveva diretto l'analogo “Gettysburg”, di cui questo nuovo film racconta gli antecedenti. Questa doveva essere la prima parte di una trilogia, ma è stata un gigantesco flop, anche a causa delle grosse difficoltà produttive che ne hanno tardato la messa in onda per tre anni. Per quello che chi scrive può capirne è probabilmente la ricostruzione storica più accurata e realistica di quell'evento storico (quindi lontanissima dall'iconografia western), almeno per il realismo dei costumi, delle scenografie e per l'attendibilità dei luoghi. Ma lo spirito con cui tutto è mostrato è quello ridicolo e inamidato che può piacere solo agli appassionati di Storia, illusi che eventi come le guerre possano essere spiegati attraverso isolati aneddoti strategici dovuti all'ispirazione dei condottieri, tanto consapevoli di star facendo la Storia che ogni due per tre se ne escono con frasi fatte apposta per essere tramandate ai posteri. Piuttosto che simili tromboni, meglio i poveri capitani alcolizzati che sognano di far saltare in aria i ponti che devono conquistare....

Tommaso Sega