martedì 10 aprile 2012

i film 22 - Apache

1972 APACHE (Cry for Me, Billy, o Face to the Wind, o Count Your Bullets, o Apache Massacre, o The Long Tomorrow, o Naked Revenge, o eccetera), di William A. Graham, con Cliff Potts, Xochitl, Harry Dean Stanton, Don Wilbanks

L’uscita nel 1970 di Piccolo grande uomo (Little Big Man, Arthur Penn) e Soldato blu (Blue soldier, Ralph Nelson) operò un radicale cambio di prospettiva all’interno del cinema western.
I nativi americani, da sempre raffigurati, con protervia tipica dei vincitori, come i cattivi per definizione di un’epopea – quella della conquista del West – nella realtà niente affatto eroica, grazie alle spinte contestatrici sessantottine e alle istanze demistificatrici della "New Hollywood" vennero finalmente riconosciuti come le vittime di quello che nei fatti fu un genocidio, oltre che una delle pagine più indegne della storia americana.
Fu un’inversione di ruoli probabilmente unica in tutta la storia di Hollywood che spazzò via, forse per sempre, moduli e schemi narrativi codificati da decenni.
La cosa, per quanto lodevole, come sempre ebbe anche degli effetti accessori. Se per anni si era infatti ingigantita la crudeltà e la cattiveria dei pellerossa per fare apologia degli eroi bianchi ora il cinema americano cominciò a operare disinvoltamente il processo opposto: gli indiani divennero tutti agnellini sacrificali e innocenti votati al martirio mentre soldati e cowboys belve assassine e senza pietà dedite agli stupri e alle uccisioni di massa.



Apache, un piccolo film indipendente dai molti titoli, si inserisce appunto senza molta fantasia in quest’ultimo filone, seguendo pedissequamente la stessa traccia narrativa di Soldato blu: un bounty killer bianco (figura mutuata dagli spaghetti-western) assume le difese di un’indiana, che se ne va a zonzo per il west completamente nuda – il film accentua infatti di parecchio la componente erotica già presente in filigrana in Soldato blu –, per poi innamorarsi di lei, finché un plotone di soldati la violenta e la uccide, scatenando la di lui vendetta. Un misconosciuto film italiano, Una donna chiamata apache, qualche anno dopo seguirà il medesimo canovaccio, con risultati non molto differenti.



Se l’atmosfera triste e tragica e il finale nichilista sono sicuramente apprezzabili, la regia televisiva del mestierante William A. Graham non brilla certo per brio e freschezza e il film si trascina piuttosto pesantemente nella sua storia d’amore interrazziale fino alla resa dei conti conclusiva. La colonna sonora a base di ballate folk e romantiche, che scimmiotta malamente quella di Soldato blu, appare peraltro fuori luogo, mentre una menzione la meritano gli attori protagonisti, dall’efficace Cliff Potts, al veterano Harry Dean Stanton, fino alla protagonista femminile Maria Potts, che nei titoli di testa figura con un nome indiano, Xochitl, completamente inventato.

lunedì 9 aprile 2012

le monografie 4 - Il Weird Western 1

Il Weird Western, parte 1

Anche se in Italia arriva molto poco, negli ultimi anni c’è stata una curiosa proliferazione di film che intrecciano il western con l’horror e più sporadicamente la fantascienza. Un autentico piccolo filone ormai quasi più fertile di quello dei western tradizionali (non che ci voglia molto, data la scarsità delle uscite) e una tendenza piuttosto sorprendente, se non nei risultati almeno per quanto riguarda la fertilità, dato che non ci sembra che i riscontri commerciali di questi film siano entusiasmanti. Questa moda recente è servita da spunto a questa speriamo agile rassegna in tre parti sul weird western, come lo chiamano in America (e che ci sembra il termine più azzeccato) o il fantawestern come qualcuno lo chiama in Italia.


1935 The Phantom Empire
Serial di 12 episodi da 20 minuti l’uno con Gene Autry

In un'epoca in cui i generi cinematografici erano molto meno codificati, o comunque nessuno si faceva troppi problemi nel trasgredirne le regole, capitava spesso che anche nei serial western ci fossero episodi dal carattere gotico o con elementi fantastici. Ma anche ai tempi nulla batteva in originalità questo celebre serial, in cui un cowboy deve vedersela con robot, regni segreti e armi avveniristiche. Follia per follia, non solo la serie miscelava con nonchalance l’ambientazione western con scenografie e trame alla Flash Gordon, ma il protagonista era Gene Autry il cowboy canterino, il che garantiva anche dei momenti da musical country!


1956 La valle dei disperati (The Beast of Hollow Mountain)
di Edward Nassour e Ismael Rodríguez con Guy Madison, Patricia Medina, Carlos Rivas

Un vaccaro ha dei problemi con un vicino messicano prepotente, ha dei guai sentimentali con una bella mora e, a tempo perso, se la deve pure vedere con un dinosauro che gli vuole mangiare le mucche. Il guaio dello spettatore è invece che le tre linee narrative citate sono in ordine d'importanza decrescente. Il film era un progetto di Willis O’Brien, il mago degli effetti speciali che aveva dato vita a King Kong, ma che per problemi con la produzione fu praticamente messo alla porta. Ne è uscito un film tirchio, che risparmia sugli effetti speciali quanto sull’azione, rimandando all'infinito la vera e propria entrata in scena del dinosauro. Godibile per gli appassionati di colori e ingenuità anni 50, appena una curiosità per il resto del mondo.


1958 Teenage Monster (o Meteor Monster e Monster on the Hill)
di Jacques R. Marquette con Anne Gwynne, Stuart Wade

Ragazzino rimasto esposto alle radiazioni di un meteorite crescendo si riempie di peli, diventando una specie di licantropo assassino. La mamma per proteggerlo lo tiene nascosto in cantina. Sottintesi sessuofobici e freudiani come se piovesse. Molti film fantahorror anni 50 erano ambientati in cittadine del vecchio west , questo di western ha anche l’ambientazione cronologica a cavallo tra l’800 e il 900. Il titolo si rifà a tutto un filone di horror dell'epoca con la parola teenager nel titolo, anche se a ben vedere in questo film il protagonista è un adolescente solo nelle prime scene. Filmetto poverissimo e in bianco e nero, le cui goffaggini e ingenuità oggi possono suscitare tenerezza o risultare patetiche, a seconda di come gira a chi guarda. 


1959 L'uomo senza corpo (Curse of the Undead)
di Edward Dein con Eric Fleming, Michael Pate, Kathleen Crowley

Per vendicare il padre forse ucciso dal solito allevatore prepotente, una ragazza assolda un lugubre pistolero, che altro non è che un vampiro, quindi immune alle pallottole. Almeno finché qualcuno non ci incide una croce sopra. Curioso piccolo film, sorretto dall’idea davvero niente male del vampiro che fa il pistolero prezzolato. Quando è giorno dominano i toni da western classico, tra dialoghi nel saloon e duelli nella mainstreet, nelle scene notturne il film diventa un horror gotico tra bare, ragnatele e candelabri. Faccia da cattivo in decine e decine di b-movie, il caratterista Michael Pate con la sua aria da beccamorto è perfetto nella parte del non morto. 


1965 Quel selvaggio west (The Wild Wild West)
serie televisiva in 104 episodi trasmessi dal 1965 al 1969. 

Il celebre telefilm anni 60... magari non troppo in Italia dove è sempre stato trasmesso saltuariamente e in orari ingrati. I due protagonisti, gli agenti segreti Gordon e West, hanno a che fare con ogni sorta di stramberia, tra cui anche avversari armati di armi fantascientifiche e ambientazioni lugubri che rimandano all’horror. Ancora oggi una godibile, ingegnosa e autoironica miscela di western, spionaggio e fantascienza, secondo lo spirito più bizzarro e pop di quell’epoca. I meccanismi della serializzazione televisiva si prestavano meglio del singolo film alla convivenza tra elementi narrativi tanto eterogenei. 


1966 Billy the Kid vs. Dracula 
di William Beaudine con Chuck Courtney, John Carradine, Melinda Plowman

Dracula in persona arriva in diligenza nel vecchio west e ipnotizza una giovane e bella fanciulla facendogli credere di essere suo zio. Ma in casa della ragazza gira in incognito un altro mito dell’immaginario collettivo, il fuorilegge Billy The Kid. Probabilmente è uno di quegli infimi filmetti la cui relativa fama è dovuta al fatto che è divertente raccontarne la trama e citarne il titolo, più che vederli. Infatti insieme al film gemello successivo è il titolo più citato quando si parla di tentativi di mettere insieme horror e western. Il grande John Carradine aveva già interpretato Dracula vent’anni prima in “House of Dracula”, ma in fondo anche il suo celebre gambler di “Ombre rosse” aveva già un che di funereo e cadaverico. 


1966 Jesse James Meets Frankenstein's Daughter
di William Beaudine con John Lupton, Narda Onyx, Estelita Rodriguez

Film gemello del precedente, con cui condivide la stessa idea di fondo: tizi famosi dell’horror gotico che emigrano nel selvaggio west e incontrano tizi famosi autoctoni. In questo caso sono due nipoti (niente figlia) del celebre barone Frankenstein, che pensano bene di seguitare nel vizio di famiglia e creano un’altra creatura assassina e scervellata. A fargli da cavia stavolta è una specie di culturista, amico fraterno del leggendario Jesse James. Al delirio della storia si aggiunge la trasandatezza non meno delirante del regista, qui al suo ultimo film dopo una carriera che assomma 366 titoli. Ad Hollywood era noto come William “Buona La Prima” Beaudine. 


1969 La vendetta di Gwangi (The Valley of Gwangi)
di Jim O'Connolly con James Franciscus, Gila Golan, Richard Carlson

Per amore della padrona di un circo, un avventuriero cattura un tirannosauro in una valle restata alla preistoria. Quel che segue è facile da immaginare avendo visto King Kong. Il vero autore del film è il mago della stop motion Ray Harryhausen, che realizza un vecchio progetto del suo maestro Willis O’Brien, già mezzo abortito con la “La valle dei disperati”. Peccato che anche questo film sia sbilanciato da una troppo ingombrante parte sentimentale e sembri una pellicola nata vecchia, fuori tempo massimo sia come western, con la sua aria da film per ragazzi, sia come film fantastico, con la sua ingenua spettacolarità circense (in tutti i sensi). Ovvio che sono difetti che possono ribaltarsi in pregi, se ci si lascia affascinare dal fascino vintage della confezione. 


1970 Five Bloody Graves 
di Al Adamson con Robert Dix, Scott Brady, Jim Davis, John Carradine

Tipico prodotto americano da Drive In dei primi anni 70, con l’immancabile John Carradine. Pellicole che promettevano sensazionali overdosi di violenza, sangue e sesso, ma che spesso si rivelavano molto più innocue del previsto, anche per banali ragione di budget, che spesso limitavano i trucchi sanguinolenti. Anche nel caso di questo film, il cattivo apache sarebbe una specie di maniaco scalpatore di donne, ma pare che le scene di sangue al risparmio lo facciano sembrare poco più di una specie di brutale parrucchiere. Prodotto e distribuito come un horror è invece un canonico western molto violento. L’unica tocco fantasioso dovrebbe essere la Morte in persona che, fuori campo, commenta le gesta del protagonista. Il regista Al Adamson, una specie di Roger Corman di serie Z specializzato in pellicole horror a bassissimo costo, è morto assassinato nel 1995.


1974 The Hanged Man
di Michael Caffey con Steve Forrest, Cameron Mitchell, Sharon Acker

Gli spaghetti western avevano introdotto una vaga aria spettrale nella caratterizzazione dei cavalieri solitari, fino ad arrivare a casi come "Django il bastardo" di Sergio Garrone, dove il protagonista è a tutti gli effetti descritto come un fantasma. Questo elemento soprannaturale verrà ripreso e approfondito soprattutto da Clint Eastwood nei suoi western. E proprio ad un film con Eastwood (“Impiccalo più in alto”) è ispirato questo pilot di una serie poi mai prodotta. Anche se il suo cuore non batte e il suo corpo è freddo, un impiccato torna in vita per proteggere una vedova dai soliti prepotenti. A parte la trovata iniziale è un western tradizionale, ennesima e probabilmente non brillantissima versione de “Il cavaliere della valle solitaria”.


1979 Cliffhangers: "The Secret Empire"
con Geoffrey Scott 

Bizzarro telefilm che si rifaceva ai serial degli anni 30, proponendo ad ogni puntata tre episodi di venti minuti l’uno di genere diverso. Tra questi il western fantascientifico “Secret Empire”, sorta di omaggio e remake di “The Phantom Empire”. Gli altri erano il feuilleton avventuroso e l'horror gotico. Eccentrica curiosità durata solo dieci episodi. 


1982 Timerider: una moto contro il muro del tempo (Timerider: The Adventure of Lyle Swann)
di William Dear con Fred Ward, Peter Coyote, Belinda Bauer, L. Q. Jones 

Anticipando il terzo “Ritorno al futuro”: a causa di un esperimento scientifico un inconsapevole motociclista torna indietro nel tempo con la sua moto e finisce nel vecchio west. Prevedibili gag, guai e paradossi temporali. Il film potrebbe essere letto come una specie di allegoria della situazione del western negli anni 80, con il motocilista simbolo di un modernità ruspante (neanche si accorge di aver viaggiato nel tempo, ma crede solo di essere finito in mezzo a una comunità di fricchettoni arretrati) che getta scompiglio nella polverosa e inamidata realtà di un villaggio west. Piccolo film a bassissimo budget, che vive della simpatia di Fred “Remo Williams” Ward. 


1985 Alien Outlaw 
di Phil Smoot con Stephen Winegard, Kimberly Mauldin

Serie Z ai limiti dell’amatoriale. Non è chiaro dove inizi l’ironia volontaria e inizi quella involontaria. Una serie di burini del west odierno devono fronteggiare la minaccia rappresentata da alcuni alieni: vecchie colt contro pistole laser. Visto che i mostri sembrano i fratelli scemi di Predator i nostri eroi non incontreranno molte difficoltà nel sbaragliarli. Anche la sexi eroina protagonista è al risparmio: una normalissima ragazza carina con due belle gambe.


1988 Ghost Town - La città maledetta (Ghost Town) 
di Richard Governor con Franc Luz, Catherine Hickland

Praticamente il primo titolo interessante dai tempi de “L’uomo senza corpo” di esattamente trent'anni prima. Ai giorni nostri una donna sparisce nel deserto. Sulle sue tracce uno sceriffo capita in una città fantasma (letteralmente), dove oltre a salvare la donna deve fare i conti con una banda di banditi spettri. Un piccolo, misconosciuto gioiellino, che riesce a miscelare in modo convincente e con la giusta ironia le più classiche situazioni da film western con i cliché dei film di zombie e fantasmi tipicamente anni 80. Serie B, ma curata e ben girata. Da recuperare. 


1990 Ritorno al futuro parte III (Back to the Future Part III)
di Robert Zemekis con Christopher Lloyd, Michael J. Fox, Mary Steenburgen

Anticipando una tendenza degli ultimi anni, al terzo e ultimo capitolo la celebre saga dei viaggi del tempo cerca le proprie radici ai tempi del vecchio west. Viene però così a mancare il fattore nostalgia che aveva caratterizzato i due capitoli precedenti legati agli anni 50, dato che il passato remoto del vecchio west è troppo remoto per suscitare simpatie nostalgiche confrontandolo con il presente (degli anni 80). E infatti si vedono più o meno le stesse gag scemotte di “Timerider”, mescolate ai soliti tormentoni della serie, che al terzo giro cominciavano però a stufare.

sabato 7 aprile 2012

nuovi western - 2006

Western del 2006

Un altro anno piuttosto interessante, che vede il ritorno di un maestro del genere con un classico del western recente e la presenza di due pellicole perlomeno affascinanti, anche se decisamente non per tutti i gusti.


Broken Trail - Un viaggio pericoloso (Broken Trail)
di Walter Hill. Con Robert Duvall, Thomas Haden Church, Greta Scacchi, Gwendoline Yeo, Chris Mulkey

Quarto western di Walter Hill (il sesto contando anche il western moderno alla Peckinpah “Ricercati: ufficialmente morti” e l'hard-boiled ambientato nel West “Ancora vivo”), il primo libero dall'impegno, a volte limitante, del rispetto della cronaca storica e dall’ombra di ingombranti maestri da ossequiare. Anche in questo non mancano comunque omaggi e citazioni al passato glorioso del genere. Girando la sua opera più posata e classica, con i personaggi più normali mai visti in una sua pellicola, Hill realizza probabilmente uno dei suoi migliori film in generale. Una pellicola fuori dal tempo e da ogni moda, che di certo non lo ha riportato nelle grazie della maggioranza degli appassionati di cinema, che sembra averlo dimenticato, come del resto sembra aver dimenticato molti altri maestri del cinema degli anni 70 e 80, le cui opere sono ancora saccheggiatissime dal cinema odierno. E men che meno lo ha riportato nelle grazie dei produttori, infatti ad oggi, dopo sei anni, resta il suo ultimo film.


Anche se scriviamo “film” in realtà si tratta di una miniserie di due episodi da un'ora e mezza, ma che non ha niente di televisivo nel senso negativo del termine (tipo "Desolation Canyon" di cui scriviamo qui sotto), a cominciare da una sfolgorante fotografia dai larghi spazi e i colori caldi. Anzi, come capita sempre più spesso ai registi esiliati dal mondo sempre meno dorato del cinema, grazie alla committenza televisiva Hill ritrova la possibilità di raccontare una storia con il ritmo e i modi che si adeguano al narrato e non viceversa,  prendendosi tre ore per raccontare tutto con comodo, lasciandosi volentieri guidare dagli attori e permettendosi numerose divagazioni ironiche o intimiste, che spesso diventano poesia fordiana. Lo stile è quello composto e asciutto dei classici degli anni 50, gli attori hanno facce vere e vissute, le splendide scene d’azione sono secche e veloci. Il tutto va a comporre un affresco umano e avventuroso avvolgente ed epico, girato ad altezza uomo, come si diceva dei film di Hawks, Mann e di altri maestri classici.

La storia delle cinque prostitute cinesi salvate da due cowboy dal cuore d'oro, e il conseguente viaggio di liberazione e riscatto, era ad alto rischio di patetismo e retorica, ma è soprattutto a questo livello che entrano in gioco la classe e la sapienza cinematografica di Hill, che riesce a dare al tutto un tono laconico e disincantato, profondamente western. Tra gli attori giganteggia un umanissimo Duvall che rifà praticamente lo stesso personaggio di "Open Range". Ottimi anche il sottovalutato Thomas Haden Church, che qui sembra un James Coburn giovane, e una sofferta Greta Scacchi. Carine e simpatiche anche le cinque attrici cinesi. Tutte interpretazioni che è possibile gustare solo in originale dato che, ancora una volta, il doppiaggio italiano realizzato al risparmio è avvilente.

Non mancano, come si diceva, le esplicite citazioni di classici come "Ombre rosse" e "Il fiume rosso", oltre a qualche riferimento a Peckinpah sempre presente in Hill. Ma sono omaggi e richiami perfettamente inseriti nella trama, che non evocano quell'aria da cinema di fantasmi che impregnava, e comunque rendeva affascinanti, opere come "I cavalieri dalle lunghe ombre", "Wild Bill" e "Ancora vivo". È un western dall’aria antica, ma vivo.


Dicono di lui…

“Un vero e proprio film fiume (effettivamente la pazienza ci vuole tutta per arrivare in fondo), destinato alla televisione via cavo americana, l’ultimo lavoro di Walter Hill, quasi tre ore di western, con tanto di tempi morti, ed una storia che si prende tutto il suo tempo, probabilmente pure troppo. Un film fuori tempo massimo per come è raccontato, anomalo, ma gradevole. [...] Hill dimostra di possedere ancora un certo tocco, la storia non è affatto originale, ma il tempo (tanto) scorre ugualmente veloce, perché i personaggi sono delineati con cura. Certo sa di operazione retrò, non è perfetto, ma merita comunque un po’ di pazienza, anche perché Duvall, non butta mai via una scena con la sua presenza che sa di esperienza e gli scenari rappresentati in campo lungo riempiono spesso gli occhi. Non il massimo della vita obiettivamente, ma comunque un prodotto che merita un po’ di considerazione, appunto perché affronta un genere ed un mondo ormai completamente ignorato senza piegarsi alla modernità, anteponendo gli ideali al resto. Coraggioso. [...]”

"E se Walter Hill non riesce più a trovare spazio per raccontare le sue storia poco "rassicuranti" ecco che spuntano i grandi network televisivi che gli mettono a disposizione piccoli budget per proseguire "il suo grande cinema" fatto di sudore, sangue, lealtà, onore... caratteristiche che rispecchiano appieno le fasi salienti di questo film per la tv, questo grande western ipercrepuscolare, dove ormai i cowboy sopravvivano a se stessi e al loro mito, ma che comunque hanno ancora onore e saggezza da vendere. Un western, comunque, atipico negli stilemi e fuori dal dogma classico anche della rinnovata visione dagli anni '70 in poi, dove Hill inserisce all'interno del dogma delle varianti del tutto personali come ad esempio la composizione dello strano, ed inusuale, gruppo di protagonisti, dove accanto al "vaccaro" tutta saggezza ed amarezza e ad un nipote un po' testa calda ma dal cuore tenero inserisce un gruppo di cinesi destinate al mercato delle schiave e quindi alla prostituzione. [...] Una storia che non cerca altro che mettere in mostra uno stile di vita che non esiste più, ma non nelle modalità ma nell'anima... Quell'anima che Hill mette in Broken Trail... un lungo viaggio alla ricerca di un tempo che non esiste più..."


Seraphim Falls - Caccia spietata (Seraphim Falls)
di David Von Ancken. Con Liam Neeson, Pierce Brosnan, Anjelica Huston, Wes Studi

Un uomo (Pierce Brosnan) fugge tra montagne, praterie e deserti inseguito da un gruppo di individui guidati da un uomo (Liam Neeson) che vuole vendicarsi di qualcosa accaduto durante la guerra Civile. Scorrerà molto sangue e niente andrà come previsto.

Uno di quei film in cui furbizia e autentica ispirazione si intrecciano senza possibilità di distinzione. La tendenza al simbolico, alla metafora, al riferimento biblico può annoiare e infastidire quanto risultare profonda e accattivante a seconda delle aspettative. Anche sul piano dello stile il regista e sceneggiatore è abile nel soddisfare certe esigenze spettacolari, soprattutto attraverso alcune scene di violenza decisamente d’effetto, e allo stesso tempo nel creare sequenze ambigue e sfuggenti. Comunque di sicuro una pellicola che corre i suoi rischi, in cerca com'è di una sua originalità e che certo non sembra nata per soddisfare nessun tipo di pubblico in particolare. Probabile valvola di sfogo creativa di un prolifico regista di serie TV, qui ad oggi al suo unico lungometraggio per il cinema.


Nonostante la sua ambiguità, o forse proprio per questo, è un film notevole, che evita molti luoghi comuni del cinema alternativo odierno (non è un titolo da Sundance Film Festival, per capirci), che può contare sul tono felicemente imprevedibile della storia e che mette in scena personaggi affascinanti ed imperscrutabili. Parte come un gran film d'inseguimento, crudo e violento, prosegue come un western metafisico, in cui i protagonisti fanno bizzarri e spiazzanti incontri, si conclude in un'atmosfera allucinata e onirica. Il riferimento principale sembrano essere i western allegorici e criptici di Monte Hellman, soprattutto “La sparatoria”, anche se Von Ancken non possiede lo stile prosciugato e visionario di Hellman e in confronto a quei film il suo risulta molto più abituale e canonico, soprattutto a livello di confezione. In questo senso più convenzionali del dovuto risultano i flashback durante la guerra civile, dal sapore troppo "spaghetti western" e la tendenza a mostrare quello che era forse meglio lasciare all'immaginazione degli spettatori. Ma il tono da ballata misteriosa e allusiva regge bene per tutto il resto del film. 

Non sempre a fuoco ma comunque in parte Pierce Brosnan, forse aiutato dal pizzo che gli leva l’aria sempre un po’ da manichino (e lo rende uguale a Kit Carson, il pard di Tex Willer), ottimo anche l’implacabile Liam Neeson e perfetti tutti i comprimari, tra cui si ritaglia la solita parte da maniaco Michael Wincott, il cattivo de "Il corvo" e "Strange Days". Il finale allucinato è impreziosito dalle apparizione sulfuree di un enigmatico Wes Studi, sorta di Caronte indiano, e di un'inquietante Anjelica Huston, maliarda e ciarlatana con il carrozzone, una delle apparizioni più criptiche del film.


Dicono di lui…

"Archetipi e simboli solenni sfilano in parata in "Seraphim Falls", un affascinante vecchio western di poche parole e allo stesso tempo una pesante elucubrazione che si sviluppa con la pomposità di una bigotta allegoria biblica. In questo dramma accademico, di vendetta e perdono, ambientato nel 1868, Pierce Brosnan e Liam Neeson sono soldati che hanno combattuto sui lati opposti della guerra civile e sono ora impegnati in un inseguimento mortale che li porta dai monti del Nevada ad uno scontro finale nel deserto. [...] È chiaro in ogni sequenza che "Seraphim Falls" ha tutti i geni del classico western nel suo DNA. Ma non si scioglie mai abbastanza, preso com’è a convincerci che Carver e Gideon sono le pedine di una più ambiziosa allegoria. E quando arriva il momento critico per il film di svelare il nocciolo della questione, si vira sul pretenzioso, sul gioco di prestigio surreale. [...] Il suo elemento più forte è la maestosa austeritò della fotografia John Toll ("Braveheart", "La sottile linea rossa"), in cui la severa bellezza del paesaggio western sovrasta i personaggi come un rimprovero silenzioso."
(Stephen Holden, “New York Times”, 26/1/2007)

“Pareva un fondo di magazzino e invece è una mirabile rapsodia della violenza che lascia il segno. È uscito in sordina senza manco i flani, in una manciata di sale in tutto, in ritardo (è del 2006), con un titolo da fondo di magazzino action anni 80, magari con Chuck Norris e tagliato di 20 minuti. Epperò è un film di quelli che lasciano il segno, un western duro e puro, sanguigno e sanguinante, appassionante come pochi. [...] Nessuno dimentica, difficile dire chi è buono e chi è cattivo. Non è tempo d’eroi. Resta la forza primordiale della natura che non fa sconti, costringe ad arrivare all’essenza di se stessi anche per trovare la forza di scaldarsi le mani congelate nelle budella di un cadavere ancora caldo. Produce Mel Gibson, dirige un giovinastro che viene da Californication, The Shield, CSI: NY. Rapsodia della violenza, realistica, cannibalica, mai banale né gratuita. [...]”


Summer Love
diPiotr Uklanski, con Val Kilmer, Boguslaw Linda, Karel Roden, Katarzyna Figura, Anna Baniowska, Marek Barbasiewicz

Il discorso fatto per "Seraphim Falls" sulla fumosità dei contenuti di un'opera è applicabile all’ennesima potenza per questa incredibile oggetto cinematografico: "Pubblicizzato come “il primo western polacco” è un folle esperimento del famoso (ma non in Italia) artista visuale Piotr Uklanski, che, da appassionatissimo del genere, tenta la strada del western allegorico e concettuale."

Un film “d’arte” più vicino al concetto di video installazione che non una pellicola indirizzata ad un pubblico canonico, sia pure d'essai. Eppure è senza dubbio un western ed è indubbia l'efficacia con cui vengono riprodotti lo stile trasandato e “libero”, i colori granulosi e l’aria dimessa dei più poveri spaghetti western degli anni 60 e 70, imitati perfino nello stile delle scritte dei titoli di testa. Più dubbia la capacità di usare questo materiale per dire qualcosa di nuovo, dato che i vezzi anti-narrativi e i simboli stranianti che costellano l’opera sanno spesso di già visto e già detto. A meno che l’intenzione non fosse anche quella di riprodurre, e in un certo senso parodiare, certi vezzi del cinema sperimentale e d’autore sempre degli anni 60 e 70. In effetti un paio di lunghi ed estenuanti monologhi verso la fine (in un film in cui gli attori più che altro mugugnano monosillabi) sono la ripresa di un tale usurato luogo comune del cinema più artistoide di quegli anni che la caricatura sembra dietro l’angolo. È del resto molto probabile che il film sia ricco di riferimenti politici e sociali sulla Polonia che rimangono del tutto oscuri allo spettatore occidentale. Ad ogni modo sono i momenti western i più riusciti, con lo stile sospeso ed ellittico del regista che riesce a creare momenti suggestivi ed interessanti.

"In un Far West spettrale e popolato da figure-archetipo (lo Straniero, lo Sceriffo, il Morto...) un gruppo di uomini si contende ferocemente la taglia di un bandito ucciso e le grazie di una donna (una sfioritissima Kasia Figura). Lento ai limiti dell’agonia e con pochissimo ritmo, nonostante la notevole dose di sangue e sadismo, raffigurata però in una maniera strana e quasi astratta, con follie di regia come inquadrature dagli occhi di un morto o da dentro la canna di una pistola. Pochi, invece, i dialoghi, pronunciati peraltro in un inglese stentato e piuttosto improbabile. Singolare l’ambientazione, interamente polacca, e molto suggestive alcune immagini. Niente male nemmeno la colonna sonora. C’è addirittura una star hollywoodiana come Val Kilmer, anche se non pronuncia una parola per tutto il film (interpreta il morto). Il Giusti nel suo dizionario lo definisce un via di mezzo tra un film d’arte e un western di Demofilo Fidani. Aggiungerei una sorta di ibrido tra "Dead Man" e "Matalo!", con la differenza che se certi esperimenti surrealisti li faceva Canevari negli anni settanta veniva guardato con disprezzo, mentre Uklanski lo proiettano al Whitney Museum di New York. Indubbiamente poco riuscito, ma tutto sommato curioso e con un suo fascino." (Mauro Mihich)


Dicono di lui…

"[...] A dire la verità ci mancava un western polacco: non nel senso che ne sentissimo la mancanza, bensì che non ne avevamo mai visto uno. Le note di produzione strombazzano comunque questo Summer Love come il primo film del genere sorto negli studios del paese di Zanussi e Polanski; in effetti grossomodo a queste latitudini ricordiamo alcune parodie cecoslovacche d’annata e soprattutto una bella coproduzione ceco-polacca (Bisogna uccidere Sekal, di Vladimir Michalek, 1998) che si rifaceva all’estetica western e fra l’altro condivideva con questa pellicola l’attore principale, Boguslaw Linda. [...] un’operazione di stranita riproposizione dei luoghi comuni del western [...] il tutto rallentato, anzi “ipnotizzato” in un ritmo che non si comprende se sia volontariamente sornione e mescalinico, o sia semplicemente dovuto alla incapacità del regista esordiente di dare i tempi giusti a una vicenda fin troppo diluita. [...] Lo stesso autore di questa a tratti sconcertante rivisitazione della frontiera spostata ad est si è cautelato dicendo di non avere in mente né una pura parodia né un classico fuori tempo massimo che rispetti le regole del genere; a dire il vero però si fatica a ritrovare sullo schermo il suo intento dichiarato di fare “un film allegorico che usa il linguaggio codificato del Western per affrontare l’identità etnica e l’autenticità culturale” in quanto problemi della contemporaneità. A noi questo sembra piuttosto uno di quei classici film freak della cinematografia mondiale che entrerà di diritto fra le chicche enciclopediche per cast e trash involontario. Nonostante tutto: a tratti divertente.


Bandidas
di Joachim Roenning e Espen Sandberg, con Penelope Cruz, Salma Hayek, Steve Zahn, Dwight Yoakam, Sam Shepard

Fallimentare e costoso capriccio delle due star latine del cinema hollywoodiano, la messicana Selma Hayek e la spagnola Penelope Cruz. In altre occasioni due piccolette molto sexy, ma in questo caso due insopportabili oche che per tutto il film non fanno che battibeccare in siparietti che vorrebbero essere simpatici e brillanti e finiscono per essere solo imbarazzanti. È persino inquietante notare che nonostante tutti i soldi spesi e la confezione patinata il risultato vada a parare dalle parti dei più sgangherati e raffazzonati western comicaroli italiani degli anni 70, che almeno avevano la scusa di essere girati con budget da morti di fame. Identiche infatti la mancanza di una qualsiasi atmosfera western ancorché virata al comico, l'ironia infantile e mortificante, la trama senza fili e piena di insensati scarti di tono. Si passa da trucidi massacri compiuti dal cattivo nerovestito, a sequenze come quella delle due protagoniste che si allenano per diventare rapinatrici come fosse uno sport (probabilmente la trovata più avvilente del film, davvero degna del “fagioli western” più improvvisato) o, ancora, da scenette in cui la Cruz conversa con la sua cavalla intelligente in puro stile “Francis il mulo parlante”, ad altre in cui la Hayek tira fuori pistolotti sull’arroganza politica ed economica degli yankee. (Anche se alla fine il banchiere americano è un onesto brav'uomo e il corrotto è il governatore messicano.) Vien da chiedersi se, tra i tutti i soldi buttati via per un’operazione del genere, non valesse la pena dirottarne una manciata per assoldare uno sceneggiatore con un minimo di sale in zucca. Magari risparmiando qualcosa sugli improbabili, pacchiani e immagino griffatissimi costumi da cowgirls sfoggiati dalle due attrici.


Dicono di lui…

“Vacua sciocchezzuola diretta da due registi pubblicitari norvegesi, interpretata da due star latine e scritta e prodotta dal Ridley Scott europeo, Luc Besson, uno che con la sua Europacorp batte la strada del blockbuster d’azione autoctono e ad encefalogramma piatto e che sembra averci preso gusto a banalizzare generi e categorie. In questo caso se la prende con il western, nei confronti del quale dimostrava molto più riguardo perfino il peggior film di Eduardo Mulargia. Detto che, comunque, il western al femminile al cinema non ha quasi mai funzionato (ricordo con piacere solo La texana e i fratelli Penitenza), i due registi dirigono con lo stile di uno spot della Heineken, sprecando un grandissimo apparato tecnico (Thierry Arbogast alla fotografia, Éric Serra alla colonna sonora) e le belle locations messicane con una commediola innocua e spompata, giustamente massacrata dalla critica e accuratamente evitata dal pubblico. C’è addirittura, tra le righe, un messaggio anti-capitalista e filo-messicano degno davvero di miglior palco e che mal si addice all’estetica tutta americana del film (sarebbe stato molto più centrato, ad esempio, se il film fosse stato girato in Spagna e diretto come uno Spaghetti Western). Vengono buttati nella mischia anche un paio di bravi attori come Sam Shepard, che fa la delirante parte del trainer delle protagoniste, e il cantante country Dwight Yoakam, invero piuttosto efficace come cattivo. Va da sé, quindi, che l’unico motivo di interesse, soprattutto per gli amanti delle cowgirls, siano le due stragnocche protagoniste, la spagnola Penélope Cruz e la messicana Salma Hayek, che sembrano peraltro piuttosto in sintonia tra loro, anche se da star hollywoodiane (quasi) di prima grandezza ovviamente stanno vestite per tutto il film e sfruttano al minimo la loro carica sexy. La loro porca figura, comunque, la fanno lo stesso.”
(Mauro Mihich)

“[...] Pur ritrovandosi Cruz e Lopez[?] come protagoniste, il film non sfrutta benissimo questa fortuna. Come momento indicativo si può considerare quello che vede Zahn legato al letto totalmente nudo in preda alle bandidas: è l'inizio di una competizione fra le due belle per decidere chi sia più seducente, a cominciare da come usano le labbra, ma l'unico – poco – divertimento è solo quello sprigionato naturalmente da loro. A questo possiamo forse aggiungere il divertimento insito nel vedere la stramba parrucca che Dwight Yoakam si ritrova in testa. [...]”

CONTINUA A LEGGERE QUI.
(Stefano Disegni)


Desolation Canyon
di David S. Cass Sr., con Stacy Keach, Patrick Duffy, Kenny Johnson, Kelly Overton, A Martinez

Uno sceriffo (Patrick Duffy, il sempre inespressivo Bobby di "Dallas") insegue quattro fuorilegge, che oltre a rapinare la banca hanno anche rapito un bambino, figlio del capobanda. Ad accompagnarlo anche un pistolero in ritiro (Stacy Keach, che per quanto annoiato, col panzone e un orrendo zazzerone, è l'unico che non sembri capitato su un set western per caso), che è a sua volta padre del capobanda e quindi nonno del bambino.

David S. Cass Senior è un prolifico tuttofare specializzato in western televisivi a bassissimo costo. Regista, attore, sceneggiatore, produttore: fa di tutto. E lo fa male. Perché anche considerando il fatto che i suoi film sono probabilmente indirizzati ad un pubblico di famiglie e di persone anziane (quest'ultimo un target molto ambito dalle tv americane), non si può fare a meno di ritenerli di una noia assolutamente micidiale. Già regista western nel 2002 della miniserie "La guerra di Johnson County" (e considerando quanto riesce ad annoiare con i suoi filmetti di un'ora e venti, non osiamo immaginare cosa possa aver fatto con a disposizione quattro ore), ha diretto anche il soporifero e melenso "Il sentiero per Hope Rose". Questo almeno è un western vero. O meglio, c'è della gente vestita da cowboy, che dice banalità che dovrebbero essere da western e si aggira tra i sempre affascinanti paesaggi dell’ovest americano. Peccato che praticamente faccia solo quello. Infatti dopo la rapina iniziale per tutto il film vediamo solo gente che cavalca e parla o in alternativa che si accampa e parla. E continua a parlare anche nelle sole due sparatorie di tutto il film. Come se non bastasse la mancanza d’azione, il film ci propina delle caratterizzazioni dei personaggi di una insulsaggine sconcertante e un’indigesta e fuori luogo dose di buoni sentimenti, a base di bambini coraggiosi, mamme apprensive, cattivi che si redimono all’ultimo minuto e cacciatori di taglie compassionevoli. In confronto un qualsiasi episodio di Rin Tin Tin rischia di apparire più realistico e crudo.

Dicono di lui…
"È un western molto ben fatto. La trama è interessante e gli attori Patrick Duffy e Stacey Keach legano bene a livello chimico sullo schermo. [...] I personaggi sono interessanti, in particolare i due protagonisti. Lo sceriffo Swede è appassionato di piccoli detti, come "Quando un uomo arriva al secondo posto in una sparatoria, non potrà vantarsene" e "Può non piacerti la verità, ma questo non la cambia.” Consigliato anche ai ragazzi di dodici anni, soprattutto perché c'è sì una certa violenza, ma poco sangue. Anche il linguaggio è pulito."
("MovieReview", 7/1/2006)

Scusi, dov’è il west?


The New World
di Terrence Malick. Con Q'Orianka Kilcher, Christian Bale, Jason Aaron Baca, Colin Farrell, Ben Mendelsohn, David Thewlis, Christopher Plummer

La leggenda di Pochahontas (il cui nome per altro non viene mai citato) raccontata come fosse un poema epico e con le cadenze di una sinfonia classica più che di un film. Comunque di sicuro non un film western, nonostante una suggestiva parata di pellerossa come non si vedeva da “L’ultimo dei Mohicani” di Michael Mann. Tra cui un totemico Wes Studi, protagonista di alcune affascinanti sequenze nell'Inghilterra del 600 dove si aggira per giardini e cattedrali, e la principessa indiana più credibile mai vista, una luminosa e giovanissima Q'Orianka Kilcher, classe 1990, i cui impegni di attrice sono secondari rispetto alla sua attività come attivista per i diritti umani. È la storia della perdita di un paradiso naturale e spirituale, dovuta all’incapacità dell’uomo civilizzato di guardare il mondo con il necessario stupore. Il solito Malick, variamente ammirato e detestato, sicuramente inconfondibile.

mercoledì 4 aprile 2012

Giulio Petroni 5 - I «Provvidenza»

LA SERIE DI «PROVVIDENZA»
E DI COME UNA RISATA SEPPELLI' IL WESTERN ALL'ITALIANA



L’uscita nelle sale il 22 dicembre 1970 di Lo chiamavano Trinità con il suo incasso di oltre tre miliardi di lire ebbe sul western italiano un effetto tellurico paragonabile a quello di Per un pugno di dollari sei anni prima.
Produttori, registi e attori che dopo l’uscita del film di Leone avevano fatto a gara nell'elargire al pubblico in centinaia di pellicole dosi sempre più massicce di violenza e cinismo all’improvviso presero a dispensare agli stessi spettatori sapide gag e scenette comiche, affossando ben presto il genere sotto il sapore greve della farsa.
Forse il filone stava esaurendo la sua spinta propulsiva, in Italia come in America, e il “fagioli-western” ne fu l’ultimo colpo di coda, ma “quando si arriva alla parodia, alla commedia, vuol dire che un genere sta finendo, che non è più credibile…” (Marco Giusti).
Sta di fatto che la messa in berlina con totale disinteresse e italica superficialità di personaggi e stilemi con i quali ci si era confrontati ad armi pari e sul loro terreno con i maestri americani fu prodromo della totale e completa estinzione da lì a pochi anni di un genere ammirato in tutto il mondo: il western all’italiana.

Anche i maestri dello spaghetti western come Giulio Petroni dovettero loro malgrado adeguarsi alla nuova moda e se non serve sottolineare che nessuno di loro riuscì a replicare l’impareggiabile mix, e tanto meno gli incassi, dei film di Barboni con la coppia Hill-Spencer, la breve serie di “Provvidenza” fu tra i prodotti più dignitosi realizzati sulla scia dei Trinità, soprattutto grazie alla verve e al trasformismo di un grande attore ancora colpevolmente troppo sottovalutato, Tomas Milian.
Petroni si occupò solo del primo film della serie, il più riuscito dei due, mentre il secondo fu affidato ad Alberto de Martino.

1972 LA VITA, A VOLTE, E’ MOLTO DURA, VERO PROVVIDENZA? di Giulio Petroni, con Tomas Milian, Gregg Palmer, Janet Agren, Maurice Poli, Giovanni Cianfriglia, Carla Mancini, Paul Muller, Mike Bongiorno



Ultimo western di Giulio Petroni, anche lui costretto come altri suoi colleghi a cimentarsi nella variante “fagioli” alla Trinità, l’unica a funzionare ancora al botteghino a inizio anni settanta.
Il film tenta palesemente di agganciare lo stesso pubblico che aveva decretato l’enorme successo dei film di Enzo Barboni, mettendo in scena la prevedibile serie di scazzottate, rutti e fagiolate e con il grosso Gregg Palmer che cerca di rifare il personaggio di Bud Spencer, ovviamente non avvicinandovisi nemmeno.
Non c’è nemmeno una vera e propria trama, ma solo un susseguirsi di gag e scenette, alcune simpatiche, altre meno riuscite (molte delle quali sono di Castellano e Pipolo, futuri mattatori delle commedie con Celentano e Pozzetto).
Anche lo spettacolare paesaggio dell’Almeria, così ben utilizzato da Petroni nei suoi precedenti western, è sostituito da fin troppo riconoscibili scenari italiani.
Se il film in qualche modo funziona è quindi soprattutto grazie a Tomas Milian, nel ruolo dell’indovinato personaggio di Provvidenza, una specie di Charlot in versione western, protagonista di una performance buffa e clownesca a base di umorismo surreale e prodezze fisiche da cartone animato.
Puramente decorativa, invece, la partecipazione della svedese Janet Agren e semplicemente delirante quella di Mike Bongiorno, che propone una versione western di Lascia o raddoppia.
La colonna sonora di Ennio Morricone è simpatica e azzeccata, mentre l’ottimo montaggio è di Nino Baragli, montatore di fiducia di Sergio Leone.
Il film ebbe un ottimo successo, tanto che l’anno successivo ne venne prontamente messo in cantiere un seguito, diretto però non da Petroni, ma da Alberto De Martino.
Certo non siamo ai (dis)livelli di Carambola e affini e tra i numerosi emuli di Trinità è sicuramente tra i più riusciti, visto che non gli mancano né un certo garbo né il mestiere da parte di Petroni, però se lo si confronta con i duelli di Da uomo a uomo, il climax rivoluzionario di Tepepa, le atmosfere notturne de La notte di serpenti e la vena tragicomica di …e per tetto un cielo di stelle mette davvero tristezza.

1973 CI RISIAMO, VERO PROVVIDENZA? di Alberto de Martino, con Tomas Milian, Gregg Palmer, Carole André, Rick Boyd, Luciano Catenacci, Angel Ortiz, Yu Ming Lun, Carla Mancini




Spompatissimo sequel del primo Provvidenza di Petroni (che già non è che brillasse per particolare verve...) affidato alle meno dotate mani di Alberto de Martino (che pure qualche buon western serio, come Django spara per primo, lo aveva diretto).
La formula rimane quella del primo episodio, cioè una serie di gag e scenette, tutte abbastanza pietose, cucite tra di loro con lo sputo.
Se il primo capitolo era ancora passabile in questo seguito (messo in cantiere in fretta e furia per bissarne il successo), sempre scritto da Castellano e Pipolo (autori come registi di alcune tra le peggiori nefandezze della commedia anni ottanta), si raschia veramente il fondo del barile, con numeri musicali orrendi, trovatine una più insulsa dell’altra e scenette di quarta mano che non farebbero ridere nemmeno un bambino di sei anni (target a cui il film, a vederlo, pare rivolto).
Di western non rimane più niente, visto che si parla indistintamente in veneto, siciliano e ovviamente romano, compaiono o vengono citati personaggi della televisione del tempo come Nando Martellini e il mago Silvan, ci sono numeri di pattinaggio e di karatè.
Mette davvero tristezza vedere caratteristici storici del genere come Rick Boyd ridotti a fare le macchiette di se stessi.
Ed è davvero un peccato che dopo la decina d’anni nei quali il western italiano aveva aperto una nuova scuola e spopolato ovunque nel mondo non si sia trovato di meglio, e anzi quasi non si sia vista l’ora, di gettare tutto alle ortiche attraverso l’auto-parodia.
Il film avrebbe anche un bel budget, superiore al primo episodio, visto che ci sono scene in Almeria, la fotografia addirittura di Alejandro Ulloa e le musiche di Morricone e Nicolai (la cosa migliore del film), il che rende ancora più inspiegabile come si siano potute sprecare tante risorse per ottenere un risultato così inutile e privo di senso.
Consigliato solo ai fan di Tomas Milian, per vedere il mattatore romano-cubano nella sua ennesima performance versatile e istrionica (anche se pure lui sembra molto meno convinto rispetto al primo episodio). Tutti gli altri si astengano.

Mauro Mihich

venerdì 30 marzo 2012

Giulio Petroni 4 - La notte dei serpenti

1969 LA NOTTE DEI SERPENTI di Giulio Petroni, con Luke Askew, Luigi Pistilli, Magda Konopka, Chelo Alonso, Guglielmo Spoletini, Franco Balducci, Benito Stefanelli



Dopo l’enorme successo degli altri tre, questo quarto gioiello sfornato da Petroni è un misconosciuto grande film maledetto. E’ l’unico film con protagonista Luke Askew, attore hippie diventato noto per una particina in Easy Rider, che sarà poi caratterista in molti western americani degli anni ’70, in particolar modo lo si ricorda come braccio destro di Kris Kristofferson in Pat Garrett & Billy The Kid. Con il suo viso lungo e malinconico dona al suo personaggio un’umanità insolita in uno spaghetti western. E’ anche uno dei rarissimi spaghetti con al centro un personaggio in cerca di riscatto. Se la violenza è quella degli spaghetti western, tira anche un’aria da western crepuscolare. Grandiosa la cupissima messa in scena con sequenze dall’atmosfera quasi horror, in cui Petroni dimostra ancora una volta di essere un regista di grande finezza.



La prima parte, in particolare, va contro a molti dei cliché del genere, con un eroe mai così perdente e umiliato e una singolare e ammaliante atmosfera di attesa, punteggiata da sequenze dai toni lugubri e quasi horror molto prossime ai film gotici.
Del tutto particolari anche il disfacimento morale e la corruzione che caratterizzano i personaggi della cittadina messicana, tutti legati da avidità, invidia e desiderio sessuale represso (notevoli le sequenze del prete che insidia la prostituta del paese), da cui traspare tutto lo spirito antiborghese e anticlericale di Petroni.
Anche il fulcro della storia gialla è abbastanza “forte” e fuori dagli schemi, visto che è basato sull’uccisione di un bambino.
Le angolazioni di ripresa inusuali, lo sviluppo più per suggestioni che seguendo una vera e propria trama, l’inserimento di brevissimi e allucinati flashback e la sottolineatura della straniante musica di Riz Ortolani completano il quadro di una messa in scena onirica e affascinante, di grande impatto visivo.
La seconda parte è senza dubbio più convenzionale e rispettosa delle regole del genere. Ma è anche assolutamente entusiasmante, con l’eroe in cerca di riscatto che si scatena in duelli e coreografiche sparatorie, che Petroni dirige da grande maestro del genere con violenza e cinismo dispensati a piene mani.
Il protagonista Luke Askew è una figura di eroe western assolutamente memorabile, e l’andatura indolente e dinoccolata e la poca espressività ne accentuano sensibilmente il fascino. Inoltre sfoggia un look da applausi: capello di paglia pieno di buchi, trench perennemente impolverato e sandali.
E’ anche uno dei protagonisti degli SW a proferire meno parole in assoluto: saranno si e no una decina, di cui la più frequente è “Tequila!”.
Impossibile, inoltre, non sottolineare la presenza di due tra le più belle attrici del western europeo: la cubana Chelo Alonso e la polacca Magda Konopka.
Il film, infine, caso abbastanza raro per il genere, è ambientato interamente in un pueblo messicano e il Messico del film, secondo Marco Giusti, “sembra un incrocio tra quello di Luis Buñuel e quello di Sam Peckinpah”.



 Tommaso Sega e Mauro Mihich

giovedì 29 marzo 2012

nuovi western - 2003 bis

Un altro western del 2003

Un titolo del 2003 che mi ero perso per strada.

(Neanche il tempo di recuperare questo, che ho anche scoperto l’esistenza di un altro succoso titolo western che ho mancato, questa volta del 2002: “King Of Texas”, nientemeno che la versione western di King Lear con Patrick Stewart, che tutti conosciamo per essere stato il capitano pelato delle serie di Star Trek degli anni 90, ma che è anche un grande attore del teatro shakespeariano. La regia è del solitamente moscio Udi Edel, ma il trailer sembra intrigante. Peccato che sembri introvabile.)


Hard Ground - La vendetta di McKay (Hard Ground)
di Frank Q. Dobbs, con Burt Reynolds, Bruce Dern, Martin Kove, Amy Jo Johnson, Seth Peterson

Un feroce bandito compie una serie di rapine per finanziarsi un piccolo esercito e mettere così a ferro e fuoco il confine tra Stati Uniti e Messico. Visto che sulle tracce della spietata banda c'è solo un giovane vicesceriffo inesperto, l' anziano sceriffo, suo zio (Bruce Dern), chiede aiuto ad un vecchio pistolero (Burt Reynolds) che sta scontando vent’anni di carcere, e che è il padre del ragazzo. Alla caccia si unirà una ragazza, unica sopravvissuta ad una strage della banda e venduta come prostituta.

Tipico western televisivo, dai molti stereotipi e dal ritmo indugiante, ma con uno suo fascino demodé. Questo tipo di tv-movie sembrano fatti per mettere comodi gli spettatori. Quindi, nonostante un’insolita dose di violenza per un prodotto di questo tipo, è un film che bada bene di restare in superficie delle cose che racconta. Il viaggio dei protagonisti verso la resa dei conti con la banda non ha nulla di catartico e non ci sono particolari complicazioni psicologiche. Quel che conta sono i dialoghi attorno al fuoco, le cavalcate contro cieli ben fotografati, i rimbrotti e gli attestati di stima reciproci. Tutto è costruito per mettere in mostra l’esperienza di vita e la concretezza dei due protagonisti anziani, cui fa contrappunto l'inesperienza dei due personaggi giovani. I due vegliardi sono ovviamente l’incarnazione di un'America violenta, ma dagli incrollabili principi di lealtà e di rispetto dei ruoli sociali. È lo sceriffo ad aver arrestato il pistolero, nonostante fosse il marito della sorella, ma il pistolero non serba alcun rancore verso il cognato. Al contrario gli avversari sono un concentrato di pura malvagità (uccidono anche una bambina), sempre pronti al tradimento reciproco. Il capobanda in particolare sembra agire più per piacere di scatenare il caos e compiere azioni crudeli che per un reale tornaconto. Per tutto il film gira persino con il cappello di un soldato che ha ucciso, con tanto di foro di proiettile insanguinato in corrispondenza della fronte.


Film tanto lineari e schematici funzionano se funzionano gli attori. E in questo caso Burt Reynolds e Bruce Dern fanno la differenza rispetto a molti prodotti analoghi votati alla fiacchezza senile. Va da sé che non stiamo parlando di un film che sprizza freschezza giovanile, ma almeno non c'è il triste effetto di vedere vecchi attori hollywoodiani spompati costretti a fingere di essere ancora in gamba per ragione di copione, magari traditi da facce gonfie e doppi menti. Nonostante qualche traccia di lifting, una brutta parrucca e un pizzico di narcisismo, il sessantasettenne Reynolds è in buona forma e ha ancora un grande carisma, peccato che dopo i grandi successi degli anni 70 sia stato così poco e male utilizzato. Anche se sembra più vecchio di vent’anni Bruce Dern è suo coetaneo, ma è il classico immenso caratterista americano che saprebbe interpretare con classe anche un palo del telefono. Sono loro che danno fascino, carisma e burbera simpatia a personaggi che con altre facce sarebbero stati solo due vecchi tromboni. Efficaci anche i lombrosiani cattivi. Al solito invece inefficace il reparto giovanile, con le solite due belle facce in libera uscita da qualche telefilm adolescenziale, ma purtroppo questo è ormai un problema cronico per il western alle prese con le nuove generazioni di attori.

Una confezione povera ma di classe e una buona colonna sonora nobilitano una regia anonima, per quanto non priva di mestiere. È per altro l'unica regia western di Frank Q. Dobbs (morto nel 2006), che nella sua carriera ha però lavorato tantissimo nel western televisivo, come produttore, sceneggiatore (suo il pilot del telefilm anni 90 tratto da “I magnifici sette”), operatore, attrezzista, aiuto regista.


Dicono di lui…

“Il film sembra essere un'altra, ennesima, produzione di Robert Halmi Jr, sulla falsariga del suo lavoro per la leggendaria serie "Lonesome Dove", e, di fatto, questo film ha molti punti di contatto con quel celebre telefilm. [...] Anche se non direttamente collegato alle finalità della storia, il film mostra come gli individui di  quel periodo della storia americana, uomini simili a McKay e allo sceriffo Hutchinson, scoprirono solo da anziani che i loro sentimenti per l'ovest americano erano diventatati ironicamente simili a quelli dei nativi americani che contribuirono a scacciare. Quando il paesaggio libero e selvaggio cominciò a scomparire dalla Storia, iniziarono a provare rabbia e frustrazione. Gli spettatori che hanno eventualmente deciso di non seguire gli ultimi minuti di questo film (dopo che lo scontro a fuoco è finito) hanno, purtroppo per loro, perso le parole conclusive di McKay su questo argomento. Parole in cui potrebbero riconoscersi molti americani anziani che si sentono allo stesso modo, cento anni di vita più tardi, all'inizio di un altro secolo...”
(Glades, “IMDb” 16/11/ 2007)

“Se si ha familiarità con i film che produce e distribuisce la Hallmark Entertainment, già si intuisce che questo film non può che essere un bersaglio mancato. Ad essere onesti, non tutto il film è brutto. È sempre un piacere vedere Burt Reynolds o Bruce Dern, e in questo film ci sono entrambi. Danno al film un certo fascino e funzionano bene insieme. Ma non c'è molto altro in quest’opera. L'atmosfera non è quella giusta, dalla poco verosimiglianza della ricostruzione storica alle scenografie naturali troppo generiche. I cattivi sono sorprendentemente noiosi, non fanno molto di più che sparare alla gente sghignazzando. Il più grande difetto del film è che è molto quieto, procede a un ritmo lentissimo. Ci si sente come davanti ad un episodio western di mezzora allungato a 88 minuti.”
(Wizard, “IMDb” 7/11/2010)

lunedì 26 marzo 2012

Giulio Petroni 3 - Tepepa

1968 TEPEPA di Giulio Petroni, con Tomas Milian, Orson Welles, John Steiner, Luciano Casamonica, Angel Ortiz, Anna Maria Lanciaprima, José Torres, Paloma Cela, George Wang



Il capolavoro rivoluzionario di Giulio Petroni.
Girato in pieno sessantotto si inserisce in quel particolare sottofilone del genere denominato Tortilla Western, inaugurato da Quién sabe? di Damiano Damiani e caratterizzato dalla collocazione storica nella rivoluzione messicana di inizio novecento e la forte connotazione politica.
Anche il film di Petroni gioca sulla rivalità-amicizia tra un peone messicano (Tomas Milian in una delle sue migliori interpretazioni, che per la prima volta si doppia da sé con quella particolare inflessione romano-cubana un po’ strana ma di gran fascino) e un gringo borghese e civilizzato (un teatrale e bravissimo John Steiner, ottimo attore che non ha avuto la fortuna che meritava) e sposa la formula dell’avventura picaresca in bilico tra ideologia e spettacolo, tipiche del filone.
Al di là delle evidenti simpatie terzomondiste, la sceneggiatura di Franco Solinas, specialista in western politici (Queimada, Il mercenario), e Ivan Della Mea, celebre – al tempo – cantautore di sinistra, getta però anche uno sguardo piuttosto cinico e disilluso sulla Rivoluzione, sottolineato dall’ambiguità di fondo del personaggio di Tepepa, risultando uno degli esempi meglio bilanciati del genere sotto il punto di vista storico e ideologico.
Un’opera dichiaratamente ambiziosa (a cominciare dalla durata, 2 h e 15’) e di assoluto rilievo per la ricostruzione storica, le grandi scene d’azione, la narrazione complessa (modernissimo l’uso narrativo del flashback), le sottili psicologie dei personaggi e il bellissimo utilizzo del paesaggio desertico dell’Almeria (nella zona del Parco Naturale di Cabo de Gata-Níjar, dove lo scenario puntellato da agavi ricorda davvero da vicino quello messicano, come pure la città di Guadix, che anche Sergio Leone utilizzerà per Giù la testa).
La pellicola sarebbe da ricordare anche solo per il fatto di essere l’unico western interpretato da Orson Welles, che tratteggia magnificamente la più grande figura di colonnello sanguinario di tutti i western italiani: la prima scena in cui appare, mentre tentano di ucciderlo ubriaco al tavolo tra il cibo e le prostitute, ricorda da vicino quella con il Generale Mapache (Emilio Fernández) ne Il mucchio selvaggio, girato l’anno successivo.
Ottima e molto particolare la fotografia dai toni olivastri di Francisco Marin, operatore spagnolo imposto dalla produzione, e ormai consegnata alla Storia l'immortale colonna sonora di Morricone.



"Il suo western rivoluzionario o tortilla western. La trama vede ancora una volta il rivoluzionario cialtrone e banditesco messo al confronto con il gringo intellettuale ed elegante, come in praticamente tutti i film del sottogenere. Ma ancora una volta Petroni fa la differenza con una messa in scena impeccabile e con la grande cura per i personaggi, ricchi di risvolti psicologici che mescolano parecchio i soliti ruoli del western rivoluzionario. Se al Tepepa di Milian va al solito la simpatia del pubblico, non mancano però parecchi lati oscuri nel personaggio, inoltre per una volta il personaggio del “gringo” (interpretato dal perfetto John Steiner) non è antipatico, anche perché non è mosso da fini economici, ma dal desiderio (giustificato) di vendetta. Il bellissimo e tristissimo finale non ha nulla di ideologico o “rivoluzionario”, ma molto di crepuscolare. Nella parte di un generale nientemeno che Orson Welles, al suo primo ed ultimo western spaghetti". (Tommaso Sega)

domenica 25 marzo 2012

nuovi western - 2005

Western del 2005

Anno segnato da due uscite preziose e memorabili.
Ma anche dell’affermarsi di un curioso fenomeno: nonostante nessuno dei western degli anni precedenti avesse ottenuto grandi riscontri di pubblico, a metà circa del decennio scorso inizia a venir fuori tutta una serie di piccole produzioni western. Filmetti televisivi per il mercato del home video, opere amatoriali improntate alla nostalgia, operazioni di contaminazione tra generi (da cui si sviluppa addirittura un vero e proprio filone, quello dei western-horror di cui tratteremo a parte molto presto). Un piccolo fenomeno che continua tuttora e di cui in Italia arriva poco o niente. Sembra quasi che ci sia più voglia di fare il cinema western di quanto ce ne sia di vederlo.


Le tre sepolture (The Three Burials of Melquiades Estrada)
di Tommy Lee Jones con Tommy Lee Jones, Barry Pepper, January Jones, Dwight Yoakam, Julio Cedillo, Melissa Leo, 

Non solo il probabile capolavoro western del decennio, nonostante l’ambientazione moderna, ma uno dei più preziosi e solitari film americani degli ultimi anni. Ha la semplice grandezza di una lucida e profonda parabola morale, che parla della rimozione della morte e del dolore nell’epoca moderna, dell’illusorietà e della fragilità della vita. Forse attraversato anche da una vena polemica contro la rappresentazione sempre più giocosa e “irresponsabile” della violenza nel cinema. Ma è anche più semplicemente un’appassionate e sincera storia di amicizia che dura oltre la morte, di un viaggio di iniziazione (forzata) in un sudovest di abbagliante e pietrosa bellezza, e una spietata descrizione del vuoto della provincia americana come non si vedeva dagli anni 70. Come accade spesso, quando un grande attore passa dall’altra parte della macchina da presa, l’esordio alla regia del cinquantanovenne Tommy Lee Jones dimostra una sensibilità e un’originalità di sguardo che raramente si trovano nei registi professionisti. Il suo è un film profondamente morale, sia a livello visivo che nei contenuti, ma abbastanza disincanto ed ironico da non scadere nel moralismo.


"Davvero un grandissimo film. Un amarissimo canto funebre sulla morte del west e di un certo tipo di America. E nessun dubbio che si tratti di un western: forse, anzi, quello più intimamente appartenente al genere dai tempi de "Gli Spietati", nonostante le coordinate spesso stravolte ed irriconoscibili, a partire dall'ambientazione contemporanea. Strutturato, in maniera quasi teorica, in due parti completamente distinte, separate da una cesura netta, come nell’altrettanto magnifico "Verso il sole" di Michael Cimino: la prima, moderna, è caratterizzata da un montaggio sincopato e pieno di flashback (non a caso il film è scritto dal messicano Guillermo Arriaga, lo sceneggiatore dell’insopportabile Innaritu, che l’asciuttezza stilistica e la sobrietà di questo film però se la può sognare di notte), mentre la seconda, invece, puramente western, è un lungo viaggio iniziatico verso il recupero di certi valori e stili di vita ormai completamente perduti. Da sottolineare, e ammirare, il discorso etico e politico, di grande lucidità e rigore, con la critica a un sistema –forze di polizia comprese– che ha ormai perduto qualsiasi pietà e umanità, a favore della più becera stupidità e arroganza."

"Grandi momenti di allucinata intensità: l'incontro con il vecchio cieco, quello con i messicani che guardano la telenovela in televisione in mezzo al deserto, Tommy Lee Jones che si ubriaca nella cantina messicana. Notevoli echi peckinpahiani: la fuga verso un Messico visto come unica oasi di salvezza, il viaggio sadico e macabro alla “Voglio la testa di Garcia”, il grande personaggio di Tommy Lee Jones che, come lo Steve McQueen de “L’ultimo Buscadero”, persevera ostinatamente nel rispetto di certe regole in un mondo dove esse hanno perso completamente di senso, e la cui sconsolata constatazione della loro inutilità si traduce in immagini piene di nostalgica commozione e in uno sguardo carico di disprezzo." (Mauro Mihich)

Purtroppo in Italia, come accade sempre più spesso, il film e deturpato da un doppiaggio ottuso e dozzinale, da sitcom di seconda categoria, che devasta letteralmente il fascino dei dialoghi prosciugati e smozzicati dell’originale.


Dicono di lui…

“[...] Oltre a raccontare un viaggio verso un luogo, che ha una motivazione molto particolare, narra di un viaggio dei protagonisti intorno a sé stessi, un viaggio che ha come percorso anche la distanza che li separa. E’ l’occasione di un confronto ed è un percorso che parte da valori morali e ideali differenti. Paesaggi incantevoli a parte, è proprio la rappresentazione di questo avvicinarsi e di questo rivelarsi a reggere in maniera esemplare il film che, come detto, fa dell’essenzialità la sua migliore qualità. Una ricerca dell’essenzialità tale che le frequenti scene di flashback sono introdotte in modo trasparente e lineare, quasi fosse un flusso continuo della narrazione, senza enfasi, come se non esistesse nel racconto un prima e un dopo, ma solo un lungo durante. [...]”

“[...] Stavolta le guardie di frontiera perderanno di vista chi entra, per inseguire chi esce e fugge irregolarmente verso Sud. Paradosso geografico, che ha parecchio di politico nel sottotesto e che si richiama alla figura del loser dal viso scavato dalle rughe e dal tempo un po’ alla Eastwood, il film di Jones propone due ore di on the road desertico e naturalistico, concentrandosi sui caratteri e sulla storia e dimenticando quasi del tutto la visione. Per almeno mezz'ora sembra quasi che ci sia un tentativo di montaggio stranamente sincopato e a ritroso alla ricerca di una verità spezzettata dai diversi punti di vista dell’omicidio. Ma è un fuoco di paglia: i rimanenti novanta minuti si perdono davvero in mille rivoli di script, personaggi che svaporano nel nulla (si veda la bella mogliettina di Mike, Lou Ann, interpretata dalla bella January Jones), frasi che svolazzano nel vuoto. Ed è davvero un peccato che non sia intervenuto qualche sforbiciatore, perché le intenzioni di Jones sono quantomeno scevre di pregiudizi filosofici e di carinerie da primo della classe. [...]”

“[...]Le tre sepolture [è] un esordio stupefacente per padronanza registica e asciuttezza narrativa. Lungi dal subordinare lo sguardo della m.d.p. alla recitazione degli attori (tenuta magistralmente sotto controllo) e alla funzionalità del racconto, Tommy Lee Jones regista si ritaglia momenti di pura contemplazione naturalistica e si prende pause introspettive in cui indagare l’animo dei personaggi con una sobrietà letteralmente devastante, prolungando l’osservazione delle loro reazioni ben oltre i tempi convenzionali e rinunciando a svelarci didascalicamente tutti i loro pensieri. Scavo psicologico lontano da ogni psicologismo, in una parola. [...]”


La proposta (The Proposition)
di John Hillcoat con Guy Pearce, Ray Winstone, Emily Watson, Danny Huston, David Wenham, John Hurt, Noah Taylor

Il western ambientato in Australia meriterebbe (e prima o poi meriterà) un discorso a parte, ma in questa notevole pellicola del robusto John Hillcoat, scritta nientemeno che dal suo amico e sodale Nick Cave, c’è troppo “vero” western per non citarla in questa rassegna. E non che l’ambientazione australiana venga dissimulata. Tutt’altro.

Outback australiano. Un ufficiale dell’esercito inglese cattura due fratelli fuorilegge. Al più anziano dei due fa la proposta del titolo: libererà il più giovane solo se ucciderà un terzo fratello, ancora latitante e pericoloso. Inizia così un affresco della vita nel deserto australiano, dai toni talmente allucinati da far sembrare il selvaggio west americano un giardino d’infanzia. Più che seguire una trama principale la narrazione divaga, descrivendo personaggi immersi un ambiente naturale talmente ostile da esasperare e amplificare ogni genere di tensione: psicologica, sociale e razziale. Mettendo in scena la crisi coniugale tra l’ufficiale e sua moglie, il film si concentra soprattutto sul terribile smarrimento degli inglesi, trapiantati nella durissima realtà australiana,  dove la vita è sempre al limite della sopravvivenza, sia per i bianchi più o meno regolari che per gli aborigeni. Un avviso all'inizio del film avverte addirittura che alcune scene riguardanti gli aborigeni potrebbero apparire “offensive” nella loro crudezza.


La cosa più notevole del film sono le scene di violenza, tra le più brusche e imprevedibili mai viste. Come la trafelata e sanguinosa scena della cattura iniziale, che cita “Pat Garrett e Billy The Kid” e l’inizio di “Silverado”, ma soprattutto la memorabile scena in cui il protagonista cade in un agguato, viene gravemente ferito e viene salvato, il tutto in una sequenza che durerà, se è tanto, cinque o sei secondi. La regia di Hillcoat, non sempre perfettamente controllata, a tratti fatica ad essere all’altezza delle alte ambizioni della sceneggiatura di Nick Cave (autore insieme al fido violinista Warren Ellis anche della bella e poetica colonna sonora), a tratti forse anche troppo alte, soprattutto in alcuni dialoghi filosofeggianti. Ma nonostante qualche squilibrio l’atmosfera del film è intrigante e affascinante. E riconferma l’abitudine degli autori australiani di descrivere il loro paese come una terra quanto meno inquietante.

Gran bel cast, con in primo piano una Emily Watson al solito perfetta e un carismatico Guy Pearce, che meriterebbe maggior fortuna. Il ruolo dell’ufficiale inglese è curiosamente affidato all’ottimo Ray Winstone, che ha un fisico che lo fa sembrare più sanguigno dei burini australiani che lo circondano. Mentre Danny Huston, l’attore che interpreta il fratello maggiore da assassinare, ha per il pubblico italiano un curioso handicap: è una specie di sosia del cantante Francesco Renga.


Dicono di lui…

“Bellissimo Western Aussie scritto addirittura da Nick Cave e diretto dall’australiano John Hillcoat, il regista di “The Road”. Nonostante ogni tanto parta per la tangente con qualche discorso/momento metafisico è un western potente e sanguinario, che rifugge sia dallo sguardo epico del western classico che quello nostalgico di quello crepuscolare (anche se la scena iniziale della cattura dei fuorilegge è una esplicita citazione di quella di Pat Garrett & Billy Kid di Peckinpah), dipingendo una desolata frontiera fatta di mosche, polvere e sangue. Un film molto duro, non solo per le scene di violenza, secche, improvvise e brutali (quasi insostenibile quella delle frustate) e che nulla concedono al facile compiacimento tarantiniano adesso di moda nel cinema d’azione, ma anche per l’atmosfera e le situazioni, che offrono un crudo spaccato della durezza della vita dei pionieri inglesi nell’Australia di fine ottocento. In sottofondo c’è anche il discorso sul genocidio degli aborigeni, visti esattamente alla stregua degli indiani nei film western come minoranza perseguitata e oppressa. Il film vive molto anche sul contrasto tra l’impossibile normalità della vita familiare, tutta rose e porcellane, del Capitano di polizia (che poi è il vero protagonista: Pearce, infatti, rimane in scena molto meno di lui) e della moglie e la crudeltà quasi senza senso dell’ambiente circostante.
Nick Cave cura ovviamente anche la bella colonna sonora, insieme a Warren Ellis (che non è lo sceneggiatore di fumetti). Ottimo il cast: Guy Pearce, bravissimo attore che meriterebbe miglior fortuna, è perfetto nella parte del tenebroso cavaliere solitario alla Billy the Kid, Ray Winstone è efficacissimo in quella dello stravolto “sceriffo” in precario equilibrio tra giustizia e crudeltà e sull’orlo di una crisi familiare e di nervi, Emily Watson in quella della timida mogliettina, la cui fragilità accentua la violenza del narrato, forse il meno convincente è Danny Huston, che non ha la faccia da cattivo, in quella del bandito sanguinario. C’è pure un irriconoscibile John Hurt nel breve e folgorante ruolo di un cacciatore di taglie alcolizzato. Regia di grande rigore, una bellissima fotografia dai toni accesi dell’Outback australiano, un montaggio superbo, grandi momenti, tanta tensione e un finale crudo e spiazzante nella sua nichilistica assenza di speranza.”
(Mauro Mihich)

“Scritto da Nick Cave e diretto da John Hillcoat (“Ghosts ... of the civil dead”), questo Western Aussie non è solo un anti-western ma è pura antimateria, un'infernale forzatura che distrugge il genere che l'ha generato. Ambientato alla fine dell'era dei briganti da strada di quel paese, la storia è inesorabilmente cupa e priva di senso dell'umorismo, a cominciare da un Guy Pearce con una faccia da fuorilegge triste, a cui è proposta una scelta orribile: o caccia e uccide il fratello maggiore omicida (il sempre fuori luogo Danny Huston), o suo fratello minore (Richard Wilson) sarà messo a morte. L'ambiguità che sottolinea i migliori western revisionisti non è rintracciabile; il crudele uomo di legge interpretato da Winstone potrebbe non essere il peggiore dei cattivi da film, ma è così roso dai suoi conflitti e così inattivo che non fa alcuna differenza. La spavalderia delle murder ballads di Cave è altrettanto assente, sostituita da canzoni austere, basate su poche note. Anche il memorabile cameo a sorpresa di John Hurt non può tirare fuori “The Proposition” dal pantano.”
(S.A. “The Philadelphia City Paper”,8/4/2006)


Brothers in Arms 
di Jean-Claude La Marre con David Carradine, Gabriel Casseus, Raymond Cruz, Jared Day

Secondo western all-black dell'haitiano Jean-Claude La Marre, dopo il catastrofico Gang Of Roses.
Il tentativo sarebbe sempre quello di andare a mescolare il western con l’estetica hip-hop. Anche la trama è quasi la stessa, sia pure virata al maschile. Due fratelli riuniscono la loro vecchia banda per rapinare una banca. È soprattutto una vendetta perché la città della banca è di proprietà di un ricco bastardo, e ognuno degli antieroi protagonisti ha un motivo per odiarlo. O lui, o suo figlio o il cacciatore di taglie al loro servizio. Ecatombe finale.
Anche il risultato è sempre lo stesso. Pessimo.

Dicono di lui…

“[...] nonostante i dialoghi abbaiati male, le scene d'azione incredibilmente povere, l'aspetto piatto e poco convincente del film, le estenuanti sequenze di dialogo... "Brothers in Arms" è comunque meglio di "Gang of Roses". Purtroppo il signor La Marre deve ancora imparare una cosa: se aveva intenzione di creare un gangster urbano utilizzando i cliché western (beh, perché no?) doveva lasciare la musica hip-hop fuori dal gioco. A suo modo "Brothers in Arms" poteva essere un western interessante, ma niente estrania da quel periodo storico più velocemente di un cacofonico, anacronistico (e piuttosto banale) pezzo di musica hip-hop. Ok, l’hip-hop e una sceneggiatura pessima: sono già due cose che non vanno. La trama è semplice: un tizio spara a quel tizio, un altro tizio spara a qualcun altro ancora, ci sono un sacco di sparatorie tutte in una volta e poi il film finisce. I presunti "buoni" vengono disegnati con una nota di colore a testa. Uno è un tipo un gambler pieno di rancore, un altro è un prete caduto in disgrazia, e uno è - ah - una donna, che ama far saltare in aria le diligenze con la dinamite che porta sul petto. [...] Come rappresentante dei bianchi caucasici (e quindi o molto stupidi o molto malvagi) abbiamo David Carradine in versione super bastardo. Guardate, non mi importa se un western è tutto nero, tutto asiatico, mezzo eschimese, metà irlandese, ma non ci sono scuse per un film semplicemente fatto male. Le battute senza senso, le linee narrative messe lì solo per far scorrere i minuti, personaggi che non si evolvono mai al di là dei più generici caratteri western. Si passa da punto all'altro della storia senza alcun senso di necessità, interesse o logica interna, il tutto appare pacchiano e suona ancora peggio. E nonostante questo è ancora un film migliore di "Gang of Roses". Forse tra altri tre o quattro western da oggi, La Marre effettivamente potrebbe farne uno quasi buono, tipo “Posse” di Mario Van Peebles - un film che è praticamente il riassunto di tutto il sottogenere - il che non è esattamente una di quelle aspirazioni che meritino grande applicazione, ma se qualcuno deve proprio farlo, quello è Jean-Claude La Marre. Sarò lieto di dare al regista un’altra possibilità al suo prossimo "urban western", ma per favore, JC, lascia stare l'hip-hop. Nel vecchio West non avevano console e mixer.
(Scott Weinberg, “DVD Talk” 10/6/ 2005)

“[...] Questo film è angosciante. È doloroso da guardare. Ho sempre detto, alle persone che criticano gli horror di serie B che guardo, che per godersi la maggior parte dei film è necessario sospendere il senso di incredulità per almeno un paio d’ore. È Hollywood. Godetevi la fantasia. Ma questo film non riesce a farmi sospendere neanche il comune buon senso, figuriamoci il senso di realtà. Posso solo indovinare che il film sia ambientato alla fine del 1800. Tiro ad indovinare, perché il film non persuade nemmeno per un momento di star mettendo in scena una qualche epoca passata. Da dove cominciare? I vestiti ... i vestiti sono uno scherzo. È il Wild Wild West incontra MTV. È un film o un video musicale? Osservate la donna della banda che rapina banche. Le donne possono vestirsi in quel modo per i bordelli di Las Vagas, non per una rapina. Non potete convincermi che ci potessero essere sceriffi e sbirri donne, o anche solo cassiere di banca, nei giorni del selvaggio west. [...] E di chi è stata l'idea di prendere Bill (il personaggio di David Carradine in “Kill Bill”), per farlo tornare in vita e mandarlo indietro nel selvaggio West? Carradine non ha molto da perdere dall'essere protagonista in questo film. È già alla fine carriera. Ma i tanti giovani attori e attrici, che hanno fatto l'amaro errore di mettersi in mostra in questo film, invece che una tacca di esperienza si ritrovano con un foro di proiettile nella loro carriera.”
(Clay Smith, “IMDb” 20/8/2005)


Three Bad Men (inedito in Italia)
di Jeff Hathcock con George Kennedy, Mike Moroff, Chris Gann

Film introvabile che, a giudicare dagli spezzoni che si vedono in giro, non è molto più di un film amatoriale che potrebbe girare chiunque, con una fotografia e un livello di recitazione dall’aria irrimediabilmente caserecce. Tre fuorilegge rapinano una banca e si dirigono verso il Messico. Prima di raggiungere il confine si imbattono però in un moribondo la cui moglie è stata rapita da un’altra banda di fuorilegge. Con il suo ultimo respiro l'uomo chiede ai tre uomini di aiutare la donna. Con gli uomini di legge che stanno per piombargli addosso, i tre devono prendere una difficile decisione: rischiare la vita per salvare la moglie del morto o mettersi al sicuro attraversando il confine? Non è difficile intuire quale sarà la loro scelta. Sembrerebbe una specie di remake di “In nome di Dio” (Three Godfathers) di John Ford, però senza neonato, il che non era neanche una brutta idea. Ma l’unico probabile motivo per cui l’esistenza del film è segnalata al di fuori della cerchia famigliare di chi l’ha fatto è la presenza dell’ottantenne George Kennedy. Che onestamente mette anche un po’ di tristezza...

Dicono di lui…

“Un titolo come “Tre uomini noiosi” sarebbe stato più appropriato, dato gli sbadigli che questo western procura dall’inizio alla fine. [...] Dura quasi due ore, 118 minuti, ed è un film straziante. Pietosamente avrebbero potuto tagliarne almeno mezzora. Per esempio tutte le scene in cui vediamo della gente che se ne va in giro a zonzo senza far nulla. I costumi da cowboy sembrano essere presi dal cestone dei costumi di Halloween di un hard discount. Probabilmente è stato girato in un villaggio turistico stile Wild West e probabilmente è stata utilizzata la gente del luogo, tipo quelli che rievocano la guerra civile. Probabilmente si sono fatti da soli anche i costumi, perché nulla sembra di quel periodo. Molti costumi sono palesemente vestiti di uso comune e moderno. La recitazione è orrenda e l'unico attore degno di nota è la leggenda del cinema George Kennedy. È lì ovviamene solo per i soldi e gli autori sono stati capaci di usarlo solo per qualche scenetta comica di alleggerimento. Beh al diavolo, è l'unica parte del film che tiene svegli. Anche se, osservando la bombetta indossata da Kennedy si nota che deve essere ovviamente robetta pezzente comprata in qualche negozietto da due soldi, e che anche il cravattino è finto.”
(Jeff Swindoll, “M&C” 4/6/2007)

Scusi, dov’è il west?


Miracolo a Sage Creek (Miracle At Sage Creek)
di James Intveld con Tim Abell, Sarah Aldrich, David Carradine, Irene Bedard

Un presepe vivente d'ambientazione western, pensato per un pubblico di ispirazione cristiana e per il periodo natalizio. Racconta di una blanda rivalità tra famiglie, a causa di cavalli e moglie indiane. Tutto si risolve con la fede, i buoni sentimenti, apparizioni angeliche e resurrezioni miracolose di mocciosi malati. Sprecare Carradine (il suo cattivo è più uno scorbutico che un uomo malvagio) e ancora di più Wes Studi in un film in cui non possono accoppare nessuno, è una cosa che fa venir in mente a chi scrive pensieri ben poco cristiani.

“Questo film è segnalato come "approvato per la famiglia", con tanto di marchio a fianco del logo sulla copertina del dvd, la cosa non sorprende data l'enfasi messa nel film sulle tematiche religiose e sull'importanza della famiglia. E anche se ci sono alcuni elementi interessanti a livello di sceneggiatura, sono in definitiva annullati da un approccio semplicistico e totalmente prevedibile. [...] “Miracle at Sage Creek” è condotto ad un ritmo piacevolmente lento, certamente in linea con il materiale narrativo trattato, anche se è chiaro che gli spettatori meno pazienti troveranno ben poco per cui valga la pena pazientare. L'approccio terra terra (tipo il personaggio malvagio che indossa un cappello nero) è aggravato da una sceneggiatura greve, soprattutto quando tratta di roba religiosa (dopo che il figlio di un predicatore si ammala, la moglie urla, "Dov'è il tuo grande dio, ora!?"). Detto questo, “Miracle at Sage Creek” in fondo è divertente, anche se è abbastanza ovvio che la pellicola è stata pensata quasi esclusivamente per affettuose riunioni di famiglia.”
(David Nusair, “Reel Film Review” 27/6/2006)